Immagini contemporanee. Tra il possibile e l’impossibile. Conversazione sulla fotografia tra Francesca Loprieno e Giovanna Gammarota. 4a e ultima parte

Giovanna Gammarota

© Giovanna Gammarota

Ripercorrere i passi, rivivere la storia, ritrovare tuo padre. Non so! Direi che è come se tu fossi partita dall’anima di qualcosa, in fondo le fotografie sullo stesso lavoro lo dimostrano abbastanza. Non vi è la minima presenza di un passaggio. Le immagini sono cariche di un silenzio metafisico, sono contemplative, mi sembra che siano prossime alla conservazione di uno stato di grazia. Un’altra vita? Un altro mondo possibile?

Può la fotografia essere così pregna di evocazione? È proprio questa la domanda che mi sono posta dinanzi al lavoro fotografico su tuo padre. Tra le fotografie che osservo trovo il vuoto e l’anonimato, le presenze sono lievissime. Le immagini si lasciano osservare nel loro silenzio e sembra quasi che un qualsiasi rumore esterno possa distogliere l’attenzione da quell’illusoria attesa di un possibile avvenimento. Un percorso emozionale direi tutto pregno di ricordi. È come se tu avessi ricercato in quei passi qualcosa da fermare o il ritorno di qualcuno.

Il lavoro su tuo padre è anche un lavoro sulla contemplazione del paesaggio, sulle attese, e quindi sulla memoria, è evocazione. Un lavoro che mi ha fatto avvertire un enorme senso di silenzio, un lavoro che si lascia osservare con rispetto, come se non fosse possibile invadere la velatura di protezione che tu stessa hai messo dinanzi alle immagini. Un rispetto nei confronti della storia, mi sono chiesta… un rispetto non solo intimo e personale ma anche sociale e forse politico.

Penso che tu ricerchi (in tutta la tua produzione) in maniera molto evocativa, un qualcosa che non esiste più. Questo credo sia una caratteristica che ci accomuna. Per fare ciò devi attendere che ci sia l’assenza di qualcosa o qualcuno. Io svolgo la mia ricerca nell’attuale mondo della rappresentazione e tu forse a partire dallo stesso mondo attuale cerchi di ricostruire il passato. Questo mi fa pensare che entrambe partiamo da ciò che di più comune e intimo ci appartiene, potrebbe essere l’esperienza del vuoto? Il senso di smarrimento? tu cerchi di ritrovare qualcosa mentre io cerco di liberarmene.

Se dovessi creare una relazione tra i nostri lavori mi viene in mente: COSTRUZIONE/RICOSTRUZIONE (il confronto potrebbe essere senza alcun dubbio generazionale). Una percezione è ancora possibile? Mi chiedi … quando osservi il mio lavoro Stati migranti. Io ti risponderei di sì.

Ho cominciato a guardare il cielo quando mi sono resa conto di non poter guardare il mare. Ho seguito il mio flusso migratorio senza farmi troppo trasportare dalla logica. Il mio è un bisogno di libertà, un bisogno di potersi riconoscere in ogni luogo. Questo mi ha sempre portata a guardare l’orizzonte, un orizzonte che spesso comprendeva solo case, industrie, polvere… quei luoghi non erano la mia terra, non il mio mare. Nell’impossibilità di volgere gli occhi lontano… li ho alzati al cielo.

La condizione di continua migrazione (comune alla maggior parte dell’umanità), mi ha spinta a raccogliere in maniera quasi ossessiva piccoli frammenti di cielo e di mare a seconda delle città che ho attraversato e che ancora attraverserò. Piccoli formati d’immagini, lievi presenze di architetture che connotano lo spazio ma nello stesso tempo lo annullano. Ho tracciato un profilo (il profilo del mio sguardo) ponendo una distanza tra me e le cose, e mi sono resa conto che quelle stesse cose mi appartengono. Gli alberi, gli scogli, i rami, il sole che tenta di esplodere attraverso le foglie sono lievi presenze, sfumature evocative e suggestive della mia visione e del mio stato di essere “migrante”, io stessa, in tutto ciò che mi appartiene.

Ognuno di noi ha bisogno del proprio possibile per non soffocare, io guardo il cielo per ampliare il mio sguardo e penso che solo così esso possa nutrirsi immensamente. È un esercizio dell’anima. Adesso non so cosa fotograferò, ma posso dirti che sono pronta a nuove ed immense sfide.

Ti chiedo: e tu, hai trovato il tuo possibile?

© Punto di Svista 05/2014