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	<title>Punto di Svista - Arti visive in Italia</title>
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		<title>Album fotografico di Giorgio Manganelli. Un libro edito da Quodlibet</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 12:15:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio G. De Bonis</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giorgio Manganelli]]></category>
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		<category><![CDATA[Maurizio G. De Bonis]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/07/giorgio_manganelli-album_fotografico.JPG"><img class="alignleft size-full wp-image-1336" title="giorgio_manganelli-album_fotografico" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/07/giorgio_manganelli-album_fotografico.JPG" alt="giorgio_manganelli-album_fotografico" width="190" height="300" /></a>Esiste un’affermazione dello scrittore Giorgio Manganelli particolarmente significativa: “non sono sicuro che le parole abbiano un significato, certamente hanno un suono”. È significativa perché in maniera caustica, e vagamente ironica, stigmatizza l’esistenza di quella prosopopea letteraria che induce scrittori, romanzieri e poeti a mettersi in una sorta di piedistallo nei confronti del lettore. Manganelli evidenzia, invece, perfettamente il senso del “dire una parola”, e dunque del “dire una frase, cioè del vero mistero della lingua che più che nei risvolti semantici risiede appunto nei suoni.<br />
Ebbene, proviamo a sostituire il termine “parola” con “fotografia”, e cambiamo “suono” con “eco”. Ecco che l’intero impianto su cui è basata la “fotografia artistica ufficiale” viene a decadere per lasciare spazio a un’interpretazione della fotografia come lingua visuale che poco ha a che fare con la realtà e molto ha a che vedere la psicoanalisi e la struttura onirica della nostra esistenza.<br />
La frase dello scrittore di origine parmigiana con cui abbiamo aperto il nostro articolo è tratta da libro intitolato Album Fotografico di Giorgio Manganelli (Quodlibet – 2010). Il volume è curato da Ermanno Cavazzoni ed è una sorta di racconto biografico costruito dalla figlia dell’intellettuale: Lietta Manganelli.<br />
La struttura di questo curioso prodotto editoriale potrebbe essere definita  multilinguistica. Il racconto della vita di Manganelli è edificato intorno ai ricordi della figlia, scritti sotto forma di notazioni, e a fotografie private, familiari e anonime. L’aspetto più stimolante è proprio l’uso di queste fotografie, totalmente non artistiche, che esprimono in maniera nitida la personalità di Manganelli molto più degli episodi (seppur gustosi e interessanti) rievocati da Lietta.<br />
Fototessere, immagini familiari, ritratti casuali, riproduzioni di ambienti intimi, manifestazioni pubbliche, istanti personali. Manganelli che esce da una salumeria dove era entrato per placare la sua “ossessione” nei riguardi del mangiare, oppure immortalato nello studio del suo psicanalista mentre legge la lettera della figlia che non vede da anni.</p>
<p>Le immagini fotografiche, dunque, in questo caso sono tasselli dell’emersione della memoria, flussi improvvisi dei sentimenti sopiti, affioramento di sensazioni legate all’inconscio e a esperienze di vita sepolte. Le notazioni della figlia (in alcuni casi non del tutto necessarie) aggiungono (troppo) senso a questo percorso fotografico che sarebbe stato autosufficiente anche senza alcuna spiegazione.<br />
In questo libro la fotografia riacquista miracolosamente la sua funzione di territorio esistenziale nel quale la figura protagonista del racconto si rintraccia come elemento del tutto e non come personaggio-simbolo da esaltare narrativamente. I ritratti di Manganelli esprimono chiaramente la complessità della sua psicologia e comunicano grazie all’enigma delle sue espressioni la grandezza di un autore che mai ha operato secondo metodiche convenzionali.<br />
Fotografia come apparizione, fotografia come risultato fantasmatico dell’identità di un individuo che aveva sempre avuto la percezione dell’assurdità della vita e dei comportamenti umani nonché della paradossalità della comunicazione scritta. Ma più che i ritratti dell’autore, sono altre le fotografie che lo evocano in maniera netta. Ad esempio, le fotografie che ritraggono l’apparente caos del suo studio o quelle che ci fanno vedere lo stravagante ordine della sua camera da letto.<br />
La sostanziale assenza del suo sguardo in molte fotografie ci fa comprendere come Manganelli fosse sempre consapevole della fragilità della condizione umana e di come il sovradimensionamento della funzione della letteratura e dell’arte fosse uno degli equivoci fondamentali che caratterizzavano la società dei suoi tempi.</p>
<p>Non possiamo, dunque, che chiudere con un’altra frase a lui attribuita e che ci pare emblematica (non presente nel suddetto libro): “lo scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile”.<br />
Ebbene, Manganelli pareva avere questa salutare consapevolezza, una consapevolezza che invece molti artisti e fotografi di oggi purtroppo non hanno.</p>
<p>© Punto di Svista 07/2010</p>
<p><span class="blubold"><br />
CREDITI</span><br />
Titolo: Album fotografico di Giorgio Manganelli / Sottotitolo: Racconto biografico di Lietta Manganelli / Cura: Ermanno Cavazzoni / Editore: Quodlibet / Collana: Compagnia Extra /Anno: 2010 / Pagine: 103 / Prezzo: 14 euro / ISBN: 978-88-7462-313-6<br />
<br class="blubold" /><span class="blubold">LINK</span><br />
<a href="http://www.quodlibet.it/" target="_blank">Quodlibet</a></p>


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		<title>25. Settimana Internazionale della Critica &#8211; SIC. La Biennale di Venezia</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 11:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[Settimana Internazionale della Critica - SIC]]></category>

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		<description><![CDATA[Famiglie disfunzionali, rapporti conflittuali genitori/figli sullo sfondo di una crisi economica che mette a dura prova l’esistenza quotidiana delle giovani generazioni ma non solo di quelle; movimenti di migrazione miranti alla ridefinizione del proprio futuro [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/07/gutierrez_mangansakan-limbunan.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1330" title="gutierrez_mangansakan-limbunan" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/07/gutierrez_mangansakan-limbunan.jpg" alt="gutierrez_mangansakan-limbunan" width="300" height="212" /></a>Famiglie disfunzionali, rapporti conflittuali genitori/figli sullo sfondo di una crisi economica che mette a dura prova l’esistenza quotidiana delle giovani generazioni ma non solo di quelle; movimenti di migrazione miranti alla ridefinizione del proprio futuro ma anche alla rilettura del proprio passato; il suicidio, o l’omicidio, come impossibilità di accettare il presente e la perdita dei propri punti di riferimento.<br />
E’ il “film” della SIC di quest’anno: un nastro unico che contiene in sè una visione frastagliata di un mondo in crisi, una visione concepita da una manciata di esordienti di identità anagrafica diversa, che ancora affidano al cinema, fortunatamente, un’esigenza espressiva primaria, e ai festival il compito di darle voce e spazio. Perché, inutile nasconderlo, questo mondo è lo stesso in cui il cinema fatica a trovare un senso, anche economico, alla propria funzione e dove i festival, come tutte le manifestazioni culturali (se li riteniamo ancora tali), in Italia più che altrove, spesso misurano nella precarietà di mezzi a loro disposizione l’impermeabilità di una società che forse non ne sente più il bisogno.<br />
Anche il compito della Settimana della Critica è messo a dura prova, in anni come questi: giunti alla 25ma edizione, che festeggiamo con il recupero-evento di uno dei nostri esordi italiani migliori, resistiamo all’onda ancorandoci alle nostre certezze. E ci illudiamo di continuare a compiere le nostre scelte nell’esclusiva volontà di trovare segni di vitalità nel cinema che si compie per la prima volta nella codificata forma del “lungometraggio”. Termine che può anche non significare più nulla, già superato per quanto riguarda le sue distinzioni tra finzione e documentario, e che presto lo sarà ancora di più quando la circolazione delle forme espressive di immagini in movimento raggiungerà in rete un livello così massiccio da rendere superflui e insensati non solo i festival, ma soprattutto termini come opera prima, prima mondiale o internazionale, film inedito, durata&#8230; e preistorie del genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto, partiamo da Mazzacurati: nel 1987 il suo<em> Notte italiana</em> dava il via, nell’ambito della nostra 4a SIC, alla sua coerente carriera di cineasta appassionato, spesso appartato, ma soprattutto uno dei pochi, in questo trentennio, in grado di interpretare e narrare il territorio e la società italiana, le loro trasformazioni spesso traumatiche, il degrado morale, politico ed economico che si faceva strada e che ci avrebbe portato allo tsunami Mani Pulite prima, e alle peoccupanti derive istituzionali poi. <em>Notte italiana</em>, rivisto oggi, fa quasi spavento per la sua modernità, e affascina per il suo costituire un mix di commedia e noir, racconto ottocentesco d’avventura e cinema classico, mescolati e modellati su un Marlowe del Polesine incarnato da uno dei migliori Marco Messeri di sempre.<br />
Nel programma di questa edizione della SIC figurano in concorso sette prime mondiali: farà parlare di sè, ne siamo sicuri, Hai paura del buio, il film d’esordio di finzione di Massimo Coppola, cineasta, documentarista, autore televisivo. Un film che non sembra appartenere al cinema italiano, per quel suo stile rigoroso fatto di pedinamenti lenti, ostinati ma partecipi nei confronti di due figure di giovani donne, una rumena e una italiana, attraverso le quali l’autore cerca di interpretare un presente dove le incerte prospettive di lavoro si intrecciano con rimossi familiari e con la ricerca di un posto proprio dove mettere radici. Una felice rivelazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/07/marcelino_islas_hernandez-martha.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1331" title="marcelino_islas_hernandez-martha" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/07/marcelino_islas_hernandez-martha.jpg" alt="marcelino_islas_hernandez-martha" width="300" height="162" /></a>Figure di donne inquiete, in cerca di qualcosa che le proietti verso un futuro migliore, o ostinatamente concentrate sulla decisa rimozione di traumi familiari, in altri film della selezione: in <em>Angèle et Tony</em>, primo film della giovane Alix Delaporte, che vinse un Leone d’oro a Venezia con un suo cortometraggio, l’affascinante Clotilde Hesme è una madre che cerca di farsi riaffidare il figlio attraverso un matrimonio combinato. Ma Tony, il pescatore rozzo ma gentile che accetta il contratto si rivela molto più determinante nella vita di Angèle: ed il film, un dramma leggero e commovente, si iscrive felicemente in quella corrente del cinema francese in grado di saldare l’osservazione del reale con l’analisi dei sentimenti.<br />
Pernilla August, la famosa attrice di <em>Con le migliori intenzioni</em> e di <em>Una soluzione razionale</em> (l’anno scorso alla SIC) esordisce nella regia con un dramma familiare che oscilla temporalmente fra due periodi, i giorni nostri e gli anni settanta. Tratto dal romanzo di Susanna Alakoski, <em>Svinalängorna</em> vede protagonista Noomi Rapace (la Lisabeth Salander della saga di <em>Millennium</em>) nei panni di una donna costretta a fare i conti col suo passato tormentato in occasione della morte della madre. Un film sincero e spesso disturbante, che si giova di ottime perfomances d’attore.<br />
Un altro ritratto di donna, questa volta d’età più avanzata, in <em>Martha</em>, piccolo film messicano di Marcelino Islas Hernández, che testimonia il felice momento di questa cinematografia. Una impiegata settantenne viene soppiantata dal computer: restandole ben poco nella sua triste vita decide di farla finita, ma il film le lascia una via d’uscita inespettata. Combinando grottesco e commedia nera con un sottofondo drammatico, Hernandez costruisce un piccolo gioiellino che non mancherà di sorprendere.<br />
Sorprendenti lo saranno sicuramente il film greco e quello sloveno: <em>Hora proelefsis</em> (Terra madre) di Syllas Tzumerkas è ancora un affresco familiare che copre trent’anni di storia greca, dagli anni del consolidamento della democrazia alle recenti manifestazioni di piazza relative alla crisi economica. Un montaggio vertiginoso e un talento narrativo inusuale per un film che racconta il dramma di una famiglia con i suoi conflitti generazionali e i suoi punti oscuri ai limiti dell’incesto. Mentre al contrario <em>Oča</em> (Papà) dello sloveno Vlado Škafar, fa della lentezza contemplativa e del poetico contrapporsi generazionale fra un padre assente e il piccolo figlio, il suo punto di forza. Un piccolissimo film, di appena più di un’ora, fatto di immagini evocative, di dialoghi naturali e emozionanti, di alcuni momenti che sembrano cogliere la flagranza del reale nel fascino della sua messa in scena e nel notevole lavoro sugli attori.<br />
Settimana che completa la sua competizione con un film israeliano, <em>Hitparzut X</em> (Naomi), opera prima di un regista che è stato uno degli autori della serie televisiva BeTipul (da cui gli americani hanno ricavato <em>In Treatment</em>). Un noir molto classico, con un anziano professore che scopre il tradimento della sua giovane moglie e si lascia trasportare da un impeto di rabbia violenta. L’omicidio, con conseguenti sensi di colpa, trascinerà il protagonista in comportamenti contraddittori, in un film elegante e misterioso, che si avvolge a spirale sullo spettatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Per concludere, fuori concorso, la prima internazionale di un film filippino, <em>Limbunan</em> di Gutierrez Mangansakan II: un film rituale ed enigmatico, abitato da figure femminili di grande bellezza e sottile disperazione, che vivono imprigionate in una tradizione ancestrale e apparentemente senza vie d’uscita. Una storia di donne, anche questa, costrette da una tradizione impietosa a non poter scegliere l’oggetto del loro amore. Un film affascinante e ammaliante, che chiuderà nella maniera migliore questa edizione speciale della Settimana Internazionale della Critica.</p>
<p>Francesco Di Pace – Delegato generale SIC</p>
<p>Punto di Svista 07/2010</p>
<p class="blubold">
I SETTE FILM IN CONCORSO</p>
<p><em>Angèle et Tony</em> (Angèle e Tony) di Alix Delaporte. Francia, 2010 – World Premiere<br />
<em>Hai paura del buio</em> di Massimo Coppola. Italia, 2010 – World Premiere<br />
<em>Hitparzut X</em> (tit. intl.: Naomi) di Eitan Zur. Israele-Francia, 2010 – World Premiere<br />
<em>Hora proelefsis</em> (Terra madre) di Syllas Tzumerkas. Grecia, 2010 – World Premiere<br />
<em>Martha</em> (id.) di Marcelino Islas Hernández. Messico, 2010 – World Premiere<br />
<em>Oča</em> (Papà) di Vlado Škafar. Slovenia, 2010 – World Premiere<br />
<em>Svinalängorna</em> (tit. intl.: Beyond ) di Pernilla August. Svezia, 2010 – World Premiere</p>
<p>Film di apertura – Evento speciale 25ma Settimana Internazionale della Critica<br />
<em>Notte italiana</em> di Carlo Mazzacurati. Italia, 1987</p>
<p>Film di chiusura – Fuori Concorso<br />
<em>Limbunan</em> (La stanza della sposa) di Gutierrez Mangansakan II. Filippine, 2010 – International Premiere</p>
<p><span class="blubold">IMMAGINI</span><br />
1 Frame dal film <em>Limbunan </em>di Gutierrez Mangansakan II<br />
2 Frame dal film <em>Martha</em> di Marcelino Islas Hernández</p>
<p><span class="blubold">INFORMAZIONI</span><br />
Dall’1 all’11 settembre 2010<br />
Commissione di selezione: Francesco Di Pace (Delegato generale),  Goffredo De Pascale; Anton Giulio Mancino, Cristiana Paterno’, Angela  Prudenzi<br />
Coordinamento SIC: Elena Pollacchi, Claudio Dondi, Eddie Bertozzi<br />
Indirizzo: Palazzo del Cinema – Lungomare Marconi, Lido di Venezia / Telefono: 0412726679 / Fax: 041 2726520 / sicvenezia@gmail.com<br />
Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani S.N.C.C.I. &#8211; Presidente: Bruno Torri<br />
Segreteria SNCCI: Patrizia Piciacchia / Largo Leopardi 12, Roma / Telefono: 064824713 / Fax: 064825172 / sncci.info@gmail.com<br />
Ufficio Stampa: Barbara Perversi / barbara.perversi@gmail.com &#8211; ufficiostampasic@gmail.com / Cell.: 347 9464485<br />
Fondazione La Biennale di Venezia &#8211; Presidente: Paolo Baratta<br />
67. Mostra Internazionale d&#8217;Arte Cinematografica di Venezia &#8211; Direttore: Marco Müller</p>
<p><span class="blubold">LINK</span><br />
<a href="http://www.sicvenezia.it/" target="_blank">la Settimana Internazionale della Critica – SIC</a><br />
<a href="http://www.sncci.it/" target="_blank">Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI</a><br />
<a href="http://www.labiennale.org/it/cinema/" target="_blank">Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia</a></p>


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		<title>Le sofferenze del cinema italiano</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 08:34:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[video e cinema]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[cinema italiano]]></category>
		<category><![CDATA[riflessioni sul cinema italiano]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/07/margherita_buy.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1321" title="margherita_buy" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/07/margherita_buy.jpg" alt="margherita_buy" width="300" height="203" /></a>Qualche giorno fa Margherita Buy se ne è uscita con una dichiarazione decisamente anomala per un’attrice di successo: “Sono disoccupata”. Lo scalpore di questa dichiarazione ha provocato curiosità, un po’ di gossip, qualche sorriso. Poche riflessioni, invece.<br />
Così, la pubblicazione dell’articolo firmato dal collega Franco Montini intitolato &#8220;Profondo rosso&#8221; su La Repubblica (15 luglio 2010 &#8211; pag.44) ha avuto il merito di fare il punto della situazione, passando oltre “la battuta” di Margherita Buy e cercando di fare chiarezza soprattutto per i lettori che poco si interessano di cinema.<br />
Si, perché i lavoratori dell’ambiente cinematografico, i critici, gli autori, i produttori sanno perfettamente le tremende condizioni economico-finanziarie nelle quali versa il sistema cinema italiano.<br />
Il fatto è, come ben evidenziato da Montini, che i finanziamenti pubblici al nostro cinema sono totalmente bloccati. In attesa, certo, di essere destinati. Ma quando?</p>
<p>Sono molti i progetti che attendono una risposta dal Ministero dei Beni Culturali, sia per quel che riguarda le opere di interesse culturale nazionale si per quel che concerne le opere prime. Una situazione tragica che sta fermando (se non addirittura mandando completamente all’aria) decine di iniziative produttive, con conseguenti enormi problemi economici che vanno a colpire le migliaia di lavoratori del cinema che non riescono a lavorare proprio nel periodo di massima attività delle produzioni filmiche: l’estate.</p>
<p>La questione appare chiara. In un momento di tremenda fibrillazione per quel che riguarda le linee economiche del governo (ma anche per quel che riguarda la vita del governo stesso), la cultura e ancor di più il cinema rappresentano gli ultimi negletti elementi di un meccanismo politico che privilegia altre realtà.<br />
È un fatto triste e totalmente inaccettabile specie per un paese che si vanta di possedere gran parte dei beni culturali del pianeta ma che considera evidentemente l’arte qualcosa di superfluo se non addirittura di fastidioso. A ciò si aggiunge il fantasma della possibilità dell’eliminazione totale dei contributi per il cinema d’autore già molte volte ventilato, come se le idee veicolate dai cineasti italiani più esperti fossero non indispensabili nel panorama culturale italiano.</p>
<p>Il cinema, dunque, è in questo periodo in una fase di afflizione straordinaria. Si parla da decenni di crisi del cinema e spesso si ha l’impressione di girare intorno a problemi che si auto rigenerano in modo continuo. Non si tratta, in questo caso, di tenere vivo il lamentio forse un po’ vittimistico che ci affligge da sempre quanto piuttosto di comprendere a pieno l’involuzione spaventosa che sta avendo la cultura italiana in primo luogo per la mancanza di interesse che il potere mostra per questo settore.</p>
<p>Non si tratta neanche di difendere a spada tratta i finanziamenti statali al cinema, ma quando si verifica che dal 2008 al 2009 gli investimenti dello Stato nel cinema sono stati dimezzati (e la cosa continuerà con tutta probabilità nel 2010) ci accorgiamo che questa involuzione porterà a stasi produttiva impensabile fino a qualche tempo fa.<br />
È mai possibile che lo Stato italiano abbia deciso di abbandonare il cinema al suo destino, senza preoccuparsi di difendere l’identità di questa industria dello spettacolo che tanto prestigio ha portato al nostro Paese nei decenni scorsi?</p>
<p>Non ci resta che aspettare gli esiti delle partecipazioni dei film italiani ai prossimi festival internazionali (Locarno, Venezia, Roma, Torino, Berlino) e soprattutto la probabile presenza di <em>Habemus Papam</em> di Nanni Moretti al Festival di Cannes 2011.<br />
Nella speranza che almeno nelle competizioni internazionali i film realizzati in Italia abbiano qualche riconoscimento di qualità e i loro autori qualche umana soddisfazione.</p>
<p>© Punto di Svista 07/2010</p>


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		<title>Andrea Papi</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 14:40:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio G. De Bonis</dc:creator>
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<p style="text-align: justify;">Fotografia come manifestazione inevitabile di un’essenza interiore, come flusso (in)cosciente di sentimenti che si annidano nell’animo. Fotografia come luogo della ricerca/perdita di sé, come spazio all’interno del quale possibile e impossibile divengono un unico indissolubile elemento.<br />
Proprio questo tipo di elaborazione della fotografia finisce per generare immagini stratificate, complesse, magmatiche, non decrittabili attraverso i codici linguistici stabiliti dalle accademie. Dunque, immagini emancipate dal significato. Le opere visuali basate su tale impostazione sono, infatti, caratterizzate da una sana debolezza, dall’evanescenza di una non struttura che lascia il fruitore (in grado a entrare in sintonia con lo spirito dell’autore) libero di edificare un proprio universo di sensazioni.<br />
Si tratta di un modo di fare fotografia, quello di cui stiamo parlando, che eccede la fotografia stessa; è oltre gli schemi scolastici, i modelli prestabiliti, gli stereotipi della fotografia banalmente professionale, e anche di quella artistica (cioè di quella considerata  tale perché basata sulla corretta applicazione di una sterile tecnica). È questa (di cui stiamo parlando) una disciplina che invece dialoga con la poesia e la psicoanalisi e che affonda le sue radici in una cinematografia, come quella linchyana, che è stata costruita sul senso del mistero dell’esistenza, dei rapporti umani, dell’identità individuale, sull’inafferrabilità del reale.</p>
<p style="text-align: justify;">Esattamente su queste coordinate concettuali è situata la cifra espressiva di Andrea Papi, il quale nell’ambito del suo lavorio visuale dimostra chiaramente di percorrere strade “altre” rispetto alla fotografia cosiddetta di rappresentazione.<br />
Papi, infatti, si pone nella condizione di divenire recettore di segni; non agisce in maniera rapace sul mondo ma si lascia attraversare dal mondo stesso affidando all’automatismo percettivo del suo sguardo il compito di riordinare talune tracce della realtà all’interno di un disegno concettuale svincolato da limiti e regole.<br />
L’autore, inoltre, sembra aver perfettamente compreso come l’aspetto creativo della fotografia non sia rintracciabile solo nella costruzione/invenzione dell’inquadratura e come il senso della pratica fotografica non risieda nell’atto onanistico/narcisistico del clic.<br />
Ecco, dunque, spiegato il suo interesse per le immagini di famiglia recuperate e (ri)fotografate; il tutto per aggiungere strato a strato, per confondere la consequenzialità del tempo, per far divenire ciò che è cristallizzato nel passato elemento della memoria attraverso il processo di attualizzazione nel presente, per perdersi nel sogno della sua stessa esistenza. E soprattutto per liberare la fotografia dal giogo della creatività fine a se stessa e per togliere all’oggetto fotografia lo status di manufatto la cui proprietà è strettamente individuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale approccio è rintracciabile anche nel suo lavoro denominato <em>Passaggi</em>. Il titolo stesso appare del tutto emblematico. Immagini in bianco e nero che evocano una relazione tra luoghi reali e luoghi mentali. Sono in sostanza figurazioni di “passaggio” come dovrebbero essere tutte le opere visuali antiretoriche, anti-teatrali e anti-spettacolari. Tale fluttuazione si identifica nell’impostazione stilistica che possiamo definire affrancata dal concetto di “bello” . Le inquadrature si manifestano come autentiche apparizioni che si formano allo stesso tempo nella mente dell’autore e nella mente del fruitore. Anche in questo senso il termine “passaggio” sembra appropriato e in grado di definire una serie di opere fotografiche che, per fortuna, non hanno le caratteristiche mefitiche della serie (o peggio del portfolio). Gli scatti che compongono <em>Passaggi</em> sono, infatti, del tutto autonomi, privi di legami, sono schegge dell’abisso del pensiero che emergono senza freni e che divengono autrici della riflessione autoriale. Papi viene in realtà fotografato dai suoi scatti così come il poeta è detto dai suoi stessi versi, e l’attore è recitato dal suo testo.<br />
Soffermarsi sulla descrizione oggettiva delle immagini di Andrea Papi sarebbe tradire la mancanza di coordinate della sua “trance visuale” poiché, semmai, sono le immagini che descrivono/creano il loro autore.</p>
<p style="text-align: justify;">Papi, dunque, è riuscito a compiere un’operazione di ribaltamento dei luoghi comuni, di negazione positiva della fotografia, di liberazione dello sguardo non più obbligato artificialmente a cogliere ma abbandonato al suo scorrimento onirico, continuo e senza direzione.<br />
Proprio quest’ultima affermazione è quella che maggiormente mette a fuoco la poetica di Papi: una poetica che fa scaturire una fotografia senza direzione che si autodetermina nel suo imprevedibile e inutile (per dirla alla Giorgio Manganelli) apparire.</p>
<p>© Maurizio G. De Bonis / © Punto di Svista 07/2010</p>
<p><span class="blubold">LINK</span><br />
<a href="http://www.andreapapistudio.com/" target="_blank">Il sito di Andrea Papi</a></p>


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		<title>Il processo della verità &#8211; Le radici del film politico-indiziario italiano. Un libro di Anton Giulio Mancino</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 15:20:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio G. De Bonis</dc:creator>
				<category><![CDATA[video e cinema]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/07/anton_giulio_mancino-processo_verita.JPG"><img class="alignleft size-full wp-image-1300" title="anton_giulio_mancino-processo_verita" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/07/anton_giulio_mancino-processo_verita.JPG" alt="anton_giulio_mancino-processo_verita" width="184" height="250" /></a>Andiamo a verificare su un dizionario della lingua italiana i significati della parola verità. Il primo, e anche il più ovvio: “ciò che è vero in senso assoluto oppure in relazione a determinate convinzioni o situazioni”. Il secondo: “la qualità posseduta da qualcosa, di essere vera, perché trova la sua corrispondenza o nella realtà oggettiva o nelle regole del pensiero logico”. Il terzo: “le verità rivelate” (in senso religioso, <em>n.d.r.</em>). Il quarto: “buonafede, sincerità, franchezza”.<br />
A parte, l’accezione legata alla sfera dei credenti, gli altri tre significati (tratti dal Grande Dizionario Gabrielli) appaiono decisamente importanti, poiché accanto alla definizione certa, vengono sempre aggiunti degli elementi che tendono a rendere il concetto in questione ben più complesso e sfuggente di quanto si sia portati a credere.<br />
Ed ancora. Se collochiamo la parola verità, con tutti i suoi risvolti, nella ricerca filmica in ambito linguistico e storico, la faccenda si complica ulteriormente, poiché la natura stessa del cinema (anche quando ci si trova nel settore documentaristico) è di fatto ambigua, potenzialmente falsa e falsificatrice.<br />
Come procedere, dunque, nel percorso della storia del cinema, in relazione a un tema che sembra totalmente scivoloso?<br />
Ci ha provato Anton Giulio Mancino con il suo libro <em>Il processo della verità – Le radici del film politico-indiziario italiano</em> (Edizioni Kaplan).<br />
L’autore non si occupa direttamente del concetto linguistico-filosofico a cui abbiamo sopra accennato; compie invece una robusta e articolata ricognizione nella produzione filmica italiana, in special modo, del primo dopoguerra. Ciò che interessa a Mancino, evidentemente, non è comprendere se la questione della verità si possa collocare in un discorso ampio sul cinema mondiale quanto piuttosto cercare di fare un po’ di ordine nel cinema di casa nostra, e in parte anche nella critica che di questo cinema si è occupato.</p>
<p>Il primo fattore messo in chiaro dall’autore è che la definizione “cinema politico”, spesso appiccicata alla filmografia di alcuni cineasti nazionali, è troppo generica, vaga, per certi versi velleitaria. Il secondo è relativo alla questione del dubbio, dell’incertezza e dunque dell’analisi indiziaria, il tutto applicato ad alcune situazioni illustrate in diversi lungometraggi. Mancino parla di film politico-indiziario che tramite certi autori “trasferisce allo spettatore precisi dubbi o perplessità circa le verità politiche ufficiali e istituzionalizzate”.<br />
In sostanza, ciò che stimola l’autore di questo saggio è il processo intellettuale che ha portato alcuni sceneggiatori e registi non tanto a rappresentare determinati eventi della storia italiana con la certezza della verità quanto piuttosto con l’esigenza di comprendere gli accadimenti, attraverso un percorso fatto di indagini, riflessioni, ricostruzioni che intende contrapporsi alla verità ufficiale andando ad analizzare il “processo storico della verità”, cioè “il percorso compiuto dalla verità politica in un determinato periodo di riferimento”.</p>
<p><em>Il processo della verità</em> è un volume che dal punto di vista dello studio critico presenta numerosi punti di interesse, in primo luogo connessi al recupero di opere centrali nella nostra filmografia ormai quasi dimenticate. Ecco qualche esempio: <em>Roma ore 11</em> di Giuseppe De Santis (1952), <em>Processo alla città</em> di Luigi Zampa (1952), <em>Ai margini della metropoli</em> di Carlo Lizzani (1953), <em>Salvatore Giuliano</em> di Francesco Rosi (1961).<br />
L’impostazione voluta da Mancino è puntuale e precisa, basata su numerose pezze d’appoggio ed estratti da altri testi e documenti. La collocazione critica sembra essere più che altro quella storicistico/contenutistica, piuttosto che strettamente linguistica, e questa forse è l’unica (ma comunque totalmente perdonabile vista l’evidente sostanza dello studio) mancanza del libro.</p>
<p>© Punto di Svista 07/2010</p>
<p><span class="blubold">CREDITI</span><br />
Titolo: Il processo della verità / Sottotitolo: Le radici del film politico-indiziario italiano / Autore: Anton Giulio Mancino / Editore: Kaplan Edizioni / Anno: 2008 / Pagine: 323 / Prezzo: 20,00 euro / ISBN: 978-88-89908-22-8</p>
<p><br class="blubold" /><span class="blubold">INDICE DEL LIBRO</span><br />
<em>Premessa</em><br />
Capitolo 1. / Certificato di morte presunta del neorealismo<br />
Capitolo 2. / Il libero convincimento del regista: il film come inchiesta, processo indiziario e pubblico dibattimento (<em>L’inchiesta a tutto schermo; Dalla realtà al reato; L’udienza è aperta al cinema; Così parlò Spicacci</em>)<br />
Capitolo 3. / La terra che tremò a Portella: il bandolo della matassa<br />
<em>Appendice / I. Proceso alla città (Soggetto inedito di Ettore Giannini e Francesco Rosi, 1952) / II. Portella delle Ginestre (Soggetto inedito di Felice Chilanti, da un’idea di Giuseppe De santis, 1956) / III. Segreti di Stato (Finali alternativi, conformi alla versione della sceneggiatura dal titolo L’avvocato del 18 ottobre 2001 di Paolo Benvenuti, Paola Baroni, Mario Cereghino)<br />
Bibliografia ( Indice dei nomi e dei film citati<br />
</em><br />
<span class="blubold">LINK</span><br />
<a href="http://www.edizionikaplan.com/" target="_blank">Kaplan Edizioni</a></p>


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