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	<title>Punto di Svista - Arti Visive in Italia &#187; Orith Youdovich</title>
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		<title>Atti Giornate di Studio sul Fotogiornalismo. Vedere, raccontare. Fotografia strumento di conoscenza. A cura di Punto di Svista</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jul 2011 08:18:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Punto di Svista</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/07/monika_bulaj-afghanistan.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2671" title="monika_bulaj-afghanistan" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/07/monika_bulaj-afghanistan-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Il secondo incontro della seconda giornata (19 maggio 2011) delle Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo (a cura di Punto di Svista e Officine Fotografiche) è stato incentrato sulla conversazione che Monika Bulaj ha tenuto con Orith Youdovich e Valentina Trisolino.<br />
La fotografa polacca ha presentato gran parte del suo lavoro svolto recentemente in Afganistan (ma anche esempi di opere appartementi a periodi precedenti) e ha approfondito insieme alle due conduttrici dell’incontro la questione centrale del meccanismo della raffigurazione di realtà e popoli molto lontani da noi.</p>
<p>E&#8217; venuto fuori uno stimolnate dialogo che ha portato Monika Bulaj a concentrarsi sulle ragioni che la spingono a interessarsi, non solo grazie alla fotografia, a tutte quelle aree del nostro pianeta, che pur essendo al centro della comunicazione mediatica internazionale, non vengono raccontate in maniera utile e significativa.  Lo scopo della Bulaj è quello di evitare gli stereotipi e di vivere dal di dentro la vita delle popolazioni che intende studiare e capire.</p>
<p>Tra istanze politiche, sociali, umane e antropologiche la fotoreporter polacca è artefice di una fotografia documentaria non di consumo, né banalmente cronachistica, quanto piuttosto di intensa e appassionata analisi della condizione esistenziale di esseri umani di cui in occidente si ha spesso un’idea distorta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/06/monika_bulaj-orith_youdovich-valentina_trisolino.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2652" title="monika_bulaj-orith_youdovich-valentina_trisolino" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/06/monika_bulaj-orith_youdovich-valentina_trisolino.jpg" alt="" width="240" height="160" /></a><span class="blubold">CERCARE, SCOPRIRE, VEDERE, RACCONTARE. LA FOTOGRAFIA COME STRUMENTO DI CONOSCENZA</span><br />
</strong>Conversazione con la fotografa Monika Bulaj moderata da Orith Youdovich, fotografa  e Valentina Trisolino, curatrice (Punto di Svista)</p>
<p><span class="blubold">ASCOLTA IL PODCAST</span></p>
<a class="audio" href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/06/VN350116.mp3" id="podcast"></a>
<p class="blubold">&nbsp;</p>
<p class="blubold"><span class="normale">© Punto di Svista 07/2011</span></p>
<p class="blubold">IMMAGINI<br />
<span class="normale">1 © Monika Bulaj. Da <em>Nur (Light). Journey into the other Afghanistan</em></span><br />
<span class="normale">2  Il terzo appuntamento delle Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo: Monika Bulaj, Orith Youdovich e Valentina Trisolin<strong>o</strong> </span><strong> </strong></p>
<p><span class="blubold">INFORMAZIONI</span><br />
Atti delle Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il  Fotogiornalismo / A cura di Punto di Svista e Officine Fotografiche<br />
Dal 18 al 20 maggio 2011<br />
Cercare, scoprire, vedere, raccontare. La fotografia come strumento di conoscenza / Conversazione con Monika Bulaj / moderano Valentina Trisolino e Orith Youdovich<br />
Incontro tenuto giovedì 19 maggio 2011, dalle 19.15 alle 21.00<br />
Presso Officine Fotografiche, Roma</p>
<p class="blubold">LINK</p>
<p><strong> </strong><strong><a href="../2011/07/atti-giornate-studio-fotografia-documentaria-fotogiornalismo-modalita-contraddittorie-raffigurazione-guerra-1a-parte/">PUNTO DI SVISTA. Atti delle Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo.<br />
E&#8217; possibile raccontare un conflitto? Modalità contradditorie della raffigurazione della guerra &#8211; PRIMA PARTE</a></strong></p>
<p><strong> </strong><strong><a href="../2011/07/atti-giornate-studio-fotografia-documentaria-fotogiornalismo-modalita-contradditorie-raffigurazione-guerra-2a-parte/">PUNTO DI SVISTA. Atti delle Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo.<br />
E&#8217; possibile raccontare un conflitto? Modalità contradditorie della raffigurazione della guerra &#8211; SECONDA PARTE</a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.puntodisvista.net/2011/07/atti-giornate-studio-fotografia-documentaria-fotogiornalismo-modalita-contraddittorie-raffigurazione-guerra-3a-parte/">PUNTO DI SVISTA. Atti delle Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo.<br />
E&#8217; possibile raccontare un conflitto? Modalità contradditorie della raffigurazione della guerra &#8211; TERZA PARTE</a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.puntodisvista.net/2011/07/atti-giornate-studio-fotografia-documentaria-fotogiornalismo-immagine-oggettivita-soggettivita-realta-immaginazione/">PUNTO DI SVISTA. Atti delle Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo.<br />
La questione dell&#8217;immagine fotografica tra oggettività, soggettività, realtà, ricordo e immaginazione</a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.puntodisvista.net/2011/07/atti-giornate-studio-fotogiornalismo-cosa-vuol-dire-essere-fotogiornalisti-oggi/">PUNTO DI SVISTA. Atti delle Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo.<br />
Cosa vuol dire essere fotogiornalisti oggi? </a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.puntodisvista.net/2011/07/atti-giornate-studio-fotografia-documentaria-fotogiornalismo-modalita-contradditorie-raffigurazione-guerra-2a-parte/"></a></strong></p>
<p><a href="http://www.puntodisvista.net/2011/05/roma-giornate-studio-fotografia-documentaria-fotogiornalismo-approfondire-riflettere/">Le Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo per approfondire e riflettere</a><br />
<a href="http://www.puntodisvista.net/2011/05/giornate-di-studio-sulla-fotografia-documentaria-e-il-fotogiornalismo-roma/">Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo. Roma </a>- Il programma dettagliato</p>
<p><a href="http://www.monikabulaj.net/eng/" target="_blank">Il sito di Monika Bulaj</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="line-height: 20px;"><strong><br />
</strong></span></p>


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		<title>Atti Giornate di Studio sul Fotogiornalismo 2011. Modalità di raffigurazione della guerra. 2a Parte. A cura di Punto di Svista</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jul 2011 10:52:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Punto di Svista</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblichiamo la trascrizione del seminario tenutosi nell’ambito del primo appuntamento della Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo di Roma, a cura di <strong>Punto di Svista</strong> e <strong>Officine Fotografiche</strong>. </em><em>Si tratta del seminario, tenuto da Maurizio G. De Bonis, sulla autorappresentazione dei fotografi e cineasti israeliani all’interno del conflitto con il mondo arabo-palestinese.</em></p>
<p><em>La redazione ha scelto di mantenere nella trascrizione il tono diretto, non accademico e colloquiale utilizzato durante il seminario. Potranno essere riscontrate nel testo ripetizioni di termini e frasi complesse tipiche della lingua parlata. Si è scelto di pubblicare questo tipo di testo per restituire al lettore non solo la sostanza del seminario ma anche, appunto il suo tono originale.</em></p>
<p><em>Per esigenze comunicative, la trascrizione del seminario, durata tre ore, sarà pubblicata in tre parti.</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><span class="blubold">E’ POSSIBILE RACCONTARE UN CONFLITTO?</span><br />
<span class="blubold">MODALITA’ CONTRADDITTORIE DELLA RAFFIGURAZIONE DELLA GUERRA</span><br />
Seminario tenuto da Maurizio G. De Bonis (critico cinematografico e fotografico, presidente di Punto di Svista)</p>
<p class="blubold">SECONDA PARTE<br />
<span style="color: #8c8c8c; font-weight: normal;"> </span></p>
<p class="blubold"><span style="color: #8c8c8c; font-weight: normal;">A questo punto io andrei alla parte fotografica. Iniziamo finalmente questo cammino fotografico dentro la storia della fotogiornalismo e della fotografia israeliana. Allora,  ci sono una serie di nomi che io voglio studiare insieme a voi per capire esattamente cosa significa autorappresentarsi dentro un conflitto, autoanalizzarsi, vivere questa condizione di angoscia. E’ un’autoterapia attraverso le immagini, attraverso l’uso del linguaggio visivo in un percorso difficile che a volte condiziona tutta un’intera esistenza, nel tentativo di capire se stessi ma anche contemporaneamente di capire gli altri.</span></p>
<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/07/micha_bar_am-insight.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2557" title="micha_bar_am-insight" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/07/micha_bar_am-insight-234x300.jpg" alt="" width="234" height="300" /></a>Iniziamo da Micha Bar-Am. Iniziamo da questo fotografo considerato il padre della fotografia israeliana. È un uomo barbuto, che adesso ha più di 80 anni, che vive in una città limitrofa a Tel Aviv, Ramat Gan, e che ha dato alla fotografia mondiale tantissimo, ma nessuno in Italia lo sa (forse pochissimi). Tanto per fare un esempio, Micha Bar-Am è dal 1968 dentro Magnum; è dunque un fotografo Magnum, è un vero fotogiornalista che ha contribuito con il suo lavoro anche al consolidamento di questa grande agenzia. Ma non solo, Micha Bar-Am è stato co-fondatore dell’International Center of Photography di New York insieme a Cornell Capa. Negli Stati Uniti è un fotografo conosciuto proprio per il tipo di lavoro che ha fatto sul concetto di conflitto e sulla propria condizione di fotografo dentro il conflitto. Per 25/26 anni è stato corrispondente del New York Times da Israele, e ha documentato attraverso la macchina fotografica tutti i conflitti arabo-israeliani. E’ stato una sorta di veicolo di informazioni per il mondo intero. Per molti anni è stato a capo del dipartimento di fotografia (attenzione di fotografia, non di fotogiornalismo) del Museo d’Arte Contemporanea, un museo molto prestigioso. Dunque, è un fotografo importante e assolutamente sconosciuto in questo paese. E’ apparso rarissime volte, l’ultima qualche anno fa durante una collettiva sulla fotografia israeliana contemporanea nell’ambito del Festival Internazionale di Fotografia di Roma, una mostra che è stata al Museo Andersen della Galleria Nazionale d’Arte Moderna curata da Orith Youdovich.</p>
<p>Partirei con <a href="http://www.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=ViewBox_VPage&amp;VBID=2K1HZOXWAO7YV&amp;IT=ZoomImage01_VForm&amp;IID=2S5RYDYLN41T&amp;PN=219&amp;CT=Search" target="_blank">la prima immagine</a>: questa è una tra le più conosciute di Micha Bar Am. E’un’immagine emblematica  del discorso che noi abbiamo fatto fino a ora. Ci troviamo nella guerra di Kippur, una delle più tragiche guerre del Medio Orinete, una delle più violente e una delle più difficili al livello di risoluzione politica. Tra l’altro fu una guerra scatenata da Egitto e Siria che da confini diversi attaccarono Israele nel giorno del Kippur, il giorno più sacro per gli ebrei di tutto il mondo in cui in Israele praticamente tutto è fermo e dunque rappresentava sotto il profilo della strategia bellica un momento ideale per attaccare Israele, e questo fu fatto. Fu una guerra tragica che provocò in pochi giorni migliaia di morti.</p>
<p>Micha Bar-Am lavorava dentro i conflitti con lo sguardo del fotografo che conosce perfettamente che cosa significhi stare dentro un conflitto. E stare dentro un conflitto significa nella stragrande maggioranza dei casi viverlo nella sua dimensione delirante. Micha Bar-Am si trova in questo momento in una zona in cui l’esercito e l’aviazione egiziana bombardano insieme soldati israeliani e prigionieri egiziani. Si tratta di un’immagine chiara di cosa significhi vivere il conflitto nella dimensione umana. Magari un’ora prima questi soggetti si sparavano, cercavano di uccidersi a vicenda. Un’ora dopo tutto questo sistema di potere inizia a perdersi completamente. Il delirio della guerra, lo sparare senza sapere dove si sta sparando provoca che cosa? Il totale annullamento delle separazioni conflittuali. In questo momento i soldati, diciamo così, che hanno vinto la precedente battaglia e i loro prigionieri diventano la stessa cosa, rischiano insieme la vita. Certo, in una condizione diversa (ci sono soldati vincitori e i prigionieri), ma sostanzialmente il rischio della vita è in questo momento assolutamente condiviso e portato avanti nella completa insensatezza di quella che sta avvenendo. Gli egiziani bombardano, ma in questo caso bombardano anche i loro commilitoni. Eventi che nella guerra succedono in continuazione. Ecco, Bar-Am fotografa questo passaggio che è di assoluta importanza per evidenziare non tanto chi abbia ragione, chi sia il più forte, ma per descrivere come si trovi l’essere umano all’interno di un conflitto bellico. Il senso delle azioni umane perde completamente la sua direzione e individui nemici si ritrovano a condividere la paura della morte insieme. Questa fotografia di Micha Bar-Am che è una delle sue più famose, è una fotografia che poi, attraverso il suo senso profondo, troviamo in molti film.</p>
<p>Ricordo una scena de <em>Salvate il Soldato Ryan</em> di <strong>Spielberg</strong> in cui a un certo punto durante una battaglia tra tedeschi e americani un soldato delle SS e un soldato americano dentro una casa abbandonata si ritrovano faccia a faccia a un millimetro e in quel momento invece di scannarsi e di spararsi, si guardano, per molti secondi, e poi ognuno va per la sua strada. Mi viene in mente il film che ho citato prima <em>Lebanon</em> di <strong>Samuel Maoz</strong>, in cui a un certo punto una sequenza si conclude con un prigioniero siriano (con le mani legate) dentro un carro armato israeliano che deve urinare e il soldato israeliano prende in mano il pene del nemico e lo aiuta a urinare. Ecco, queste sequenze, queste immagini, ci raccontano molto più della guerra rispetto tutto il ciarpame che viene pubblicato sui giornali e che non ha alcun senso se non quello della spettacolarizzazione il dolore.</p>
<p>Andiamo avanti. Questa è <a href="http://www.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=ViewBox_VPage&amp;VBID=2K1HZOXWAO7YV&amp;IT=ZoomImage01_VForm&amp;IID=2S5RYDY6LFHT&amp;PN=218&amp;CT=Search" target="_blank">un’altra immagine</a> significativa di Micha Bar-Am. Che come vedete non ha paura di inquadrare la realtà che lui vive, anche se questa realtà è difficile da accettare. Lui è israeliano, si trova dentro i conflitti, e quindi vive questa condizione di dover stare a guardare da una certa parte. Questi sono palestinesi, messi in questa condizione, catturati e guardati, come vedete, da soldati israeliani. Che cosa ci vuole raccontare con questa immagine Micha Bar-Am? Il cortocircuito degli sguardi nel momento in cui si verifica la guerra, nel momento in cui qualcuno prende il potere sugli altri. I prigionieri sono privati del proprio sguardo e della propria capacità di guardare, coloro che li hanno catturati li guardano. È un cortocircuito vero e proprio. Si tratta di  un’immagine che più di molte altre immagini in cui vediamo morte e sopraffazione ci comunica il grado zero del livello di comunicazione umana all’interno di un conflitto.</p>
<p>Andiamo avanti. <a href="http://www.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=ViewBox_VPage&amp;VBID=2K1HZOXWAO7YV&amp;IT=ZoomImage01_VForm&amp;IID=2S5RYDW64WML&amp;PN=29&amp;CT=Search" target="_blank">Questa è un’immagine</a> che mi ha fatto sempre riflettere molto. Perché è un’immagine in cui Micha Bar-Am si sofferma sul cadavere di una persona, durante un’operazione bellica perché sullo sfondo vediamo dei soldati che si stanno quasi proteggendo, alcuni dietro un muro, altri probabilmente si stanno accampando. Questa fotografia ci comunica la separazione dal punto di vista della comunicazione umana tra un esercito in guerra che pensa all’azione militare e il dolore di queste persone sedute accanto a un muro che piangono il loro amico, il loro parente, la persona morta che amavano e che non gli verrà mai più restituita. C’è come un’interruzione di senso in queste due porzioni dell’immagine. Una porzione non dialoga con l’altra porzione dell’immagine.</p>
<p>Andiamo avanti. <a href="http://www.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=ViewBox_VPage&amp;VBID=2K1HZOXF6DWZL&amp;IT=ZoomImage01_VForm&amp;IID=2S5RYDI3VQPL&amp;PN=255&amp;CT=Search" target="_blank">Questa è un’altra immagine</a> che potremmo equiparare a quella che abbiamo visto all’inizio. È  Micha Bar Am che si trova  su un convoglio militare sotto attacco in cui il suo sguardo diviene una sorta di gigantesca e tragica soggettiva sulla condizione del soldato. Lasciamo perdere adesso che si tratta di soldati israeliani, potrebbero essere americani, potrebbero essere di qualsiasi nazionalità. La condizione che vive il soldato nell’atto della guerra, cioè nella condizione della fragilità è perfettamente materializzata attraverso questo sguardo. Perché essendo dentro il corpo dell’azione, percependo in maniera fortissima la preoccupazione, la paura di questi soldati attraverso questo tipo di inquadratura, riusciamo a vivere e a percepire in una maniera netta la sensazione della paura, che è una sensazione difficile da raccontare attraverso le immagini e in genere viene sempre tralasciata dalle immagini che raccontano e rappresentano la guerra.</p>
<p>Andiamo avanti. Micha Bar-Am ci fa vedere un’altra cosa. Si tratta di soldati israeliani durante una pausa del conflitto.  Questo aspetto non viene mai mostrato. Si pensa sempre che una battaglia si esaurisca esclusivamente nell’atto di attaccare il nemico, di compiere l’azione. Invece ben sappiamo, proprio dai fotografi israeliani-soldati che sono stati dentro i conflitti che la stragrande maggioranza delle battaglie e dei conflitti bellici si articola attraverso le attese, cioè attraverso il nulla. E noi sappiamo che proprio nei momenti in cui l’attesa prende il sopravvento per molte ore sull’azione bellica che il soldato ragiona sull’essenza della propria condizione.</p>
<p>Andiamo avanti. <a href="http://www.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=ViewBox_VPage&amp;VBID=2K1HZOXF6DWZL&amp;IT=ZoomImage01_VForm&amp;IID=2S5RYD1605XF&amp;PN=231&amp;CT=Search" target="_blank">E’ un’immagine</a> in cui Micha Bar-Am si confronta con la questione del corpo del prigioniero, il corpo del prigioniero costretto da lacci, prigionieri trasportati in una dimensione delirante per la condizione umana, per la libertà del corpo. Ma questa condizione riguarda tutti i prigionieri di guerra e questa mancanza di libertà poi diviene mancanza di pensiero; si finisce per non pensare più se non alla propria condizione di essere vivente in una negata libertà. Di nuovo torniamo al problema centrale che questa fotografia comunica in maniera precisa: Conflitto = assenza di comunicazione = assenza di pensiero.</p>
<p><a href="http://www.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=ViewBox_VPage&amp;VBID=2K1HZOXWAO7YV&amp;IT=ZoomImage01_VForm&amp;IID=2S5RYDI11JJU&amp;PN=22&amp;CT=Search" target="_blank">Altra immagine</a> tra le più note di Micha Bar-Am, che tra l’altro è stata esposta a Roma alla mostra che vi ho detto di qualche anno fa e che ha innumerevoli letture di carattere metaforico-simbolico. Lo sguardo in macchina di questa donna dai tratti beduini che porta sulla propria testa probabilmente un fascio di arbusti. Questo sguardo racconta cosa? Non racconta tanto l’essenza di questa persona che certamente è presente. Racconta qualcosa d’altro. Questo sguardo è un paesaggio. Il paesaggio della guerra. Il paesaggio dell’impossibilità di questa persona di comprendere esattamente quello che avviene a lei, nel suo posto, tra la propria gente, in quella condizione. Questo paesaggio della guerra è caratterizzato anche dalla presenza ambigua di un soldato che si avvicina in maniera circospetta. È una figura ambigua dicevamo; è allo stesso tempo minacciosa e piena di paura. Sembra quasi camminare con grande attenzione, avvicinarsi a questa persona-paesaggio. L’azione che compie questa donna che cosa vuole significare? In guerra e durante i conflitti bellici spesso si crea questo meccanismo di indecifrabilità dei gesti. Perché? Perché la paura genera il sospetto. La comunicazione si interrompe e Micha Bar-Am in questa inquadratura, miracolosamente perfetta, riesce a evidenziare l’insensatezza dell’istante nel quale si è imbattuto.</p>
<p><a href="http://www.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=ViewBox_VPage&amp;VBID=2K1HZOXUYE8XT&amp;IT=ZoomImage01_VForm&amp;IID=2S5RYD1955XX&amp;PN=13&amp;CT=Search" target="_blank">Qui Micha Bar-Am ci fa vedere</a> quanto la sua azione sia articolata, come intenda rappresentare la condizione di un intero popolo attraverso tutte le sfaccettature, attraverso tutti i punti di vista che un fotogiornalista può far emergere. Ci troviamo nel cuore di Tel Aviv nell’ambito di una manifestazione pacifista della sinistra israeliana. Ecco che Micha Bar-Am punta il proprio obbiettivo non solo sul conflitto e sulla condizione di mancanza di comunicazione tra persone che si combattono. Punta il proprio obiettivo sulla autocoscienza di un paese, di un popolo, che in una certa sua parte cerca di comprendere fino in fondo anche le ragioni dell’altro. L’autore cerca di rappresentare attraverso un meccanismo sfaccettato quello che implica per un paese così piccolo come Israele la condizione di un conflitto. Il soldato che va a combattere, che fa prigionieri, ma che magari un anno prima partecipava a questo tipo di manifestazioni e che continua a vivere una sorta di scissione interiore tra la propria anima pacifista e la propria anima patriottica.</p>
<p><a href="http://www.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=ViewBox_VPage&amp;VBID=2K1HZOXUYE8XT&amp;IT=ZoomImage01_VForm&amp;IID=2S5RYDB73_P&amp;PN=211&amp;CT=Search" target="_blank">Altra foto storica</a> di Micha Bar-Am. Qui siamo saltati ancora in un’altra situazione, in un’altra condizione. Si pensa sempre al soldato israeliano, all’esercito israeliano, come qualcosa di molto duro e potente. Probabilmente è così. Ma non si pensa e non si analizza mai quali siano le implicazioni sociali e umane di un popolo che da 60 anni è costretto, ripeto non parliamo di politica assolutamente, a stare dentro un conflitto. Si pensa sempre che un soldato israeliano sia estraneo alla realtà, ma non è così. Dietro ci sono degli affetti, c’è una casa, una città con ospedali, uffici, attività, esseri umani esattamente come tutti e tutti si ritrovano sulla stessa barca. Con lo stesso tipo di sentimenti. Parlo ovviamente, e lo ripeto, di esseri umani, non delle azioni dei governi, non delle politiche.<br />
In questo caso, Micha Bar-Am evoca il ritorno a Tel Aviv dei soldati che hanno compiuto delle azioni più pirotecniche che l’esercito sia mai riuscito a compiere. Questa fotografia si intitola “Ritorno da Entebbe”, e in particolare fa riferimento all&#8217;incontro tra un ostaggio israeliano e i suoi familiari. Entebbe significa Uganda, e significa azione di salvataggio di centinaia di ostaggi di un aereo che doveva andare da Atene a Parigi, aereo che aveva al suo interno moltissimi israeliani ma anche molti cittadini di altre nazionalità, compresi degli italiani. Quest’aereo fu dirottato appunto in Uganda, i passeggeri furono presi in ostaggio da guerriglieri palestinesi e Israele decise di compiere una missione impossibile; aerei militari israeliani volarono fino in Uganda senza farsi cogliere dai radar del mondo intero (praticamente), atterrarono all’improvviso in questo aeroporto africano; ci fu un conflitto a fuoco non solo con i terroristi che sequestrarono ma anche con l’esercito ugandese. Alla fine i soldati israeliani riuscirono a portare indietro quasi tutti gli ostaggi. Ci furono dei morti, molti ugandesi, i guerriglieri palestinesi. Il ritorno in Israele di questi soldati che avevano realizzato quest’operazione fu vissuto come una sorta di grande sollievo nazionale. Gli ostaggi portati in Uganda erano stati tratti in salvo da alcuni uomini che avevano rischiato tutto per farlo. Questi uomini avevano in realtà una rete di relazioni profonde con i propri familiari e che si trovavano in questo momento, al ritorno da questa azione non più militari ma esseri umani che avevano perso la propria condizione di soldati ed erano ridiventati agli occhi dei propri familiari individui da amare, che avrebbero provocato dolore nel caso della loro scomparsa. È una sorta di sollievo collettivo che allude all’angoscia perenne vissuta all’interno di questo paese .</p>
<p>Questa è un’altra immagine simbolica (<em>Evacuation of Yamit</em>, 1982). Perché tutti noi abbiamo visto negli ultimi anni il ritiro da Gaza. Ma per quanto riguarda la storia di Israele, qui Micha Bar-Am ci fa vedere che gli sgomberi dei territori occupati durante le varie guerre è avvenuto in molte circostanze. Questo è lo sgombero del Sinai, che è il territorio strappato agli egiziani. E in questo momento, attraverso questa immagine, il fotografo ferma in una maniera molto precisa, il conflitto all’interno della stessa popolazione Israeliana. I soldati che prima hanno fatto la guerra all’Egitto e hanno conquistato questo territorio adesso si trovano nelle condizioni di  dover portare via dei civili che lì si sono insediati. Pensate a quale livello di angoscia e di contrasto sociale e umano si può arrivare in queste condizioni.</p>
<p>Ora volevo farvi vedere anche <a href="http://1.bp.blogspot.com/_42drhiu5nNU/RpKnnEdsu4I/AAAAAAAABtU/i2oqVLO_UYA/s1600-h/Operation+Solomon+1981.jpg" target="_blank">un’altra immagine</a> importante per la storia di questo fotografo. La capacità anche di guardare attraverso l’obiettivo della propria macchina fotografica qualcosa che non sia solo il conflitto, ma che rappresenti una sorta di crescita, di uscita dal conflitto, un tentativo di trovare una salvezza dal conflitto, anche attraverso l’uso della macchina fotografica.<br />
Quest’immagine è stata scattata nel 1991. Molti di noi non sanno che cosa sia, perché anche gli organi di informazione non ne parlarono in maniera così circostanziata come avrebbe meritato. Nel 1991 c‘era una feroce guerra civile in Etiopia. E le minoranze etnico-religiose rischiavano moltissimo. Questa minoranza che vedete inquadrata è conosciuta solo da chi si occupa di certi argomenti, ma ha una storia complessa e anche misteriosa. Si tratta degli ebrei etiopi, quelli che vengono da certuni definiti Falascià, un’antica popolazione ebraica vissuta nel cuore dell’Africa per millenni, minoranza che si trovava in pericolo assoluto di sopravvivenza. In quei giorni si decide di procedere alla salvezza di questa popolazione. E viene messo in atto il più grande ponte aereo della storia. Per circa 36 ore, oltre 30 veicoli israeliani, facendo un ponte aereo continuo, portano in Israele e salvano da morte 15000 ebrei etiopi attraverso una delle più gigantesche operazioni di salvataggio nella storia dell’umanità. Si dice addirittura, e non so se queste immagini si riferiscano a questo volo, che l’ultimo carico disperato che fu fatto dall’ultimo aereo israeliano che era riuscito ad atterrare in Etiopia e comportò l’ingresso dentro l’aereo di più di 1000 persone, molto oltre il carico che l’aereo avrebbe potuto sopportare.</p>
<p>Ora, questa è un’operazione gigantesca che Micha Bar-Am ha voluto a tutti i costi documentare. Perché rappresentava una sorta di completamento del lavoro profondo sulla condizione del proprio paese, del proprio popolo, sulla assunzione di responsabilità all’interno del conflitto. Ma era necessario anche documentare cosa succedeva in quegli anni per una minoranza ebraica sottoposta a vessazioni e difficoltà enormi e che doveva essere salvata.</p>
<p>(fine seconda parte)</p>
<p>© Punto di Svista 07/2011</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span class="blubold">IMMAGINE</span><br />
Copertina del volume <em>Insight &#8211; Micha Bar-Am&#8217;s Israel</em></p>
<p><span class="blubold">INFORMAZIONI</span><br />
Atti delle Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il  Fotogiornalismo / A cura di Punto di Svista e Officine Fotografiche<br />
Dal 18 al 20 maggio 2011<br />
E&#8217; possibile raccontare un conflitto? Modalità contraddittorie della  raffigurazione della guerra / seminario tenuto da Maurizio G. De Bonis  (Punto di Svista) mercoledì 18 maggio, dalle 18.00 alle 21.00</p>
<p><span class="blubold">LINK</span></p>
<p><strong><a href="http://www.puntodisvista.net/2011/07/atti-giornate-studio-fotografia-documentaria-fotogiornalismo-modalita-contraddittorie-raffigurazione-guerra-1a-parte/">PUNTO DI SVISTA. Atti delle Giornate di Studio sulla Fotografia Dcoumentaria e il Fotogiornalismo.<br />
E&#8217; possibile raccontare un conflitto? Modalità contraddittorie della raffigurazione della guerra &#8211; PRIMA PARTE</a></strong></p>
<p><strong><a href="http://www.puntodisvista.net/2011/07/atti-giornate-studio-fotografia-documentaria-fotogiornalismo-modalita-contraddittorie-raffigurazione-guerra-3a-parte/">PUNTO DI SVISTA. Atti delle Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo.<br />
E&#8217; possibile raccontare un conflitto? Modalità contraddittorie della raffigurazione della guerra &#8211; TERZA PARTE</a></strong></p>
<p><a href="http://www.michabaram.com/" target="_blank"></a><strong><a href="http://www.puntodisvista.net/2011/07/atti-giornate-studio-fotografia-documentaria-fotogiornalismo-immagine-oggettivita-soggettivita-realta-immaginazione/">PUNTO DI SVISTA. Atti delle Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo.<br />
La questione dell&#8217;immagine fotografica tra oggettività, soggettività, realtà, ricordo e immaginazione </a></strong></p>
<p><a href="http://www.puntodisvista.net/2011/07/atti-giornate-studio-fotografia-documentaria-fotogiornalismo-fotografia-strumento-conoscenza/"><strong>PUNTO DI SVISTA. Atti delle Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo.</strong><br />
</a><strong><a href="http://www.puntodisvista.net/2011/07/atti-giornate-studio-fotografia-documentaria-fotogiornalismo-fotografia-strumento-conoscenza/">Cercare, scoprire, vedere, raccontare. La fotografia come strumento di conoscenza</a></strong></p>
<p><strong><a href="../2011/07/atti-giornate-studio-fotogiornalismo-cosa-vuol-dire-essere-fotogiornalisti-oggi/">PUNTO DI SVISTA. Atti delle Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo.<br />
Cosa vuol dire essere fotogiornalisti oggi? </a></strong></p>
<p><a href="http://www.michabaram.com/" target="_blank">Il sito di Micha Bar-Am</a><br />
<a href="http://www.puntodisvista.net/2011/05/roma-giornate-studio-fotografia-documentaria-fotogiornalismo-approfondire-riflettere/">Le Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo per approfondire e riflettere</a><br />
<a href="http://www.puntodisvista.net/2011/05/giornate-di-studio-sulla-fotografia-documentaria-e-il-fotogiornalismo-roma/">Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo. Roma </a>- Il programma dettagliato</p>
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		<title>Le Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo per approfondire e riflettere</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 12:07:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio G. De Bonis</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/giornate_studio-seminario_debonis.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2305" title="giornate_studio-seminario_debonis" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/giornate_studio-seminario_debonis.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Fotografia documentaria, fotogiornalismo, reportage. Definizioni che dovrebbero servire a catalogare, capire, chiarire, indicare differenze ma che in realtà cercano disperatamente di mettere a fuoco la relazione presunta tra fotografia e verità di fatti ed eventi (pubblici ed anche totalmente privati) confondendo piani, metodi e obiettivi.</p>
<p>La questione del racconto, della (im)possibilità della narrazione attraverso le immagini; la questione etica, intesa come banale sfruttamento di contenuti universalmente condivisibili e non come consapevolezza da parte dei fotografi del valore della propria azione; lo svuotamento della funzione del fotografo ridotto a pura “fabbrica disumanizzata” di pezzi tutti uguali da inserire/vendere nel mercato; la catena di montaggio dell’informazione che uccide il valore della fotografia; il problema della relazione tra finzione e realtà, tra manipolazione e correttezza, tra comunicazione e informazione.</p>
<p>Il mondo della fotografia tende ormai a considerare superflui  molti aspetti che invece sono ancora al centro di una confusione gigantesca, generata da un sistema dell’informazione che ha completamente dimenticato il semplice concetto di “emersione della verità” nel complesso delle sue infinite variazioni. Scrive Goffredo Fofi su <em>l’Unità</em> del 23 maggio 2011 (pag.23 – <em>La fine della foto-verità</em>): “&#8230;<em>quel che sconcerta è – in Italia con la sola eccezione onesta e rispettosa de L’Internazionale – l’assenza totale o quasi totale del “genere” fotoreportage, come se i giornali potessero farne tranquillamente a meno</em>”. Ebbene, non siamo certi che le cose siano esattamente così. Poiché analizzando la questione da un altro punto di vista (più interno al sistema fotografia) la situazione potrebbe essere interpretata in un modo opposto: l’espulsione del reportage dagli organi di informazione in Italia ha determinato un eccesso produzione di reportage visibile in altri ambiti. E basta ad esempio partecipare a una lettura di portoflio in uno qualsiasi degli innumerevoli festival fotografici italiani per rendersene conto.</p>
<p>Ed allora in questo caos in cui ogni elemento possibile di analisi ma anche il suo esatto contrario determinano una condizione di incomprensibilità dei problemi, l’unico modo per cercare di andare al nocciolo delle questioni è quello di fermarsi e procedere a un’indagine libera e, almeno nelle speranze, fuori sistema e anticonvenzionale. È proprio ciò che abbiamo provato a fare noi di <em><strong>Punto di Svista</strong>,</em> insieme a <strong><em>Officine Fotografiche, </em></strong>ideando e organizzando la prima edizione de <em>Le Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo.<br />
</em>Tre giorni di intenso confronto, di approfondimenti, di dialoghi senza barriere, di analisi e tentativi di capire ragionando al di là delle coordinate del sistema-fotografia. Il format di queste giornate di studio era stato pensato basando tutto sulla struttura della conversazione e del confronto con il pubblico. È ciò che si è provato a fare con il sociologo <strong>Giovanni Fiorentino</strong> e il semiologo <strong>Paolo Peverin</strong>i, con la fotografa polacca <strong>Monika Bula</strong>j, i fotogiornalisti <strong>Giorgio Cosulic</strong>h e <strong>Stefano Snaidero</strong> e l’apporto di moderatori come <strong>Orith Youdovich</strong>, <strong>Valentina Trisolino</strong>, <strong>Alfredo Covino</strong> e <strong>Emilio D’Itri</strong>. Dialoghi serrati che si sono concretizzati in territori che non prevedevano luoghi comuni e timori di alcun genere. Opinioni forti, precise e diverse (a volte) collocate una dietro l’altra nel palcoscenico del confronto e dello scambio.</p>
<p>Cosa è emerso da queste giornate di studio inziate con un mio seminario sull’auto-rappresentazione fotografica del popolo israeliano nella propria condizione decennale di elemento di un conflitto bellico che sembra non poter terminare mai?<br />
In primo luogo, che per comprendere i meccanismi della fotografia documentaria e del fotogiornalismo è necessario allargare lo sguardo e cercare di tenere presente come le altre discipline visuali (fotografia contemporanea, videoarte, cinema) si occupano degli stessi temi al centro della produzione fotografica mondiale legata all’informazione. Questo procedimento di studio permette di riflettere con respiro più ampio sull’essenza delle immagini e sulla fragilità del rapporto tra fotografia e realtà oggettiva e univoca dei fatti. Tra i tanti argomenti trattati nei tre giorni è emerso quello del cosiddetto “effetto di realtà” e quello conseguente della questione della presa di coscienza dell’eccesso di responsabilità (al limite della mitizzazione) che forse è stato dato ai fotogiornalisti e alle loro immagini.</p>
<p>Altro punto su cui si è discusso è quello che Goffedo Fofi nel suo articolo su <em>L’Unità </em>sintetizza come: “&#8230;una brutalità che faccia colpo, e che spesso sfiora l’effettaccio”. Abbiamo mostrato una fotografia (di reportage?&#8230;documentaria?&#8230;, non sappiamo) che privilegia la sfera umana, la condizione delle persone raffigurate lontano dal pericolo dello stereotipo occidentale e dello sguardo neo-colonialista di certa fotografia di oggi.<br />
E poi ancora, abbiamo affrontato in modo preciso l’argomento più di attualità, cioè quello riassunto nella domanda: “cosa vuol dire essere fotogiornalisti oggi?”. Da quest’ultima discussione è venuta fuori con chiarezza, ancora una volta, la madre di tutte le problematiche: cioè l’effettiva mancanza di libertà di espressione che riguarda i fotogiornalisti di oggi, costretti a produrre in maniera asettica solo immagini di un certo tipo (“&#8230;altrimenti nessuno li farà lavorare”) secondo quelle che sono le regole di stile (e comunicative) imposte proprio dai mass-media, fattore che determina un corto circuito della democrazia nell’ambito dell’informazione.</p>
<p>Argomenti complessi e sostanziosi, temi in qualche caso scomodi e fastidiosi, aspetti che abbiamo voluto affrontare non con sterile spirito polemico fine a se stesso ma con la volontà di scardinare i meccanismi dell’assuefazione e della disillusione, a favore della fotografia documentaria e del fotogiornalismo e non contro, e nel tentativo di riportare il fotografo al centro del processo informativo e divulgativo e di toglierlo da quell’angolo privo di prospettiva professionale e creativa in cui è stato collocato dalla tirannia di un mercato della fotografia caratterizzato dal doping del conformismo e dell’assenza di stile.</p>
<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/giornate_studio-peverini-fiorentino-debonis.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2309" title="giornate_studio-peverini-fiorentino-debonis" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/giornate_studio-peverini-fiorentino-debonis.jpg" alt="" width="300" height="188" /></a> <a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/giornate_studio-bulaj-trisolino-youdovich.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2310" title="giornate_studio-bulaj-trisolino-youdovich" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/giornate_studio-bulaj-trisolino-youdovich.jpg" alt="" width="270" height="180" /></a> <a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/giornate_studio_fotogiornalismo-alfredo_covino-giorgio_cosulich-stefano_snaidero-emilio_ditri.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2342" title="giornate_studio_fotogiornalismo-alfredo_covino-giorgio_cosulich-stefano_snaidero-emilio_ditri" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/giornate_studio_fotogiornalismo-alfredo_covino-giorgio_cosulich-stefano_snaidero-emilio_ditri.jpg" alt="" width="300" height="166" /></a></p>
<p>© Punto di Svista 05/2011<br />
<span class="blubold"><br />
IMMAGINI</span><br />
1  18 maggio 2011 &#8211; Seminario di Maurizio G. De Bonis<br />
2  19 maggio 2011 &#8211; Maurizio G. De Bonis dialoga con Paolo Peverini e Giovanni Fiorentino<br />
3  19 maggio 2011 &#8211; Valentina Trisolino e Orith Youdovich dialogano con Monika Bulaj<br />
4  20 maggio 2011 &#8211; Alfredo Covino dialoga con Giorgio Cosulich e Stefano Snaidero<br />
Tutte le immagini sono di Luisa Carcavale</p>
<p><span class="blubold">INFORMAZIONI</span><br />
Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo<br />
A cura di Punto di Svista e Officine Fotografiche<br />
18 &#8211; 20 maggio 2011</p>
<p><span class="blubold">LINK</span><br />
<strong><a href="http://www.puntodisvista.net/2011/05/giornate-di-studio-sulla-fotografia-documentaria-e-il-fotogiornalismo-roma/">PUNTO DI SVISTA. Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo. Roma 18-20 maggio 2011. Il programma </a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>


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		<title>Liberi pensieri sul IV Ritiro di Studi sulla Fotografia di Prato</title>
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		<pubDate>Sun, 22 May 2011 18:03:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Papi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/pier_paolo_pasolini-uccellacci_uccellini.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2247" title="pier_paolo_pasolini-uccellacci_uccellini" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/pier_paolo_pasolini-uccellacci_uccellini.jpg" alt="" width="300" height="158" /></a>Sono diversi giorni che prendo appunti, cercando di fissare idee e sensazioni, al fine di scrivere un testo che possa riassumere l&#8217;esperienza condivisa a Prato. Ma ogni volta mi sembra di perdere il filo, di togliere spessore alla verità. Per questo ho deciso di scrivere di getto, lasciando scorrere le sensazioni ancora vive. Probabilmente tralascerò alcune cose, non avendo preso nessun appunto scritto, e vi chiedo scusa in anticipo, ma vorrei  essere il più possibile sincero, compiendo un atto puramente estetico, nel senso di atto di pura percezione.</p>
<p>E&#8217; stata la mia prima esperienza a Prato. Avevo molte aspettative, avevo anche paura di essere inadeguato a questo tipo di lavoro. Ma la cosa che subito mi ha stupito, cancellando ogni timore o dubbio (che comunque ognuno di noi dovrebbe avere sempre, per quella ricerca critica che permette la crescita) è stata una commovente (nel senso di movimento condiviso) unità di intenti. Anche per questo non sento l&#8217;esigenza di riportare sempre i nomi di chi ha portato cosa, proprio perché, come affermava Deleuze, l&#8217;io, il &#8220;je&#8221;, non ha alcun senso, perché non si può riallacciare a nessuna categoria. E anche perché ho sentito che in questi giorni c&#8217;è stato solamente il &#8220;noi&#8221;.</p>
<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/alfredo_covino.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2294" title="alfredo_covino" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/alfredo_covino.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>E partirò proprio da Deleuze, di cui abbiamo visto alcuni estratti video delle sue lezioni universitarie all&#8217;università di Parigi Vincennes, e al suo concetto di punto di vista, che definire illuminante è un eufemismo. Per Deleuze il soggetto è il punto di vista, inteso come quella piega della realtà (di cui non esistono delle varianti, ma che è una sola) che ognuno di noi vede con estrema chiarezza, e di cui gli altri possono avere solamente una visione nebulosa, entrando nel suo cono d&#8217;ombra. Di conseguenza la realtà è l&#8217;insieme dei punti di vista di tutti noi. E questa affermazione ci illumina sul fascismo imperante che cerca di vincolare l&#8217;arte secondo i dettami di pochi personaggi che hanno (pensano di avere?) potere, personaggi che non intendono proporre il loro punto di vista, ma imporlo.</p>
<p>La cosa più significativa che ho sentito è stata l&#8217;assenza di questa dittatura del pensiero, la possibilità di proporre il proprio punto di vista e di farlo intuire agli altri, per costruire una realtà condivisa. Questo modo di muoverci l&#8217;ho inteso come un atto di amore, proprio come un atto di amore è stata la prima fotografia che abbiamo visto, un&#8217;immagine che ritrae il fotografo e scrittore francese Denis Roche a passeggio con la moglie. Denis Roche realizza, tramite la tecnica dell&#8217;autoscatto ritardato e all&#8217;accostamento di contatti successivi, una serie di fotografie apparentemente quotidiane, familiari, ma profondamente complesse, che costruiscono la sua vita, che nel rapporto di amore con la moglie diventa una preparazione alla morte (esempio ne è la serie fotografica <em>Le Pont-de-Montvert</em>, 1971/2005).</p>
<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/giovanna_gammarota.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2270" title="giovanna_gammarota" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/giovanna_gammarota.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Il tema della morte è stato centrale: inevitabilmente connesso alla fotografia (dall&#8217;uso di ritrarre i defunti, le cosidette &#8220;Sleeping Beauties&#8221; in epoca Vittoriana al concetto di fotografia come &#8220;memento mori&#8221;, come scriveva Susan Sontag), si è ampliato a molte altre riflessioni; una morte soprattutto intesa come fine di un percorso, che solamente con la delimitazione di un termine acquista un senso. Un percorso che può variare continuamente, a volte senza una presunta coscienza, per rivelarsi all&#8217;improvviso (fotografia come rivelazione, manifestazione), come nel lavoro fotografico che ci ha proposto <strong>Giovanna Gammarota</strong>, ripulito da impostazioni coscienti, che ha trovato la sua necessaria via di fuga verso l&#8217;intimità con il paesaggio.</p>
<p>Un percorso, come quello di <strong>Alfredo Covino</strong>, che si trova ad un bivio, ma che troverà la sua naturale continuazione, perché per lui la fotografia è necessaria come lui è necessario alla fotografia, dal momento che ha il coraggio di oltrepassare la visione monolitica e fallace di fotogiornalismo come ri-proposizione della realtà. Un percorso, quello di <strong>Orith Youdovich</strong>, che ci ha fatto riflettere sulle rovine, su come noi le percepiamo, su quello che ci raccontano e nascondono, sul diverso impatto che hanno le rovine antiche e quelle moderne, sulla luce piena che rivela il mistero.</p>
<p>La luce e il mistero rimandano alla ricerca di Medardo Rosso, che affermava: &#8220;Niente è materiale nello spazio..noi non siamo che scherzi di luce&#8221;. Lo stesso Rosso usava la fotografia per impressionare le sue opere, le quali, illuminate dalla luce artificiale, si smaterializzano e diventano evanescenti. Realtà apparente, morte, evanescenza: questi tre elementi si trovano nel realismo magico di Julio Cortàzar, nelle sue &#8220;case occupate&#8221; da qualcosa che c&#8217;e&#8217; ma non si vede, come non si vede quel qualcosa che domina la casa ri-occupata da Marco Giovenale, che cerca di combattere i suoi fantasmi con le foto/poesie che raccontano il suo rapporto con uno spazio che non c&#8217;è più.</p>
<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/orith_youdovich-polvere1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2292" title="orith_youdovich-polvere" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/orith_youdovich-polvere1.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Forse chi leggerà questi pensieri, eccetto chi ha condiviso questa esperienza, difficilmente riuscirà a capirci qualcosa. Ma io voglio ulteriormente complicare le cose, e scrivere tutte le immagini che mi vengono in mente adesso: la corsa di Ninetto Davoli sulle rovine di un acquedotto romano, un angelo della borgata; lo sguardo da bambino curioso che ha sempre <strong>Pietro D’Agostino</strong>, e che è speciale e commuove; il dispiacere di essere privati della presenza di <strong>Silvia Bottani</strong> quasi subito; il volto pallido ed emaciato di Toby Dammit (contributo di <strong>Andrea Papi</strong><em>. n.d.r.)</em> che va incontro al suo fantasma; la timidezza e l&#8217;umiltà di <strong>Valentina Trisolino</strong>, nascoste da un&#8217;apparente sicurezza; l&#8217;empatia per Alfredo Covino; la tensione e lo smarrimento di Ingrid Bergman; gli sciami di lucciole nella notte; le inquadrature &#8220;sbagliate&#8221; di Robert Bresson; i cigni e le papere che non si accoppiano; e poi altro e altro ancora. Alla fine di questo viaggio ci siamo chiesti: qual&#8217;è stato il senso di tutto questo? O come direbbe il nostro spirito guida Deleuze: qu&#8217;est-ce que ça veut dire?</p>
<p>Io non so se ogni cosa debba avere per forza un senso. A dir la verità non so quasi niente, e ne sono contento, perché sento la necessità continua di imparare. Credo che abbiamo gettato tutti la maschera, cercando di essere il più possibile puliti, come la protagonista de <em>La Collectionneuse</em> di Eric Rohmer, che vive le sue esperienze senza farsi domande, senza farsi appesantire da strutture borghesi benpensanti. Tutti abbiamo avuto voglia di mangiarci l&#8217;un l&#8217;altro, di divorarci. E, come dice sempre <strong>Maurizio G. De Bonis</strong>: abbiamo prodotto una gran quantità di escrementi.</p>
<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/denis_roche.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2253" title="denis_roche" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/denis_roche.jpg" alt="" width="163" height="210" /></a> <a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/bracusi-opera_bianco.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2267" title="bracusi-opera_bianco" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/bracusi-opera_bianco.jpg" alt="" width="146" height="209" /></a> <a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/marco_giovenale-casa_esposta.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2273" title="marco_giovenale-casa_esposta" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/marco_giovenale-casa_esposta.jpg" alt="" width="158" height="210" /></a></p>
<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/federico_fellini.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2257" title="federico_fellini" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/federico_fellini.jpg" alt="" width="212" height="180" /></a> <a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/libro_famiglia.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-2263" title="libro_famiglia" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/libro_famiglia.jpg" alt="" width="243" height="183" /></a></p>
<p>© Punto di Svista 05/2011</p>
<p><strong class="blubold"><br />
I PARTECIPANTI  al ritiro di studio sulla fotografia di Prato (maggio 2011)<br />
</strong>Silvia Bottani / Alfredo Covino / Pietro D’Agostino / Maurizio G. De Bonis /  Giovanna Gammarota / Andrea Papi / Valentina Trisolino / Orith Youdovich</p>
<p><strong><span class="blubold">IL FOTOGRAFO di cui si è discusso durante il ritiro</span><br />
</strong>Denis Roche</p>
<p><strong><span class="blubold">I FILM visionati e analizzati</span><br />
</strong><em>L’argent</em> di Bresson<br />
<em>La collezionista </em>di Eric Rohmer<br />
<em>Serious Man</em> dei Fratelli Cohen<br />
<em>Toby Dammit</em> di Federico Fellini</p>
<p><strong class="blubold">SEQUENZE DI FILM</strong><br />
<em>Incontri d’amore</em> dei Fratelli Larrieu<br />
<em>Viaggio in Italia</em> di Roberto Rosselini<br />
<em>Uccellacci Uccellini</em> di Pier Paolo Pasolini;</p>
<p class="blubold"><strong>IMMAGINI</strong><strong> </strong><strong>NEL TESTO<br />
</strong><span style="color: #8c8c8c; font-weight: normal;">1 Frame dal film <em>Uccellacci Uccellini </em>di Pier Paolo Pasolini<br />
</span><span style="color: #8c8c8c; font-weight: normal;">2 © Fotografia di Alfredo Covino<br />
</span><span style="color: #8c8c8c; font-weight: normal;">3 © Fotografia di Giovanna Gammarota<br />
</span><span style="color: #8c8c8c; font-weight: normal;">4 © Fotografia di  Orith Youdovich<br />
</span><span style="color: #8c8c8c; font-weight: normal;">5 Copertina del libro <em>Les preuves du temps</em> di Denis Roche (contributo di Maurizio G. De Bonis)<br />
</span><span style="color: #8c8c8c; font-weight: normal;">6 Copertina del libro <em>Brancusi &#8211; Opera al bianco</em> (contributo di Silvia Bottani)<br />
</span><span style="color: #8c8c8c; font-weight: normal;">7 Copertina del libro <em>La casa esposta</em> di Marco Giovenale (contributo di Pietro D&#8217;Agostino)<br />
</span><span style="color: #8c8c8c; font-weight: normal;">8 Frame del film <em>Toby Dammit </em>di Federico Fellini (contributo di Andrea Papi)<br />
</span><span style="color: #8c8c8c; font-weight: normal;">9 Pagine interne di un libro di famiglia (contributo di Valentina Trisolino)</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo. Roma. A cura di Punto di Svista</title>
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		<pubDate>Sat, 07 May 2011 17:24:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Punto di Svista</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/giornate_studio_foto_documentaria.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2152" title="giornate_studio_foto_documentaria" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/05/giornate_studio_foto_documentaria.jpg" alt="" width="240" height="203" /></a>Si svolgeranno nell’arco di tre giorni, <strong>dal 18 al 20 maggio 2011</strong>, le Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo. Si tratta di un’iniziativa, curata da <strong>Punto di Svista</strong> e  <strong>Officine Fotografiche</strong>, nell’ambito della quale verrà analizzato e discusso questo ampio territorio della fotografia prendendo in esame vari punti di vista e valutando differenti professionalità del settore.</p>
<p>Sono previsti incontri, seminari e dibattiti durante i quali sarà coinvolto il pubblico presente attraverso il dialogo diretto con gli studiosi e gli autori chiamati a partecipare. Lo scopo è quello di affrontare questi significativi generi fotografici in modo approfondito e problematico, senza pregiudizi e soprattutto con il desiderio di cercare di comprendere tutti quegli elementi che riguardano non solo questi campi della fotografia ma anche le questioni di carattere comunicativo e massmediologico connesse a tali discipline.</p>
<p><strong>Tutti gli appuntamenti vedranno dunque docenti, giornalisti, fotografi e operatori del settore interagire con il pubblico presente, anche grazie a proiezioni di immagini che rappresenteranno i testi visuali sui quali discutere.</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><br />
<span class="blubold">PROGRAMMA</span></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Mercoledì 18 maggio 2011. Ore 18.30 – 21.00</strong></p>
<p style="text-align: center;"><span class="normale"><strong>E’ possibile raccontare un conflitto? Modalità contraddittorie della raffigurazione della guerra</strong></span></p>
<p class="normale" style="text-align: center;"><strong>Seminario condotto da Maurizio G. De Bonis</strong></p>
<p>Il primo appuntamento sarà dedicato a un seminario, tenuto dal critico delle arti visive e direttore della testata giornalistica online <em>CultFrame – Arti Visive </em>Maurizio G. De Bonis, sulla spinosa questione della rappresentazione dei conflitti bellici. Attraverso analisi di lavori e di immagini di fotografi internazionali che operano secondo modalità diverse, se non addirittura opposte, sarà possibile affrontare il problema dell’oggettività presunta delle immagini fotografiche nonché il nodo cruciale dell’informazione sugli organi di stampa di oggi. L’argomento verrà affrontato anche dal punto di vista dell’attività teorica di studiosi (critici, docenti, giornalisti) che si accostano all’argomento in questione attraverso lo strumento dell’analisi di tipo culturale, filosofica e intellettuale.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Giovedì 19 maggio 2011. Ore 17.30 – 21.00</strong></p>
<p class="normale" style="text-align: center;"><strong>La questione dell’immagine fotografica, </strong><strong>tra oggettività, soggettività, realtà, ricordo e immaginazione<br />
</strong><strong>Conversazione tra Paolo Peverini e Giovanni Fiorentino</strong></p>
<p class="normale" style="text-align: center;"><strong> </strong>(modera Maurizio G. De Bonis)</p>
<p>Paolo Peverini (docente di Semiotica della Comunicazione Visiva presso la LUISS di Roma) e Giovanni Fiorentino (docente di Sociologia della Comunicazione presso l’Università della Tuscia) dialogheranno sulla questione della natura dell’immagine fotografica e sul complesso tema del rapporto tra fotografia e realtà. In particolare, prendendo spunto dai libri <em>L’occhio che uccide</em> (Giovanni Fiorentino – Meltemi Editore, 2004) e <em>Le immagini raccontano le notizie?</em> (Paolo Peverini, Marica Spalletta – Edizioni UCSI-UniSOB, 2007) i due studiosi si concentreranno sulle problematiche relative alla rappresentazione della realtà nell’ambito della fotografia documentaria e del fotogiornalismo. Si cercherà di far emergere tutte le diverse sfumature che riguardano la fotografia come strumento di divulgazione, informazione e analisi di eventi delle vicende internazionali. Si discuterà, inoltre, anche sulle modalità attraverso le quali il racconto della realtà è collocato nell’ambito dei mass media del terzo millennio.</p>
<p class="normale" style="text-align: center;"><strong>Cercare, scoprire, vedere, raccontare. La fotografia come strumento di conoscenza<br />
</strong><strong>Conversazione con Monika Bulaj</strong></p>
<p class="normale" style="text-align: center;">(moderano Valentina Trisolino e Orith Youdovich)</p>
<p>Incontro con la fotografa polacca Monika Bulaj, attiva da anni sul fronte della narrazione fotografica relativa alla vita di popolazioni, come quella afgana, di cui giunge in occidente solo una parziale e, per certi versi, distorta rappresentazione mediatica. Valentina Trisolino (curatrice e storica della fotografia) e Orith Youdovich (fotografa e direttore responsabile di Punto di Svista – Arti Visive in Italia) dialogheranno con Monika Bulaj per identificare le linee espressive e culturali che guidano il lavoro della fotografa polacca.<br />
Si cercherà, inoltre, di mettere a fuoco il senso del lavoro del fotografo documentarista, tra racconto del presente, ricerca antropologica e esigenza profonda di conoscenza dell’altro</p>
<p style="text-align: center;"><strong><br />
<span class="blubold">Venerdì 20 maggio 2011. Ore 18.30 – 21.00</span></strong></p>
<p class="normale" style="text-align: center;"><span class="blubold"><span class="normale"><strong>Cosa vuol dire essere fotogiornalisti oggi?</strong></span><br />
</span><strong>Dialogo tra Giorgio Cosulich e Stefano Snaidero</strong></p>
<p class="normale" style="text-align: center;"><strong> </strong> (introduce Emilio d’Itri, modera Alfredo Covino)</p>
<p>Confronto dialettico tra Giorgio Cosulich e Stefano Snaidero, fotogiornalisti attivi nel panorama contemporaneo italiano e internazionale, i quali parleranno del loro lavoro sul campo e delle difficoltà che contraddistinguono la loro azione professionale. La conversazione moderata da Alfredo Covino (fotogiornalista e Vice Presidente di Punto di Svista) e introdotta da Emilio D’Itri (Direttore artistico di Officine Fotografiche) sarà incentrata sul tentativo di comprendere il senso del lavoro del fotoreporter e sull’esigenza di mettere a fuoco la relazione tra attività fotogiornalistica, etica, coscienza soggettiva e diritto di cronaca. Fino a che punto ci si può, e ci si deve, spingere nella rappresentazione del reale? Con quale spirito il fotogiornalista guarda il mondo e racconta gli eventi? A queste e altre domande si tenterà di dare risposte possibili con la consapevolezza che i temi di cui si discuterà sono da sempre al centro di complessi dibattiti ancora oggi non del tutto risolti.</p>
<p>Punto di Svista 05/2011</p>
<p><strong><br />
<span class="blubold">INFORMAZIONI</span></strong></p>
<p>Giornate di Studio sulla Fotografia Documentaria e il Fotogiornalismo / A cura di Punto di Svista e Officine Fotografiche<a href="http://www.officinefotografiche.org"><br />
</a>Da mercoledì 18 al venerdì 20 maggio 2011<br />
Presso Officine Fotografiche / Via G. Libetta 1, Roma / Telefono: 06.5125019<br />
Ufficio Stampa: <a href="mailto:press@officinefotografiche.org">press@officinefotografiche.org</a></p>
<p><strong><a href="https://www.facebook.com/event.php?eid=111296988955883" target="_blank">Siamo su Facebook</a></strong></p>
<p><strong><br />
INGRESSO LIBERO<br />
</strong><br />
<span class="blubold"><span style="font-weight: normal;"><span class="blubold">Mercoledì 18 maggio 18.30 – 21.00</span><br />
</span></span><strong><strong><br />
<span class="normale"><strong>E’ possibile raccontare un conflitto? Modalità contraddittorie della raffigurazione della guerra</strong></span></strong><span class="normale"><br />
</span></strong><span class="normale">Seminario condotto da Maurizio G. De Bonis</span></p>
<p><span class="blubold"><span style="font-weight: normal;"><span class="blubold">Giovedì 19 maggio 17.30 – 21.00</span></span></span></p>
<p><strong><span class="normale"><strong>La questione dell’immagine fotografica, tra oggettività, soggettività, realtà, ricordo e immaginazione</strong><br />
</span></strong><span style="color: #006dad;"><span class="normale">Conversazione tra Paolo Peverini e Giovanni Fiorentino</span><br />
</span>(Modera Maurizio G. De Bonis)</p>
<p><strong><span class="normale"><strong>Cercare, scoprire, vedere, raccontare. La fotografia come strumento di conoscenza</strong><br />
</span></strong><span class="blu"><span class="normale">Conversazione con Monika Bulaj</span><br />
</span>(moderano Valentina Trisolino e Orith Youdovich)<br />
<span class="blubold"> </span></p>
<p><span class="blubold">Venerdì 20 maggio 18.30 – 21.00</span></p>
<p><span class="normale"><strong>Cosa vuol dire essere fotogiornalisti oggi?<br />
</strong>Dialogo tra Giorgio Cosulich e Stefano Snaidero</span><br />
(introduce Emilio d’Itri, modera Alfredo Covino)</p>
<p><strong><br />
<span class="blubold">CONTATTI<br />
</span></strong>Punto di Svista – <a href="mailto:info@puntodisvista.net">info@puntodisvista.net<br />
</a>Officine Fotografiche – <a href="mailto:info@officinefotografiche.org">info@officinefotografiche.org</a></p>
<p><strong><span class="blubold">LINK</span><br />
</strong>Punto di Svista – <a href="http://www.puntodisvista.net">www.puntodisvista.net<br />
</a>Officine Fotografiche – <a href="http://www.officinefotografiche.org">www.officinefotografiche.org</a></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>


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