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	<title>Punto di Svista - Arti Visive in Italia &#187; Mostra Internazionale d&#8217;Arte Cinematografica di Venezia</title>
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		<title>Cinema italiano e mancanza di spirito critico</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 12:05:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio G. De Bonis</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/09/mostra_cinema_venezia-amianto.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2829" title="mostra_cinema_venezia-amianto" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/09/mostra_cinema_venezia-amianto-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Ogni anno alla conclusione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, i quotidiani e gli organi di informazione pubblicano consuntivi, editoriali, commenti sull’edizione appena passata. Si scrive del film che ha vinto il Leone d’Oro, sugli altri riconoscimenti, si analizza il palmares cercando di capire se la giuria abbia commesso ingiustizie, se abbia lasciato da parte opere meritevoli oppure se abbia emesso un verdetto in linea con i valori dei lungometraggi in concorso.<br />
Tutto si ripete inesorabilmente sempre uguale, senza particolari sussulti. Non vi tedierò, dunque, con prese di posizione sul <em>Faust</em> di Sokurov (per me, in ogni caso, un capolavoro effettivamente degno del Leone d’Oro), né mi esprimerò in merito al silenzio assoluto cha ha riguardato altre due prove significative come quelle di Roman Polanski (<em>Carnage</em>) e David Cronenberg (<em>A Dangerous Method</em>). “Vincere” o “perdere” a festival come Venezia, Cannes e Berlino fa parte del gioco e chi decide di partecipare a questo tipo di “competizione artistica” conosce perfettamente le regole.<br />
Allora ecco una riflessione sulla Mostra di Venezia, solo per comunicarvi un mio pensiero riguardante lo spazio che avrebbe dovuto ospitare il nuovo palazzo del cinema. L’area si presentava come una linda distesa plastificata sotto cui si nascondeva, collocato sotto terra, un bel quantitativo di amianto. Probabilmente, tutto lo spazio era stato perfettamente messo in sicurezza (anzi ne siamo sicuri) ma sinceramente non mi sono sentito a mio agio sapendo che sotto quell’enorme cratere sigillato, posto proprio davanti al Casinò e al casellario degli accreditati stampa, era sotterrato amianto potenzialmente nocivo per la salute degli esseri umani.</p>
<p>Crateri fisici coperti da plastica bianca, zone allo stesso tempo nascoste e visibili a tutti. Sembra la perfetta metafora della questione di cui vorrei parlare da adesso in poi.<br />
Voglio iniziare dalle parole pronunciate da Marco Bellocchio in occasione della consegna del Leone alla carriera. Secondo quanto riportato da alcuni organi di informazione il regista de <em>I Pugni in tasca</em> avrebbe detto in merito al cinema italiano di oggi: “Tutti su buttano sulla commedia &#8211; poveramente, miseramente &#8211; perché ha avuto successo; invece bisognerebbe cercare strade nuove&#8221;.<br />
Dichiarazione durissima che avrebbe meritato da parte della stampa e della critica cinematografica (ma anche da parte degli autori) l’avvio di un dibattito, prese di posizione; insomma un confronto culturale anche aspro. Invece, poco o niente. Bellocchio, uno degli ultimi maestri italiani in attività, spara una cannonata sul cinema di casa nostra (a mio modesto giudizio a ragione) e la cosa passa quasi nell’indifferenza generalizzata.<br />
Come è possibile ciò? Perchè nessuno (e se qualcuno l’ha fatto magari ce lo faccia sapere poiché non abbiamo potuto leggere tutti i giornali del paese) tra i registi e i critici italiani ha sentito l’esigenza di avviare una discussione sul problema (giustamente) sollevato da Marco Bellocchio?</p>
<p>Il tema per chi si occupa di cinema in Italia è in realtà enorme; andrebbe dunque presa al volo l’occasione che Marco Bellocchio ci ha servito su un piatto d’argento. Come sempre, però, si è preferito non agitare le acque perché il cinema italiano, di fatto, è un territorio quasi intoccabile e perché il dialogo (quello vero) tra autori, produttori e giornalisti è inesistente. D’altra parte, la voce della critica sui quotidiani nazionali e sui massmedia (a parte alcune eccezioni) è praticamente spenta. Articoli descrittivi (spesso di non critici), appunti di colore e gossip hanno sostituito le recensioni, e soprattutto gli approfondimenti culturali. E allora i pochi spazi disponibili bisogna gestirli senza fare troppo rumore e senza sollevare polveroni (per carità).</p>
<p>Tale situazione mi obbliga ad affrontare lo spinoso caso della proiezione stampa del film di Cristina Comencini: <em>Quando la notte</em>. Come forse saprete, in sala Darsena alla proiezione destinata agli accreditati stampa (ma penso siano entrati anche i cosiddetti “cinema”, cioè accrediti culturali non appartenenti all’area giornalistica), il film della Comencini è stato accompagnato da risate e da fischi. Cristina Comencini e il suo produttore non l’hanno presa bene. Anzi, l’hanno presa malissimo. Certamente, non è piacevole per un autore sopportare fischi e risate. Ci ha sorpreso qualcos’altro, cioè il fatto che invece di discutere sul film (e sulle ragioni che hanno spinto la stampa a rumoreggiare) molti giornalisti abbiano cercato in maniera moralistica di stigmatizzare il comportamento di altri colleghi (forse un po’ troppo esuberanti) che avevavo osato contestare un lungometraggio, come se tale comportamento fosse qualcosa di vergognoso, un atto di lesa maestà.</p>
<p>Ebbene, cerchiamo di chiarire alcuni punti. Chi scrive non ha sentito alla Sala Darsena insulti verso la regista, come qualcuno ha affermato. Solo risate e fischi. Non è la prima volta (e non sarà l’ultima) che capita una cosa del genere. E’ successo ad Avati e a Placido (e in passato anche a lungometraggi non italiani). Se si decide di partecipare alla Mostra di Venezia, bisogna essere consapevoli che situazioni del genere si possono verificare. Come già detto, ogni gioco ha le sue regole.<br />
Chi si è indignato moralisticamente (lo ripeto) per la contestazione all’opera della Comencini evidentemente non ricorda che il dissenso nel mondo dell’opera lirica viene da sempre manifestato apertamente anche durante le grandi prime, nei teatri più importanti del mondo. Qualcuno potrà dire che nella lirica è il pubblico a fischiare, non la stampa.  E’ vero, ma non si può neanche evitare di evidenziare come i festival cinematografici generino da sempre fenomeni di forte partecipazione di derivazione “cinefila”. E’ impossibile considerare la stampa cinematografica come qualcosa di graniticamente ingessato e paludato (in sala Darsena al Lido ci sono migliaia di accreditati di tutto il mondo). Dunque, può anche succedere che ci siano fischi e manifestazioni di palese disapprovazione.<br />
In fin dei conti, si tratta di comportamenti che scaturiscono da un potente senso di attaccamento alla settima arte (esattamente ciò che succede nella lirica), di passione (magari mal incanalata, ma autentica), che altre forme d’arte meno popolari hanno ormai dimenticato.<br />
Episodi come quelli capitati alla Comencini non possono forse essere considerati formidabili veicoli di amplificazione mediatica? Se <em>Quando la notte</em> fosse passato nell’indifferenza generale non sarebbe stato più deprimente?<br />
Ed ancora: i fischi sono stati indirizzati al lavoro di un’autrice il cui cognome è molto conosciuto. Mi domando: ci sarebbero state tutte queste indignazioni pubbliche se i fischi fossero stati diretti, ad esempio, al film dell’esordiente Pacinotti? Come mai alcuni organi di informazione hanno preferito difendere a spada tratta la regista (riguardo un episodio ininfluente di cui tutti si dimenticheranno presto) invece di dare spazio a un’analisi approfondita della pellicola in questione?</p>
<p>Ebbene, temo sinceramente che ci sia in Italia una malattia culturale tragica: l’assenza di spirito critico. Questa assenza è accompagnata dalla “paura di esprimere idee e  opinioni controcorrente” e dal desiderio di non “turbare” troppo un certo settore della produzione culturale italiana. In sostanza, è sempre meglio mantenere buoni rapporti piuttosto che dire con sicerità ciò che si pensa realmente.<br />
Nell’ambiente giornalistico/cinematografico (che conta) questa realtà è visibile con chiarezza. Basta vedere scritte sui nostri giornali frasi come “&#8230;riscossa del cinema italiano” (solo perché una giuria ha deciso di dare un premio al film di Crialese) per capire che c’è qualcosa che non quadra. Chi può essere credibile nel dichiarare che esiste una riscossa del cinema italiano a causa di un premio che non vuol dire poi granché?<br />
Non è che nel nostro paese ha ormai attecchito l’idea che è meglio non dare fastidio a quelli che di fatto sono stati trasformati, magari senza che loro se ne siano resi conto, in intoccabili? Purtroppo, questo triste atteggiamento è in gran voga sui nostri organi di informazione. Ecco un altro esempio (tra i molti che potrebbero essere fatti): chi ardirebbe, in Italia, affermare che Roberto Benigni è un cineasta di livello modesto, come effettivamente è?<br />
Vi lascio riflettere su quest’ultima domanda, che forse meriterebbe un altro lungo articolo. Mettere troppa carne al fuoco, infatti, e come non metterne per niente.</p>
<p>© Punto di Svista 09/2011</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span class="blubold">IMMAGINE</span><br />
Cratere del Nuovo Palazzo del Cinema di Venezia, 2011. Cantiere sigillato a causa dell&#8217;amianto. Fotografia ©Orith Youdovich</p>
<p><span class="blubold">LINK</span><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2011/09/quando-la-notte-film-cristina-comencini/" target="_blank">CULTFRAME. Quando la notte. Un film di Cristina Comencini</a><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2011/09/carnage-film-roman-polanski/" target="_blank">CULTFRAME. Carnage. Un film di Roman Polanski</a><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2011/09/dangerous-method-film-david-cronenberg/" target="_blank">CULTFRAME. A Dangerous Method. Un film di David Cronenberg</a><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2011/09/faust-film-aleksandr-sokurov/" target="_blank">CULTFRAME. Faust. Un film di Aleksandr Sokurov</a><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2011/09/terraferma-film-emanuele-crialese/" target="_blank">CULTFRAME. Terraferma. Un film di Emanuele Crialese</a><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2010/02/marco-bellocchio/" target="_blank">CULTFRAME. Maestri del cinema. Marco Bellocchio</a></p>
<p>&nbsp;</p>


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		<title>26° Settimana Internazionale della Critica. 68° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jul 2011 15:33:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Punto di Svista</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/07/hernan_belon-el_campo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2715" title="hernan_belon-el_campo" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/07/hernan_belon-el_campo-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Dalle tracce filmiche disseminate nel programma di questa 26. Settimana Internazionale della Critica, si decifra una geografia del contemporaneo precisa, dura, sconcertante. Anche perché a disegnarla sono autori esordienti, tutti piuttosto giovani, che mettono in scena con coraggio estetico e disinvolto uso del mezzo, un’attualità spesso disperante, dove non solo le condizioni esistenziali (e non sempre e solo giovanili) sono messe a dura prova, ma anche le sicurezze ambientali, il rapporto con le risorse naturali del pianeta,  i tentativi di conciliazione per le conseguenze dei flussi migratori.</p>
<p>E se la visione complessiva che emergeva, ad esempio, all’ultimo Festival del Cinema di Cannes era quella di un immaginario contemporaneo legato a temi che spesso alludevano ai disagi infantili, agli abusi, alle forme estreme di conflittualità presenti nell’organismo fondante della “famiglia” (si pensi solo allo splendido film di Malick), anche noi, nel selezionare il nostro programma di film ci siamo imbattuti in una manciata di ottimi film che con il tema della “famiglia” flirtavano spesso e volentieri. Convincendoci così che attorno alle dinamiche del conflitto familiare, sia esso vissuto in chiave drammatica o, più sporadicamente, di commedia, ruoti l’estrema e disperata ricerca di un cinema che ancora ama farsi portatore di segnali di rinnovamento in una realtà di crisi globalizzata.</p>
<p>Nove film, quelli di quest’anno, nove opere prime tutte in prima mondiale, considerati anche i film d’apertura e chiusura che pur non partecipando al concorso rientrano a pieno titolo nel discorso fatto prima, che raccontano di cose diverse in forme diverse, eppure tutti sintonizzati sulla stessa emergenza espressiva, che è quella che più ci interessa: uno sguardo, un’intensità, finanche una forza bruta nel gesto filmico.</p>
<p>Paesi diversi, due film italiani, molta Europa, America latina, l’assenza dell’Oriente, dell’Iran, degli Stati Uniti (ma c’è il Canada): senza cercare motivazioni forzate, può essere un caso, una circostanza, un semplice avvicendamento anche nei nostri gusti. A volte colpisce però la conferma: in questo senso quello che sembra avvertirsi di positivo, nel giovane cinema italiano, al di là e a dispetto della crisi economica e politica che fa della cultura un peso di cui liberarsi e non un valore e un diritto di tutti, è una certa sfrontata libertà, un coraggio anche immaturo ma di grandissimo valore, che non produce necessariamente opere di sicura ma media intensità (come ad esempio fa da anni il cinema francese, da sempre attento ai propri esordienti), piuttosto film forse imperfetti ma animati da una forza e da un’urgenza che li rendono ancora di più necessari.</p>
<p>Un bel raccolto, a nostro avviso, che si evidenzia nelle nostre due scelte: <em>Là-bas</em>, del napoletano Guido Lombardi, inserito fra i sette film del concorso, è un film teso e duro, che restituisce con uno sguardo che oscilla fra il taglio quasi documentaristico e il genere gangster-noir, la visione da vicino delle condizioni di vita di una comunità di emigrati africani sul litorale campano, alludendo neanche troppo velatamente alle vicende drammatiche che bagnarono di sangue proprio quei territori nel settembre del 2008. Un <em>all-black movie</em> che mescola etnie, idiomi, culture, non preoccupandosi di offrire una visione ideologica o consolatoria, osservando anzi con rigore e partecipazione le motivazioni che spingono immigrati in cerca di una vita migliore “lontano” dalla loro terra a contaminarsi con la peggiore criminalità camorristica locale.</p>
<p>Con <em>Missione di pace</em>, del toscano Francesco Lagi, che programmiamo fuori concorso in chiusura dei nostri giorni veneziani, offriamo il nostro apporto alla definizione di quelle che potrebbero essere le strade da imboccare da parte del genere “commedia”: qui siamo dalle parti della satira grottesca dei film militaristi e insieme antimilitaristi, una sorta di mix scanzonato e ridanciano di armate monicelliane, di soldati alla Salvatores, di irriverenze alla Richard Lester o alla Robert Altman. Una delle tante missioni di pace nei territori balcanici, un giovane pacifista convinto ma esageratamente velleitario che piomba nella compagnia di soldati capitanata dal padre Silvio Orlando, con il quale i conflitti sono arrivati all’apice (la famiglia, dicevamo), la cattura di un pericoloso criminale di guerra (episodio di grande attualità nel momento stesso in cui scriviamo). Il tutto espresso con  una sana e scatenata fantasia.</p>
<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/07/michale_boganim-terre_outragee.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2717" title="michale_boganim-terre_outragee" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/07/michale_boganim-terre_outragee.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Di tutto il programma, che si apre con l’altro film fuori concorso, lo svedese <em>Stoccolma Östra</em> di Simon Kaijser da Silva, un piccolo gioiello di tensione drammatica con un cast strepitoso di attori, dramma familiare ma anche storia d’amore sulla elaborazione di un lutto e di un senso di colpa, leggerete con attenzione le schede accurate che abbiamo preparato. Vale solo la pena di sottolineare le curiosità più interessanti degli altri sei film in concorso: dall’argentino <em>El Campo</em> (ma attenzione, che l’esperimento produttivo riguarda anche energie e capitali italiani, con Cinecittà Luce che si è fatta artefice di un progetto molto interessante di co-produzione con l’America Latina), una storia di crisi di coppia che si svolge in una casa di campagna che sembra sempre sul punto di trasformarsi in un thriller, ma che affascina per la sua capacità di raccontare lo spaesamento, lo smarrimento che si nasconde dietro le consolidate forme del rapporto coniugale; all’altro film latino americano, <em>El lenguaje de los machetes</em> del giovane messicano Kyzza Terrazas, compagno di lavoro e di avventura delle due più famose giovani star del cinema di quelle parti, Gael Garcia Bernal e Diego Luna. Una storia raccontata con stile concitato e nevrotico, come l’energia dei due protagonisti, una giovane coppia di sbandati, lei cantante punk lui video maker militante con simpatie zapatiste, che meditano il gesto estremo terroristico, ma che scontano la loro diversa consapevolezza del presente.</p>
<p>Tutto inserito in quel discorso sulla “famiglia” di cui dicevamo prima, il sorprendente film tedesco<em> Totem</em>, di Jessica Krummacher: le tipiche crudeltà di certo cinema alla Haneke o alla Seidl, nella storia di una giovane domestica che viene inserita da una famiglia borghese in un gioco al massacro e nelle asfissianti geometrie di controllo e comando determinate dal senso di insoddisfazione e di crisi di una classe sociale; e ancora una famiglia in pieno dramma la ritroviamo nel canadese <em>Marécages</em>, di Guy Édoin, dove sullo sfondo di una crisi e di una siccità che mettono a dura prova il lavoro degli allevatori, si consuma una vera tragedia, raccontata con stile sicuro, poetico ma anche crudo. La crisi economica, capace di trasformare una donna borghese in una “nuova povera”, costretta a vivere in un’auto per strada in attesa di farsi assegnare una casa popolare: <em>Louise Wimmer</em>, la protagonista dell’omonimo film di Cyril Mennegun, rifiuta aiuto e compassione, si muove decisa e anche scostante verso il superamento del suo stato di degradazione (del corpo e dell’identità), in un film che annuncia la scoperta di un nuovo autore francese.</p>
<p>E, per finire, un altro film che piomba sull’attualità raccontando, a distanza di 25 anni (ma nell’anno della catastrofe giapponese), il tragico incidente nucleare di Cernobyl, che causò la morte e la contaminazione di migliaia di persone: <em>La terre outragée</em>, una produzione franco-ucraina realizzata dalla documentarista franco-israeliana Michale Boganim racconta, questa volta in termini di finzione, la vicenda di vari personaggi e di famiglie distrutte dall’evento, osservandola in due contesti temporali diversi, quello del giorno dell’incidente e, poi, dieci anni dopo la catastrofe, e lo fa con uno stile raffinato e coinvolgente, poetico e intenso, in un esordio di altissima qualità.</p>
<p><em>Francesco Di Pace<br />
Delegato generale SIC</em></p>
<p>Punto di Svista 07/2011</p>
<p><em><br />
</em></p>
<p>I film in concorso della <strong>26. Settimana Internazionale della Critica </strong>concorrono a due premi:</p>
<p><strong>1. Premio del pubblico “KINO” alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia 2011</strong></p>
<p>I sette film in competizione partecipano al <strong>Premio del pubblico “KINO”</strong> del valore di 3.000 euro messi a disposizione da questa nuova realtà romana per la promozione e la diffusione del cinema di qualità, che ha sede nei locali di uno storico cineclub situato nel quartiere Pigneto.</p>
<p><strong>2. Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”</strong></p>
<p>I sette film in competizione concorrono inoltre, insieme a tutti gli altri lungometraggi d’esordio presenti nelle sezioni competitive della Mostra, al <strong>Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”</strong>del valore di 100.000 USD.</p>
<p>Anche quest’anno la Settimana Internazionale della Critica si avvale dell’importante sponsorizzazione di <strong>BNL – Gruppo BNP PARIBAS,</strong> una banca da sempre attiva nel sostegno al cinema italiano e alle manifestazioni cinematografiche internazionali.</p>
<p>Si ringraziano inoltre per il loro contributo Atlantide Entertainment/Indieframe.tv, Lancia.</p>
<p><strong>I sette film in concorso:</strong></p>
<p><strong>El campo</strong> (<em>Il campo</em>) di Hernán Belón<br />
Argentina, 2011 – <em>World Premiere</em></p>
<p><strong>El lenguaje de los machetes</strong> (<em>Il linguaggio dei machete</em>) di Kyzza Terrazas<br />
Messico, 2011 – <em>World Premiere</em></p>
<p><strong>Là-bas </strong>(<em>id.</em>) di Guido Lombardi<br />
Italia, 2011 – <em>World Premiere</em></p>
<p><strong>La terre outragée</strong> (<em>La terra oltraggiata</em>) di Michale Boganim<br />
Francia-Ucraina, 2011 – <em>World Premiere</em></p>
<p><strong>Louise Wimmer</strong> (<em>id</em>.) di Cyril Mennegun<br />
Francia, 2011 – <em>World Premiere</em></p>
<p><strong>Marécages </strong>(<em>Acquitrini</em>) di Guy Édoin<br />
Canada, 2011 – <em>World Premiere</em></p>
<p><strong>Totem</strong> (<em>id.</em>) di Jessica Krummacher<br />
Germania, 2011 – <em>World Premiere</em></p>
<p><strong><em>Film di apertura – Fuori Concorso<br />
</em></strong><strong>Stockholm Östra</strong> (<em>Stoccolma Est</em>) di Simon Kaijser da Silva<br />
Svezia, 2011 – <em>World Premiere</em></p>
<p><strong><em>Film di chiusura – Fuori Concorso<br />
</em></strong><strong>Missione di pace</strong> di Francesco Lagi<br />
Italia, 2011 – <em>World Premiere<br />
Evento speciale a sorpresa in collaborazione con le </em>Giornate degli Autori<br />
<span class="blubold"><br />
IMMAGINI</span><br />
1 Frame del film  <strong>El campo</strong> (<em>Il campo</em>) di Hernán Belón<br />
2 Frame del film <strong>La terre outragée</strong> (<em>La terra oltraggiata</em>) di Michale Boganim</p>
<p><strong><span class="blubold">LINK</span><br />
</strong><a href="http://www.sicvenezia.it/" target="_blank">Settimana Internzionale della Critica, Venezia</a><br />
<a href="http://www.cinecriticaweb.it/" target="_blank"> SNCCI &#8211; Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani</a><br />
<a href="http://www.labiennale.org/it/cinema/index.html" target="_blank"> Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia</a></p>
<p><strong><span class="blubold">SIC 2011 – Commissione di selezione</span><br />
</strong>Francesco Di Pace (<em>Delegato generale</em>)<br />
Goffredo De Pascale<br />
Anton Giulio Mancino<br />
Cristiana Paternò<br />
Angela Prudenzi</p>
<p><strong><span class="blubold">Coordinamento SIC</span><br />
</strong>Claudio Dondi, Eddie Bertozzi, Elena Pollacchi / Palazzo del Cinema / Lungomare Marconi 30126 Lido di Venezia / Tel.: 041 2726679 – Fax: 041 2726520 / <a href="mailto:sicvenezia@gmail.com">sicvenezia@gmail.com</a></p>
<p><strong><span class="blubold">Ufficio Stampa</span><br />
</strong>Barbara Perversi / <a href="mailto:barbara.perversi@gmail.com">barbara.perversi@gmail.com</a> &#8211; <a href="mailto:ufficiostampasic@gmail.com">ufficiostampasic@gmail.com</a> / Cell.: 347 9464485</p>
<p><strong><span class="blubold">Segreteria SNCCI</span><br />
</strong>Patrizia Piciacchia / Largo Leopardi 12 – 00185 Roma -/ Tel.: 06 4824713 – Fax: 06 4825172 / <a href="mailto:sncci@ats.it">sncci@ats.it</a> &#8211; <a href="mailto:sncci.info@gmail.com">sncci.info@gmail.com</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>


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		<title>Cinema italiano di ricerca 1961-1978. 68a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Orizzonti</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 16:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Punto di Svista</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/07/carmelo_bene-hermitage.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2705" title="carmelo_bene-hermitage" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/07/carmelo_bene-hermitage-300x243.jpg" alt="" width="300" height="243" /></a>Si intitola <em>Orizzonti 1961-1978</em> la Retrospettiva della 68. Mostra Internazionale d&#8217;Arte Cinematografica di Venezia 2011 (31 agosto &#8211; 10 settembre), che sarà dedicata al cinema italiano di ricerca anni ’60-’70, e che quest’anno vuole legarsi idealmente a uno dei segnali forti di novità delle recenti edizioni della Mostra di Venezia: la riformulazione di <em>Orizzonti</em>.<br />
“La retrospettiva di quest’anno – ha dichiarato il Direttore Marco Mueller &#8211; ancorata alla sezione <em>Orizzonti</em> e alla sua idea di un cinema aperto e liquido che interroga se stesso come dispositivo linguistico, come tecnica capace di scandagliare e sollecitare la realtà e come forma d’arte che vuole dialogare, con feconda disinvoltura, con le altre forme d’arte, è un contributo alla ricostruzione storica dello sguardo contemporaneo”.<br />
Nuove realtà si precisano all’orizzonte dell’universo cinematografico e, spesso, sfuggono a qualsiasi catalogazione: dalla durata (in)finita di <em>I bambini di Golzow</em> a brevissimi frammenti “rapiti” da Youtube o Myspace. In tale scenario di grande fluidità di immagini, grazie anche a una tecnologia digitale ormai alla portata di tutti, la sezione Orizzonti (nella sua recente riformulazione) si è proposta di mettere a confronto stili e sguardi tra i più diversi, opere che innovano con il tradizionale supporto di celluloide e sperimentazioni elettroniche-digitali.</p>
<p>A questo presente così ricco e magmatico si doveva dare una memoria e sufferire, virtualmente, un passato. Creare cioè, anche attraverso una programmazione retrospettiva mirata, nuove intersezioni tra vecchio e nuovo. Si tratta, ieri come oggi, di opere che rifiutano di appartenere a un determinato campo estetico, perché troppo trasversali o eccentriche, negandosi così alle consuete denominazioni di origine controllata. Di questa memoria &#8220;ad uso Orizzonti&#8221;, un baricentro possibile potrebbe essere quello del film epocale <em>Anna</em> di Alberto Grifi e Massimo Sarchielli, restaurato per l’occasione. Tra i primi film a essere girato in video per poi essere vidigrafato, ovvero trasferito da nastro magnetico in pellicola, <em>Anna</em>, presentato a Venezia nel 1975, ha chiuso emblematicamente una stagione dove politica ed estetica erano indissolubilmente congiunti. Al film girato ha corrisposto la sconfitta esistenziale, l’incapacità di poter cambiare il corso degli eventi, in questo caso la vita della ragazza minorenne incinta, Anna.<br />
Se <em>Anna</em> è un opera di approdo e, al contempo, una riflessione pioneristica dal punto di vista tecnico (anche perché il video consentiva di controllare in modo immediato e totale il materiale girato) i film brevi di Romano Scavolini e Mario Schifano sono il territorio seminale nel quale i due autori-artisti matureranno tecniche e poetiche per i loro lungometraggi a venire.<br />
Il primo, sperimentando sull’immagine, contaminandola di fotografie, illustrazioni, fumetti, usando l’esposizione multipla, o passando dal positivo al negativo, ricorrendo ad un  montaggio rapido con uso frequente dello zoom per descrivere temi e ossessioni a lui care: il ricordo doloroso della guerra, la solitudine, il rapporto uomo/donna. Il secondo, realizzando dei veri e propri diari filmati, con una libertà totale di sguardo, con la stessa compulsività che lo spingeva a fotografare continuamente le persone attorno a lui, per trasformare il reale in ipotesi spaziali da mettere in “quadro”. Cinema sperimentale che incontra quello familiare, domestico, che azzera il linguaggio e che ha in questo azzeramento lo stesso valore dei suoi monocromi in pittura, per cogliere poi con la macchina da presa gesti ed espressioni inaspettate.</p>
<p>Gli<em> orizzonti</em> familiari, dove irrompono, a spezzare ogni equilibrio, il peso della Storia e le suggestioni dell’arte, sono scandagliati e ridefiniti anche da Nato Frascà, pittore (fondatore nei primi anni Sessanta di Gruppo 1), scenografo, regista. Più che cinema sperimentale, cinema di sperimentazione, nel quale l’artista trasforma la pellicola in un magma, dove ribollono gli echi degli anni Sessanta (<em>Kappa</em>) e Settanta (<em>Soglie</em>), filtrati in una chiave intimista e personale.<br />
Le imprese di uno dei più innovativi gruppi artistici sorti a cavallo del ’68, il Laboratorio ’70, poi Gruppo di via Brunetti, formato da Marcello Grottesi, Paolo Matteucci e Gianfranco Notargiacomo e per un periodo dal geniale Gino De Dominicis, sono immortalate dal fotografo e documentarista Mario Carbone in <em>Zoomm, Track!</em>: la ghigliottina trasportata a piazza del Popolo preannunciata dal rullo del tamburo: la rivoluzione è in atto; con i capelli tinti di rosso in sella a un tridem (bicicletta a tre posti), gesto narrato da Pasquale Squitieri sulle pagine di «Paese Sera»: “In Tridem a colori”; il colore rosso all’anilina versato nella fontana di piazza del Popolo (gesto copiato in tempi più recenti).<br />
Spesso il documentario ha rappresentato la forma ideale per liberarsi da qualsiasi gabbia funzionale narrativa. <em>Il respiro</em> e <em>The City</em> sono due ottimi esempi nei quali il documentarista Axel Rupp si libera volentieri di qualsiasi voce off per raccontare con immagini e suoni volti e corpi alla stazione di Roma Termini o alla City di Londra, preannunciando di molti anni le suggestioni visive del cinema di Godfrey Reggio.</p>
<p>Altro artista totalmente libero da formati ed estetiche è stato Paolo Brunatto, recentemente scomparso e al quale si rende omaggio con il suo <em>Vieni, dolce morte…</em> autentico esempio di cinema espanso, perché più che visto, il film va vissuto come esperienza mistica collettiva. Ma l’eccentrico è trasversale e va oltre il consueto cinema “sperimentale” – spesso arroccato in difesa di una storia dell’arte (e del cinema) da considerare intatta – per costituirsi in autentiche zone franche di creatività sommersa. Augusto Tretti è sicuramente tra i cineasti più singolari del cinema italiano (e non solo) grazie a due lungometraggi “inclassificabili” e dalle lunghe traversie produttive e distributive (<em>La legge della tromba</em> e <em>Il potere</em>, che viene riproposto in questa occasione). Utilizzando in modo originale il metodo brechtiano, Tretti è riuscito a scardinare rituali e luoghi comuni del cinema (recitazione impostata e strutture formali del cinema di consumo &#8211; come la bella fotografia, il lusso e lo sfarzo) per arrivare alla più sorprendente messa in scena estetica e contenutistica.</p>
<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/07/fabio_garriba-parenti_tutti.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2708" title="fabio_garriba-parenti_tutti" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2011/07/fabio_garriba-parenti_tutti.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Anche all’interno del Centro Sperimentale di Cinematografia non sono mancate opere borderline, magari nate proprio negli anni inquieti della contestazione. Come i due interessanti saggi di diploma <em>In punto di morte</em> di Mario Garriba e <em>Sul davanti fioriva una magnolia</em> di Paolo Breccia. Girato in soli 15 giorni, con un budget complessivo di 7.819.000 lire, <em>In punto di morte</em> preannuncia il morettismo a venire (<em>Io sono un autarchico, Ecce Bombo</em>&#8230;) mettendo in scena “i sogni d’oro” di un giovane della piccola borghesia (interpretato da Fabio Garriba, fratello gemello del regista) che si rifiuta di crescere, sbeffeggiando e criticando tutti (la madre, gli amici, la ragazza). Splendidamente fotografato da Renato Berta, il film vince il Pardo d’oro come miglior opera prima al Festival di Locarno. Curiosità del destino: il regista Mario Garriba parteciperà come attore a <em>Sogni d’oro</em> e <em>Bianca</em>, entrambi diretti da Nanni Moretti.<em><br />
Sul davanti fioriva una magnolia</em>, fortemente voluto da Roberto Rossellini che fece ottenere all’allora giovane regista ben tremila metri di pellicola, fu presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e piacque a molti, soprattutto a Bernardo Bertolucci. Ma nonostante diversi apprezzamenti critici («memorabile frutto “maudit” fuori stagione, il più limpido dei film ermetici, il più ottimista dei film apocalittici, il più romanzesco dei film didattici») il film è rimasto inedito nelle pubbliche sale. Un peccato perché oltre a essere uno straordinario film-saggio tra Godard, Straub e il Bertolucci di Prima della rivoluzione, vanta un attore protagonista particolare: il futuro regista Peter Del Monte.</p>
<p>Tre titoli compongono in questa retrospettiva lo “spazio Carmelo Bene”: <em>Bis, Il canto d’amore di Alfred Prufrock, Hermitage. Bis </em>di Paolo Brunatto è girato nell’appartamento di Maria Monti a Vicolo del Cinque a Trastevere (frequentato anche dal Living Theatre), Brunatto insieme a Marco Masini filma le prove di Carmelo Bene del primo atto dello spettacolo <em>Il Rosa e il nero</em>, tratto da Lewis, che andrà in scena subito dopo al Teatro delle Muse. Nel film compaiono Bussotti, Braibanti, Gelmetti e il cantautore Silvano Spadaccino, che si soffermano ad analizzare il teatro di Bene. Perfetto esempio di documentario irregolare in quanto, come accadeva nel precedente <em>Un’ora prima di Amleto</em>, Bene si sottrae alle domande di Brunatto.<em> </em>E Brunatto stesso non può far altro che cogliere brandelli di risposta in presa diretta, ma asincrona rispetto alle immagini.<em><br />
Il canto d’amore</em> di Alfred Prufrock è il saggio di diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia di Nico D’Alessandria. Saggio ambiziosissimo supportato dal genio (qui solo verbale) di Carmelo Bene (voce narrante) e di Luciano Berio (che cura la colonna sonora). Il resto è Nico D’Alessandria, mina vagante del cinema italiano, che ha girato, forse, l’opera prima più interessante degli anni Ottanta, <em>L’imperatore di Roma</em>, per poi firmare l’intenso <em>L’amico immaginario</em> e lo sfortunato <em>Regina Coeli</em>, realizzato a distanza di molti anni dalla sceneggiatura. Autore a dir poco marginale, scivolato alla deriva di un cinema italiano sintonizzato su altre dimensioni narrative e spettacolari, qui anche attore di se stesso, al servizio di un dolente testo di Thomas Stearns Eliot, letto, interpretato, manipolato dalla voce di Bene, il cui accento anticipa quello di Volonté in <em>Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto</em> e ben si sposa con le distorsioni sonore prodotte da Berio.<em><br />
Hermitage</em> è un cortometraggio diretto da Carmelo Bene che prende il titolo dall’albergo in cui è stato girato (suite 805 dell’Hotel Hermitage). Il talento di Bene rifulge in tutta la sua grandezza in questo <em>oggetto inclassificabile</em>, 24’ di cinema/anticinema/metacinema, con continui rimandi a se stesso, alla Storia, a storie precedenti e successive, alla coscienza disgregata di un uomo/attore che mette in gioco tutta la sua cultura <em>distruttrice </em>e si smarrisce in essa. <em>Ieri come oggi. Prendere dieci in storia per far contenta sua madre, o uccidere sua madre per far contenta la storia&#8230;</em></p>
<p>Curata da Enrico Magrelli, Domenico Monetti e Luca Pallanch, la retrospettiva <em>Orizzonti 1961-1978</em> è realizzata dalla Biennale in coproduzione con il Centro Sperimentale di Cinematografia <em>-</em> Cineteca Nazionale, ente deputato alla promozione e preservazione del patrimonio cinematografico italiano, con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.</p>
<p><span class="blubold">Verranno presentati</span><br />
ANNA (1972-1975, 225’) di Alberto Grifi<br />
IL POTERE (1972, 83’) di Augusto Tretti<br />
IN PUNTO DI MORTE (1971, 57’) di Mario Garriba &#8211; I PARENTI TUTTI di Fabio Garriba (1967, 19’21’’) &#8211; VOCE DEL VERBO MORIRE (1970, 16’37’’) di Mario Garriba<br />
SUL DAVANTI FIORIVA UNA MAGNOLIA (1968, 111’) di Paolo Breccia<br />
LA QUIETA FEBBRE (1964, 10’10’’) &#8211; DIARIO BEAT (1967, 11’) &#8211; ATTACCO (Zen-Shin) (1970, 11’) LSD (1968-1970) di Romano Scavolini<br />
REFLEX (1964, 8’) &#8211; FERRERI (1966-1969, 12’) &#8211; SOUVENIR (1967, 11’) &#8211; FILM (1967, 15’) &#8211; FOTOGRAFO (1966-1969, 2’32’’), VIETNAM (1967, 7’) di Mario Schifano<br />
VIENI DOLCE MORTE (1967-1968, 50’) &#8211; BIS (1966, 20’26’’) di Paolo Brunatto<br />
HERMITAGE (1967, 26’) di Carmelo Bene<br />
IL CANTO D’AMORE DI ALFRED PRUFROCK di Nico D’Alessandria (1967, 20’)<br />
IL RESPIRO (1964, 8’) &#8211; THE CITY (1961, 8’) di Axel Rupp<br />
ZOOMM, TRACK! (1968, 9’50’’) di Mario Carbone<br />
KAPPA (1965-1966, 47’) &#8211; SOGLIE<em> </em>(1978, 11’) di Nato Frascà</p>
<p><span class="blubold">Eventi della Retrospettiva</span><br />
IL VETTURALE DEL SAN GOTTARDO (1942, 83’) di Ivo Illuminati<br />
L’ACCADEMIA MUSICALE CHIGIANA (9’20’’) di Vittorio Vassarotti e Franco Mannini (scene e costumi di Franco Zeffirelli)</p>
<p>(Dal comunicato stampa)<br />
Punto di Svista 07/2011</p>
<p><span class="blubold">IMMAGINI</span><br />
1 Frame del film <em>Hermitage </em>di Carmelo Bene<br />
2 Frame del film<em> I parenti tutti</em> di Fabio Garriba</p>
<p><span class="blubold">LINK</span><br />
<a href="http://www.labiennale.org/it/cinema/index.html" target="_blank">Mostra Internazionale d&#8217;Arte Cinematografica di Venezia</a></p>
<p>&nbsp;</p>


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		<title>L’apparente solitudine dei cineasti italiani. 67a Mostra Internazionale d&#8217;Arte Cinematografica di Venezia</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Sep 2010 11:41:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio G. De Bonis</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/09/mario_martone-noi_credevamo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1349" title="mario_martone-noi_credevamo" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/09/mario_martone-noi_credevamo.jpg" alt="mario_martone-noi_credevamo" width="300" height="225" /></a>Anche questa 67° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia sì è conclusa con un nulla di fatto per la cinematografia italiana. Quattro film nel concorso (<em>Noi credevamo</em> di Mario Martone, <em>La solitudine dei numeri primi</em> di Saverio Costanzo, <em>La pecora nera</em> di Ascanio Celestini e <em>La passione</em> di Carlo Mazzacurati) mandati un po’ allo sbaraglio in un contesto che vedeva Quentin Tarantino come Presidente della Giuria e, in competizione, autori come Sofia Coppola, Takashi Miike, Monte Hellman e Alex de la Iglesia che sembravano molto più vicini alla mentalità tarantiniana dei cineasti  italiani sopra elencati. E infatti abbiamo visto come è andata a finire.<br />
Ma la questione non riguarda certo le scelte di Marco Müller, che fa autentici salti mortali per far vedere titoli italiani in concorso e che svolge uno dei lavori più difficili e complessi nell’ambito del mondo del cinema (solo chi ha diretto un festival può saperlo), quanto piuttosto la realtà dello stato della nostra cinematografia.<br />
Su quest’ultimo punto siamo chiamati a riflettere, sulla qualità dei nostri prodotti e sull’inevitabile confusione che eventi cinematografici come la Mostra del Cinema di Venezia generano (non volendo) nei non addetti ai lavori. Saremo più precisi.</p>
<p>Prendiamo i due lungometraggi di Martone e Costanzo. Ciò che è venuto fuori dal concorso del Lido è il silenzio assoluto della giuria, un silenzio che certo non farà bene a due opere che avrebbero avuto grande pubblicità grazie a un eventuale premio. <em>Noi credevamo</em> e <em>La solitudine dei numeri primi</em> sono, dunque, accomunati dal medesimo destino festivaliero, ma proprio questo “medesimo destino” è la cartina di tornasole del “pasticcio” culturale che può generarsi nell’ambito di un Festival.<br />
I due lavori sono diametralmente opposti: quanto uno è rigoroso, profondo, ricco di tensione storico-politica, ovvero <em>Noi credevamo</em>, tanto l’altro è sovraccarico, caotico espressivamente vittima di un citazionismo arido e sfrenato, banale, ovvero <em>La solitudine dei numeri primi</em>.<br />
Il grande affresco del Risorgimento portato a termine da Martone è un’opera matura, seria, un film in cui si apprezzano severità formale, limpidezza espressiva, l’elegante recitazione, l’assenza di derive estetizzanti. Anche lo sguardo sulla storia del nostro paese è di acuta lucidità, mai banalmente nazionalistico e retorico. Questi ingredienti stilistici e linguistici hanno consentito a <em>Noi credevamo</em> di manifestarsi al pubblico del Lido come un lavoro di spessore raro in una cinematografia italiana sempre più provinciale, miope e priva di idee e di memoria.<br />
<em>La solitudine dei numeri primi</em> è invece una pellicola inquinata da un eccesso di elementi registici e di riferimenti cinematografici. Ogni sequenza è carica, ridondante e quando le inquadrature e i movimenti di macchina sembrano ritornare alla semplicità di una messa in scena personale ecco venire fuori con prepotenza ingombranti e imbarazzanti citazioni, da Dario Argento a Michelangelo Antonioni, fino addirittura a Stanley Kubrick. Saverio Costanzo ha voluto strafare e probabilmente, un po’ a corto di idee, ha finito per saccheggiare alcuni importanti autori del cinema del Novecento. Il risultato finale è un lungometraggio superficiale e frammentario che non aggiunge nulla alla carriera di un autore che, a nostro modesto parere, è stato sopravvalutato.</p>
<p>Ebbene, nonostante l’abisso che divide i due lungometraggi, ciò che viene fuori è che <em>Noi credevamo</em> e <em>La solitudine dei numeri primi</em> hanno fatto entrambi flop a Venezia. Questa immagine speculare è quanto di più lontano dalla realtà si possa immaginare per i motivi che abbiamo sopra evidenziato. Ma il problema non è tanto questo, quanto piuttosto una campagna giornalistica morbida che non evidenzia con chiarezza il diverso spessore delle opere e che consegna, con questo atteggiamento, entrambi i registi a una reale solitudine artistica. Perché anche le critiche circostanziate (nel caso ad esempio del lavoro di Costanzo) potrebbero essere utili per non far sentire un giovane autore come una zattera alla deriva in mezzo all’oceano.<br />
Ma dovete scusarmi, dimenticavo: Costanzo ha dalla sua una potente corazzata distributiva, ovvero Medusa. Quindi, solo non sarà. Così va la vita.</p>
<p>© Punto di Svista 09/2010</p>
<p><span class="blubold"><br />IMMAGINE</span><br />
Frame dal film <em>Noi Credevamo</em> di Mario Martone</p>
<p><span class="blubold">LINK</span><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2010/09/noi-credevamo-film-mario-martone/" target="_blank">CULTFRAME. Noi Credevamo. Un film di Mario Martone</a><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2010/09/la-solitudine-dei-numeri-primi-film-saverio-costanzo/" target="_blank">CULTFRAME. La solitudine dei numeri primi. Un film di Saverio Costanzo</a><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2010/09/la-passione-film-carlo-mazzacurati/" target="_blank">CULTFRAME. La passione. Un film di Carlo Mazzacurati</a><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2010/09/la-pecora-nera-film-ascanio-celestini/" target="_blank">CULTFRAME. La pecora nera. Un film di Ascanio Celestini</a><br />
<a href="http://www.imdb.it/name/nm0554280/" target="_blank">Filmografia di Mario Martone</a><br />
<a href="http://www.imdb.it/name/nm0182459/" target="_blank">Filmografia di Saverio Costanzo</a><br />
<a href="http://www.imdb.it/name/nm0563473/" target="_blank">Filmografia di Carlo Mazzacurati</a><br />
<a href="http://www.imdb.it/name/nm2141178/" target="_blank">Filmografia di Ascanio Celestini</a></p>


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		<title>25. Settimana Internazionale della Critica &#8211; SIC. La Biennale di Venezia</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 11:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Punto di Svista</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/07/gutierrez_mangansakan-limbunan.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1330" title="gutierrez_mangansakan-limbunan" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/07/gutierrez_mangansakan-limbunan.jpg" alt="gutierrez_mangansakan-limbunan" width="300" height="212" /></a>Famiglie disfunzionali, rapporti conflittuali genitori/figli sullo sfondo di una crisi economica che mette a dura prova l’esistenza quotidiana delle giovani generazioni ma non solo di quelle; movimenti di migrazione miranti alla ridefinizione del proprio futuro ma anche alla rilettura del proprio passato; il suicidio, o l’omicidio, come impossibilità di accettare il presente e la perdita dei propri punti di riferimento.<br />
E’ il “film” della SIC di quest’anno: un nastro unico che contiene in sè una visione frastagliata di un mondo in crisi, una visione concepita da una manciata di esordienti di identità anagrafica diversa, che ancora affidano al cinema, fortunatamente, un’esigenza espressiva primaria, e ai festival il compito di darle voce e spazio. Perché, inutile nasconderlo, questo mondo è lo stesso in cui il cinema fatica a trovare un senso, anche economico, alla propria funzione e dove i festival, come tutte le manifestazioni culturali (se li riteniamo ancora tali), in Italia più che altrove, spesso misurano nella precarietà di mezzi a loro disposizione l’impermeabilità di una società che forse non ne sente più il bisogno.<br />
Anche il compito della Settimana della Critica è messo a dura prova, in anni come questi: giunti alla 25ma edizione, che festeggiamo con il recupero-evento di uno dei nostri esordi italiani migliori, resistiamo all’onda ancorandoci alle nostre certezze. E ci illudiamo di continuare a compiere le nostre scelte nell’esclusiva volontà di trovare segni di vitalità nel cinema che si compie per la prima volta nella codificata forma del “lungometraggio”. Termine che può anche non significare più nulla, già superato per quanto riguarda le sue distinzioni tra finzione e documentario, e che presto lo sarà ancora di più quando la circolazione delle forme espressive di immagini in movimento raggiungerà in rete un livello così massiccio da rendere superflui e insensati non solo i festival, ma soprattutto termini come opera prima, prima mondiale o internazionale, film inedito, durata&#8230; e preistorie del genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto, partiamo da Mazzacurati: nel 1987 il suo<em> Notte italiana</em> dava il via, nell’ambito della nostra 4a SIC, alla sua coerente carriera di cineasta appassionato, spesso appartato, ma soprattutto uno dei pochi, in questo trentennio, in grado di interpretare e narrare il territorio e la società italiana, le loro trasformazioni spesso traumatiche, il degrado morale, politico ed economico che si faceva strada e che ci avrebbe portato allo tsunami Mani Pulite prima, e alle peoccupanti derive istituzionali poi. <em>Notte italiana</em>, rivisto oggi, fa quasi spavento per la sua modernità, e affascina per il suo costituire un mix di commedia e noir, racconto ottocentesco d’avventura e cinema classico, mescolati e modellati su un Marlowe del Polesine incarnato da uno dei migliori Marco Messeri di sempre.<br />
Nel programma di questa edizione della SIC figurano in concorso sette prime mondiali: farà parlare di sè, ne siamo sicuri, Hai paura del buio, il film d’esordio di finzione di Massimo Coppola, cineasta, documentarista, autore televisivo. Un film che non sembra appartenere al cinema italiano, per quel suo stile rigoroso fatto di pedinamenti lenti, ostinati ma partecipi nei confronti di due figure di giovani donne, una rumena e una italiana, attraverso le quali l’autore cerca di interpretare un presente dove le incerte prospettive di lavoro si intrecciano con rimossi familiari e con la ricerca di un posto proprio dove mettere radici. Una felice rivelazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/07/marcelino_islas_hernandez-martha.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1331" title="marcelino_islas_hernandez-martha" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/07/marcelino_islas_hernandez-martha.jpg" alt="marcelino_islas_hernandez-martha" width="300" height="162" /></a>Figure di donne inquiete, in cerca di qualcosa che le proietti verso un futuro migliore, o ostinatamente concentrate sulla decisa rimozione di traumi familiari, in altri film della selezione: in <em>Angèle et Tony</em>, primo film della giovane Alix Delaporte, che vinse un Leone d’oro a Venezia con un suo cortometraggio, l’affascinante Clotilde Hesme è una madre che cerca di farsi riaffidare il figlio attraverso un matrimonio combinato. Ma Tony, il pescatore rozzo ma gentile che accetta il contratto si rivela molto più determinante nella vita di Angèle: ed il film, un dramma leggero e commovente, si iscrive felicemente in quella corrente del cinema francese in grado di saldare l’osservazione del reale con l’analisi dei sentimenti.<br />
Pernilla August, la famosa attrice di <em>Con le migliori intenzioni</em> e di <em>Una soluzione razionale</em> (l’anno scorso alla SIC) esordisce nella regia con un dramma familiare che oscilla temporalmente fra due periodi, i giorni nostri e gli anni settanta. Tratto dal romanzo di Susanna Alakoski, <em>Svinalängorna</em> vede protagonista Noomi Rapace (la Lisabeth Salander della saga di <em>Millennium</em>) nei panni di una donna costretta a fare i conti col suo passato tormentato in occasione della morte della madre. Un film sincero e spesso disturbante, che si giova di ottime perfomances d’attore.<br />
Un altro ritratto di donna, questa volta d’età più avanzata, in <em>Martha</em>, piccolo film messicano di Marcelino Islas Hernández, che testimonia il felice momento di questa cinematografia. Una impiegata settantenne viene soppiantata dal computer: restandole ben poco nella sua triste vita decide di farla finita, ma il film le lascia una via d’uscita inespettata. Combinando grottesco e commedia nera con un sottofondo drammatico, Hernandez costruisce un piccolo gioiellino che non mancherà di sorprendere.<br />
Sorprendenti lo saranno sicuramente il film greco e quello sloveno: <em>Hora proelefsis</em> (Terra madre) di Syllas Tzumerkas è ancora un affresco familiare che copre trent’anni di storia greca, dagli anni del consolidamento della democrazia alle recenti manifestazioni di piazza relative alla crisi economica. Un montaggio vertiginoso e un talento narrativo inusuale per un film che racconta il dramma di una famiglia con i suoi conflitti generazionali e i suoi punti oscuri ai limiti dell’incesto. Mentre al contrario <em>Oča</em> (Papà) dello sloveno Vlado Škafar, fa della lentezza contemplativa e del poetico contrapporsi generazionale fra un padre assente e il piccolo figlio, il suo punto di forza. Un piccolissimo film, di appena più di un’ora, fatto di immagini evocative, di dialoghi naturali e emozionanti, di alcuni momenti che sembrano cogliere la flagranza del reale nel fascino della sua messa in scena e nel notevole lavoro sugli attori.<br />
Settimana che completa la sua competizione con un film israeliano, <em>Hitparzut X</em> (Naomi), opera prima di un regista che è stato uno degli autori della serie televisiva BeTipul (da cui gli americani hanno ricavato <em>In Treatment</em>). Un noir molto classico, con un anziano professore che scopre il tradimento della sua giovane moglie e si lascia trasportare da un impeto di rabbia violenta. L’omicidio, con conseguenti sensi di colpa, trascinerà il protagonista in comportamenti contraddittori, in un film elegante e misterioso, che si avvolge a spirale sullo spettatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Per concludere, fuori concorso, la prima internazionale di un film filippino, <em>Limbunan</em> di Gutierrez Mangansakan II: un film rituale ed enigmatico, abitato da figure femminili di grande bellezza e sottile disperazione, che vivono imprigionate in una tradizione ancestrale e apparentemente senza vie d’uscita. Una storia di donne, anche questa, costrette da una tradizione impietosa a non poter scegliere l’oggetto del loro amore. Un film affascinante e ammaliante, che chiuderà nella maniera migliore questa edizione speciale della Settimana Internazionale della Critica.</p>
<p>Francesco Di Pace – Delegato generale SIC</p>
<p>Punto di Svista 07/2010</p>
<p class="blubold">
I SETTE FILM IN CONCORSO</p>
<p><em>Angèle et Tony</em> (Angèle e Tony) di Alix Delaporte. Francia, 2010 – World Premiere<br />
<em>Hai paura del buio</em> di Massimo Coppola. Italia, 2010 – World Premiere<br />
<em>Hitparzut X</em> (tit. intl.: Naomi) di Eitan Zur. Israele-Francia, 2010 – World Premiere<br />
<em>Hora proelefsis</em> (Terra madre) di Syllas Tzumerkas. Grecia, 2010 – World Premiere<br />
<em>Martha</em> (id.) di Marcelino Islas Hernández. Messico, 2010 – World Premiere<br />
<em>Oča</em> (Papà) di Vlado Škafar. Slovenia, 2010 – World Premiere<br />
<em>Svinalängorna</em> (tit. intl.: Beyond ) di Pernilla August. Svezia, 2010 – World Premiere</p>
<p>Film di apertura – Evento speciale 25ma Settimana Internazionale della Critica<br />
<em>Notte italiana</em> di Carlo Mazzacurati. Italia, 1987</p>
<p>Film di chiusura – Fuori Concorso<br />
<em>Limbunan</em> (La stanza della sposa) di Gutierrez Mangansakan II. Filippine, 2010 – International Premiere</p>
<p><span class="blubold">IMMAGINI</span><br />
1 Frame dal film <em>Limbunan </em>di Gutierrez Mangansakan II<br />
2 Frame dal film <em>Martha</em> di Marcelino Islas Hernández</p>
<p><span class="blubold">INFORMAZIONI</span><br />
Dall’1 all’11 settembre 2010<br />
Commissione di selezione: Francesco Di Pace (Delegato generale),  Goffredo De Pascale; Anton Giulio Mancino, Cristiana Paterno’, Angela  Prudenzi<br />
Coordinamento SIC: Elena Pollacchi, Claudio Dondi, Eddie Bertozzi<br />
Indirizzo: Palazzo del Cinema – Lungomare Marconi, Lido di Venezia / Telefono: 0412726679 / Fax: 041 2726520 / sicvenezia@gmail.com<br />
Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani S.N.C.C.I. &#8211; Presidente: Bruno Torri<br />
Segreteria SNCCI: Patrizia Piciacchia / Largo Leopardi 12, Roma / Telefono: 064824713 / Fax: 064825172 / sncci.info@gmail.com<br />
Ufficio Stampa: Barbara Perversi / barbara.perversi@gmail.com &#8211; ufficiostampasic@gmail.com / Cell.: 347 9464485<br />
Fondazione La Biennale di Venezia &#8211; Presidente: Paolo Baratta<br />
67. Mostra Internazionale d&#8217;Arte Cinematografica di Venezia &#8211; Direttore: Marco Müller</p>
<p><span class="blubold">LINK</span><br />
<a href="http://www.sicvenezia.it/" target="_blank">la Settimana Internazionale della Critica – SIC</a><br />
<a href="http://www.sncci.it/" target="_blank">Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI</a><br />
<a href="http://www.labiennale.org/it/cinema/" target="_blank">Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia</a></p>


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