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	<title>Punto di Svista - Arti visive in Italia &#187; fotografia</title>
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		<title>Album fotografico di Giorgio Manganelli. Un libro edito da Quodlibet</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 12:15:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio G. De Bonis</dc:creator>
				<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Manganelli]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/07/giorgio_manganelli-album_fotografico.JPG"><img class="alignleft size-full wp-image-1336" title="giorgio_manganelli-album_fotografico" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/07/giorgio_manganelli-album_fotografico.JPG" alt="giorgio_manganelli-album_fotografico" width="190" height="300" /></a>Esiste un’affermazione dello scrittore Giorgio Manganelli particolarmente significativa: “non sono sicuro che le parole abbiano un significato, certamente hanno un suono”. È significativa perché in maniera caustica, e vagamente ironica, stigmatizza l’esistenza di quella prosopopea letteraria che induce scrittori, romanzieri e poeti a mettersi in una sorta di piedistallo nei confronti del lettore. Manganelli evidenzia, invece, perfettamente il senso del “dire una parola”, e dunque del “dire una frase, cioè del vero mistero della lingua che più che nei risvolti semantici risiede appunto nei suoni.<br />
Ebbene, proviamo a sostituire il termine “parola” con “fotografia”, e cambiamo “suono” con “eco”. Ecco che l’intero impianto su cui è basata la “fotografia artistica ufficiale” viene a decadere per lasciare spazio a un’interpretazione della fotografia come lingua visuale che poco ha a che fare con la realtà e molto ha a che vedere la psicoanalisi e la struttura onirica della nostra esistenza.<br />
La frase dello scrittore di origine parmigiana con cui abbiamo aperto il nostro articolo è tratta da libro intitolato Album Fotografico di Giorgio Manganelli (Quodlibet – 2010). Il volume è curato da Ermanno Cavazzoni ed è una sorta di racconto biografico costruito dalla figlia dell’intellettuale: Lietta Manganelli.<br />
La struttura di questo curioso prodotto editoriale potrebbe essere definita  multilinguistica. Il racconto della vita di Manganelli è edificato intorno ai ricordi della figlia, scritti sotto forma di notazioni, e a fotografie private, familiari e anonime. L’aspetto più stimolante è proprio l’uso di queste fotografie, totalmente non artistiche, che esprimono in maniera nitida la personalità di Manganelli molto più degli episodi (seppur gustosi e interessanti) rievocati da Lietta.<br />
Fototessere, immagini familiari, ritratti casuali, riproduzioni di ambienti intimi, manifestazioni pubbliche, istanti personali. Manganelli che esce da una salumeria dove era entrato per placare la sua “ossessione” nei riguardi del mangiare, oppure immortalato nello studio del suo psicanalista mentre legge la lettera della figlia che non vede da anni.</p>
<p>Le immagini fotografiche, dunque, in questo caso sono tasselli dell’emersione della memoria, flussi improvvisi dei sentimenti sopiti, affioramento di sensazioni legate all’inconscio e a esperienze di vita sepolte. Le notazioni della figlia (in alcuni casi non del tutto necessarie) aggiungono (troppo) senso a questo percorso fotografico che sarebbe stato autosufficiente anche senza alcuna spiegazione.<br />
In questo libro la fotografia riacquista miracolosamente la sua funzione di territorio esistenziale nel quale la figura protagonista del racconto si rintraccia come elemento del tutto e non come personaggio-simbolo da esaltare narrativamente. I ritratti di Manganelli esprimono chiaramente la complessità della sua psicologia e comunicano grazie all’enigma delle sue espressioni la grandezza di un autore che mai ha operato secondo metodiche convenzionali.<br />
Fotografia come apparizione, fotografia come risultato fantasmatico dell’identità di un individuo che aveva sempre avuto la percezione dell’assurdità della vita e dei comportamenti umani nonché della paradossalità della comunicazione scritta. Ma più che i ritratti dell’autore, sono altre le fotografie che lo evocano in maniera netta. Ad esempio, le fotografie che ritraggono l’apparente caos del suo studio o quelle che ci fanno vedere lo stravagante ordine della sua camera da letto.<br />
La sostanziale assenza del suo sguardo in molte fotografie ci fa comprendere come Manganelli fosse sempre consapevole della fragilità della condizione umana e di come il sovradimensionamento della funzione della letteratura e dell’arte fosse uno degli equivoci fondamentali che caratterizzavano la società dei suoi tempi.</p>
<p>Non possiamo, dunque, che chiudere con un’altra frase a lui attribuita e che ci pare emblematica (non presente nel suddetto libro): “lo scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile”.<br />
Ebbene, Manganelli pareva avere questa salutare consapevolezza, una consapevolezza che invece molti artisti e fotografi di oggi purtroppo non hanno.</p>
<p>© Punto di Svista 07/2010</p>
<p><span class="blubold"><br />
CREDITI</span><br />
Titolo: Album fotografico di Giorgio Manganelli / Sottotitolo: Racconto biografico di Lietta Manganelli / Cura: Ermanno Cavazzoni / Editore: Quodlibet / Collana: Compagnia Extra /Anno: 2010 / Pagine: 103 / Prezzo: 14 euro / ISBN: 978-88-7462-313-6<br />
<br class="blubold" /><span class="blubold">LINK</span><br />
<a href="http://www.quodlibet.it/" target="_blank">Quodlibet</a></p>


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		<title>Tre. Casali, De Pietri, Frapiccini, Jodice, Leotta, Musi, Nicosia. Un libro edito da Skira</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 11:11:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio G. De Bonis</dc:creator>
				<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Carmelo Nicosia]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/06/tre-libro_skira.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1284" title="tre-libro_skira" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/06/tre-libro_skira.jpg" alt="tre-libro_skira" width="174" height="250" /></a>Il crinale di una montagna; un bosco anonimo e inquietante; rocce bianche avvolte nella nebbia; un tunnel che porta verso una luce bianca e una foresta fitta e impenetrabile. Luoghi reali, luoghi mentali. Abissi della memoria che nel complesso gioco della raffigurazione concettuale del visibile si trasformano in presenza inequivocabile del passato. L’attualizzazione degli esiti di una vicenda si mostra in forma di fotografia come se il concetto di spazio-tempo divenisse eco di un processo di organizzazione del mondo privo di convenzioni e, soprattutto, estraneo all’idea consolatrice di oblio.<br />
Stiamo parlando di alcune immagini di Paola De Pietri, artista emiliana che con <em>To Face</em> ha lavorato in maniera personale sul concetto di memoria, in particolar modo su accadimenti storici che hanno riguardato il nostro paese durante la prima guerra mondiale.<br />
Paesaggi apparentemente lontani dal mondo, indifferenti alle vicende umane, portano i segni di una storia, anche se tali segni risultano oggi invisibili all’occhio umano. Paola De Pietri riesce a cogliere la stratificazione della memoria, mettendo a fuoco ciò che potrebbe essere definita, secondo una formula hillmaniana, l’anima dei luoghi.<br />
Questa raccolta di immagini si trova nel volume <em>Tre</em> (Skira Editore -  Fondazione Fotografia). Si tratta del terzo appuntamento editoriale della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e della Fondazione Fotografia, enti che stanno continuando nella loro opera di acquisizione di opere fotografiche. Sono già presenti nelle loro collezioni autori del calibro di Luigi Ghirri, Mimmo Jodice e Franco Vaccari . Per questa nuova occasione, le acquisizioni hanno riguardato artisti come Francesco Jodice, Pino Musi, Carmelo Nicosia, Lorenzo Casali, Eva Frapiccini, Renato Leotta e la già citata Paola De Pietri.</p>
<p>Dalle videoinstallazioni sul tema dell’abitazione e del rapporto dell’essere umano con l’architettura di Lorenzo Casali, ai video dedicati alla realtà intima connessa al dolore familiare di Eva Frapiccini; dalle elaborazioni visuali di Renato Leotta a quelle di Carmelo Nicosia, fino alle immagini fotografiche di Francesco Jodice e Pino Musi.<br />
Mentre Jodice si concentra su paesaggi urbani che esaltano il convulso e oppressivo (finanche delirante) sviluppo architettonico delle città contemporanee, Musi dirige il suo sguardo all’interno di sale operatorie dove si sono appena concluse delle delicate operazioni.<br />
Esterno e interno, fuori e dentro, sviluppo vitale incontrollato e speranza di vita molto razionale. In questa involontaria e casuale impostazione duale, i due autori hanno racchiuso la schizofrenica esperienza umana di oggi, compressa tutta in una sorta di tenaglia nevrotico-esistenziale che il “fotografo” dei nostri tempi riesce a raccontare paradossalmente solo escludendo dal campo visivo l’essere umano, o quasi.</p>
<p>© Punto di Svista 06/2010</p>
<p><span class="blubold"><br />
CREDITI</span><br />
Titolo: Tre. Casali, De pietri, Frapiccini, Jodice, Leotta, Musi, Nicosia / Autore: AA.VV. / A cura di Claudia Fini e Francesca Lazzarini / Testi di Andrea Landi e Filippo Maggia / Editore: Skira – Fondazione Fotografia, 2010 / Pagine: 125 / Prezzo: 24,00 euro / ISBN: 978-88-572-0655-4</p>
<p><span class="blubold">INDICE</span><br />
Tre / <em>Tre</em> / <em>Filippo Maggia</em><br />
Lorenzo Casali / Paola De Pietri / Eva Frapiccini / Francesco Jodice / Renato Leotta / Pino Musi / Carmelo Nicosia<em><br />
Biographies</p>
<p></em><span class="blubold">LINK</span><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2006/03/mondi-infiniti-di-luigi-ghirri-un-libro-di-ennery-taramelli/" target="_blank">CULTFRAME.  Mondi infiniti di Luigi Ghirri. Un libro di Ennery Taramelli</a><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2007/09/perdersi-a-guardare-mostra-mimmo-jodice/" target="_blank">CULTFRAME.  Trenta anni di fotografia in Italia. Perdersi a guarda. Mostra di Mimmo  Jodice</a><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2007/04/loccultamento-dell%E2%80%99autore-la-ricerca-artistica-di-franco-vaccari-un-libro-di-luca-panaro/" target="_blank">CULTFRAME.  L&#8217;occultamento dell&#8217;autore. La ricerca artistica di Franco Vaccari. Un  libro a cura di Luca Panaro</a><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2003/07/natura-il-caso-montemaggiore-un-video-di-francesco-jodice-e-kal-karman/" target="_blank">CULTFRAME.  Natura. Il caso Montemaggiore. Un video di Francesco Jodice e Kal  Karman</a></p>


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		<title>Sapori perduti</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 14:13:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Cosulich</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/06/giorgio_cosulich.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1263" title="giorgio_cosulich" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/06/giorgio_cosulich.jpg" alt="giorgio_cosulich" width="300" height="196" /></a>Siamo alle fasi finali del progetto<em> Africa Express</em>, sto selezionando le immagini che comporranno la storia ed il libro di prossima pubblicazione. La selezione è una fase delicata, forse troppo delicata per gestirla da solo ed in prima persona. Chi ha scattato le immagini di solito è la persona meno indicata per operare una selezione del lavoro globale, perchè ci sono troppi condizionamenti che possono vincolare una buona selezione degli scatti. Ad ogni modo non avevo mai provinato i rulli scattati, ho sempre scelto la mia Africa direttamente in trasparenza dai negativi e senza dubbio non mi ero sbagliato, il cuore del racconto è venuto fuori negli anni e le immagini che sinteticamente componevano la storia hanno visto la luce già da molto tempo. Un libro però è una cosa un po&#8217; diversa da un semplice editing (selezione) del lavoro. In un libro si crea l&#8217;occasione e lo spazio per approfondire il discorso, per mostrare più immagini, per raccontare meglio.</p>
<p>Ho portato dunque tutti i rulli scattati a provinare, per avere sott&#8217;occhio il lavoro in tutta la sua estensione. Una volta a casa ho riprovato una strana sensazione benefica nel tirare fuori dal bustone del laboratorio i negativi e le stampine di ogni singola foto scattata sul progetto. Sembravo un bambino davanti ad un dono, non sa cosa ci sia dentro. Per me è stata la stessa cosa, ho riscoperto un mondo che avevo rimosso. Una bella sensazione quella di soppesare con le mani una consistenza che avevo dimenticato, la carta, dietro ruvida e davanti liscia, immagini da toccare e non solo da guardare. Mi mancava il profumo della carta ancora intrisa di processo di lavorazione, mi mancava questo aspetto fisico della fotografia, fare mucchietti, sfogliare le immagini, scriverci sopra degli appunti, fare pallini rossi, dare una sequenza. Mi mancava maneggiare nuovamente la fotografia. In questi giorni sto rivivendo quelle stesse emozioni che la fotografia scattata in pellicola mi ha dato per anni, prima dell&#8217;avvento del digitale e del computer. Il mio lavoro si è mostrato sotto una luce che aveva perso, emozioni intense che mi accompagneranno fino alla conclusione del libro.</p>
<p>Questo è uno dei potenziali più interessanti del fotografo, andare oltre lo scatto ed il ritocco dell&#8217;immagine, darle una funzione, una destinazione, un messaggio più completo, fare si che il proprio lavoro sia lo strumento autonomo per dire qualcosa, per porre l&#8217;accento, per sottolineare, per far sapere. Troppo spesso i fotografi, oggi, si concentrano esclusivamente sullo scatto e sulla post-produzione, ma non si concentrano affatto sulla destinazione, sull&#8217;utilizzo dell&#8217;immagine scattata, delegando ad altri il compito di inserirla all&#8217;interno di un meccanismo già avviato. In questo modo l&#8217;immagine diventa strumentale e strumentalizzata, al servizio delle esigenze di una collettività troppo ampia e variegata.<br />
Personalmente sono per il recupero di quel rapporto intellettuale di coerenza e correttezza che il fotografo ha nei confronti di se stesso e delle immagini che scatta, occupandosi maggiormente di coordinare una regia più ampia intorno al senso e all’utilizzo della fotografia.</p>
<p>Punto di Svista 06/2010<br />
Testo di © Giorgio Cosulich pubblicato sul <a href="http://giorgiocosulich.blogspot.com/">blog</a> e gentilmente concesso a Punto di Svista – Arti visive in Italia</p>
<p><span class="blubold">IMMAGINE</span><br />
© Giorgio Cosulich (dal progetto <em>Africa Express</em>)</p>
<p><span class="blubold">LINK</span><br />
<a href="http://giorgiocosulich.blogspot.com/" target="_blank">Il blog di Giorgio Cosulich</a></p>


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		<title>Appunti sul Fotogiornalismo: La questione italiana. La necessità della Cultura</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 10:46:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sandro Iovine</dc:creator>
				<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[fotogiornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Cosulich]]></category>
		<category><![CDATA[Leo Brogioni]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio G. De Bonis]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Iovine]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/06/appunti_fotogiornalismo-roma2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1209" title="appunti_fotogiornalismo-roma2" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/06/appunti_fotogiornalismo-roma2-300x199.jpg" alt="appunti_fotogiornalismo-roma2" width="300" height="199" /></a>Mi viene in mente un concetto espresso da Gianni Berengo Gardin, che una volta disse di non capire per quale motivo se abbiamo di fronte un medico ci aspettiamo che abbia fatto cinque anni di università, più una specializzazione, magari due. In totale troviamo normale trovarci di fronte a una persona che abbia studiato per otto o dieci anni consecutivi per esercitare la propria professione. Allo stesso modo al cospetto di un ingegnere o di un architetto ci aspettiamo che abbia alle spalle come minimo i suoi cinque anni di università. Ma di fronte a un fotografo chi se lo chiede quanto abbia studiato per poter fare quello che fa? La percezione del mestiere di fotografo nel nostro Paese è legata all’artigianalità fai da te. Ciò è drammatico perché è concausa nella creazione di buona parte delle situazioni di cui si discute nell’ambiente del fotogiornalismo.</p>
<p>Anni fa, facendo il militare conobbi un ragazzo, di cui non ricordo più il nome, che aveva il padre che faceva il fotografo nella cronaca a Roma. Qualche anno dopo la fine del servizio militare mi capitò di incontrarlo nuovamente per puro caso, e questo ragazzo mi invitò ad andarlo a trovare nell’agenzia del padre, avendo saputo che nel frattempo avevo iniziato a lavorare nel mondo della fotografia. Il padre era un personaggio che, a dire il vero articolava dei suoni a malapena intellegibili come una lingua prossima al romanesco. Bene quest’uomo quando lo incontrai si vantò come prima cosa del fatto che «Aho, &#8216;ecche, &#8216;e foto mica &#8216;e firmavo, io! &#8216;Ecche so scemo?! Si nne &#8216;e firmavo e potevo venne sia ar Tempo che ar Messaggero!» che per i non romani significa: «Io non firmavo le foto, non sarebbe stato conveniente per me, dal momento che in questo modo mi era possibile venderle contemporaneamente sia a Il Tempo sia a Il Messaggero (testate notoriamente in concorrenza sulla piazza romana)». Ora, quando la profondità culturale del fotografo è stata di questo tipo (oggi mi auguro che nessuno si sogni di fare una cosa del genere) è inevitabile che si sia prodotta una percezione del professionista fotografo tutt’altro che lusinghiera. Del resto sfido chiunque di fronte a una speculazione tanto profonda a stimare professionalmente chi la esprime. Come si può rispettare chi per primo non mostra rispetto per il proprio lavoro? Ovvio che chi ha intrapreso il lavoro dopo certi personaggi, mi riferisco ai fotografi della mia generazione più o meno, ha dovuto affrontare come un problema ciò che in realtà sarebbe un diritto, ovvero la firma del proprio lavoro con tutto quello che ciò significa. È facile capire come, in un mondo abituatosi a rapportarsi ai fotografi quasi come a una razza inferiore, sia difficile riscontrare una disponibilità accettarne il ruolo professionale in base a schemi paritetici.</p>
<p><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/06/appunti_fotogiornalismo-roma1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1210" title="appunti_fotogiornalismo-roma1" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/06/appunti_fotogiornalismo-roma1-300x196.jpg" alt="appunti_fotogiornalismo-roma1" width="300" height="196" /></a>Nella mia esperienza di insegnamento nelle scuole di fotografia, strutture che raramente si preffigono altro reale obiettivo se non quello del guadagno nella più pura delle prospettive aziendali, mi sono confrontato per molti anni con persone che si rivolgono a istituzioni private a pagamento pensando di ottenere soluzioni taumaturgiche per accedere alla professione, aspettandosi di ricevere per osmosi o semplice frequentazione le conoscenze necessarie. La cosa più difficile da far capire a questo tipo di persone è che per acquisire una professionalità è necessario mettersi in gioco personalmente. In modo profondo per imparare attraverso lo studio teorico e pratico le conoscenze necessarie ad affrontare la professione. Nell’ultimo corso iniziato poche settimane fa, ad esempio, mi è stato fatto notare dagli studenti che non è necessario conoscere gli autori e la storia della fotografia…</p>
<p>Purtroppo non si può pensare di affrontare una professione se non si ha come minimo quella curiosità che ci spinge a indagare alla ricerca di quelle conoscenze che una volta metabolizzate ci permettono di passare da una condizione di potenza a una di atto. La soluzione per fortuna non è uguale per tutti, ognuno ha una sua sua soluzione, un suo modo di risolvere le cose, una  personalità che lo porta a elaborare uno stile. Ma lo stile non è un qualcosa che si compra al mercato. Lo stile è qualcosa che si costruisce passando per una fortissima fase mimetica e attraverso il superamento e la metabolizzazione della stessa. Bisogna avere quel minimo di umiltà che permette di guardare cosa fanno gli altri per prenderne le parti che riteniamo positive e farle diventare nostre. Certo se passiamo tutta la vita solo a copiare gli altri allora c’è davvero qualcosa che non va, ma stiamo parlando di problemi che non si risolvono durante un convegno professionale, quanto piuttosto dallo psichiatra o dal neurologo.</p>
<p>Dobbiamo metterci in testa che la creazione di uno stile è il frutto dello studio di anni fatto guardando i lavori degli altri, leggendo libri, guadando film, ascoltando musica, leggendo letteratura,  guardandoci intorno. Non è qualcosa che riguarda solo la fotografia. Spesso sento parlare della necessità di una Cultura della fotografia… ma cosa è la cultura della fotografia? Già se parlassimo di cultura dell’immagine il discorso sarebbe un po’ più accettabile. Se ci limitassimo a parlare di Cultura? La Cultura non è un sistema a scatole chiuse. Fare una fotografia, arrivare a raccontare una storia che sia fotogiornalistica o uno still-life del prosciutto di Parma implica una serie di consoscenze che vanno ben oltre il discorso fotografico. E sono queste a fare la differenza.</p>
<p>Punto di Svista 06/2010<br />
<em>Trascrizione parziale dell’intervento di Sandro Iovine, Direttore de Il Fotografo, effettuato nel corso del convegno Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana, tenutosi a Roma il 24 aprile 2010 e  curato dalle testate giornalistiche Il Fotografo e CultFrame – Arti visive e dalle associazioni Punto di Svista e Officine Fotografiche (pubblicato su <a href="http://sandroiovine.blogspot.com/2010/05/la-necessita-della-cultura.html" target="_blank">Fotografia:Parliamone</a>)<strong><br />
</strong></em><br />
<span class="blubold">IMMAGINI</span><br />
1 Un momento dell’intervento di Sandro Iovine (<strong><em>Fotografia di Stefania Biamonti</em></strong>)<br />
2 Il tavolo dei relatori al convegno &#8220;Appunti sul Fotogiornalismo: la questione italiana&#8221;. Da sinistra Emanuele Cremaschi, fotografo dell’Agenzia Prospekt, Leo Brogioni, fotografo e docente membro di <em>Fotografia &amp; Informazione</em>, Alessandro Grassani, fotografo dell’Agenzia LuzPhoto, Sandro Iovine, direttore de <em>IL FOTOGRAFO</em>, Maurizio G. De Bonis, direttore della rivista online CultFrame &#8211; Arti visive, Giorgio Cosulich, fotografo e docente (<strong><em>Fotografia di Stefania Biamonti</em></strong>)</p>


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		<title>Appunti sul Fotogiornalismo: la questione italiana. La fotografia e il sistema dell&#8217;informazione</title>
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		<pubDate>Wed, 19 May 2010 12:43:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leo Brogioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[fotogiornalismo]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/05/stanley_kubrick-full_metal_jacket.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1194" title="stanley_kubrick-full_metal_jacket" src="http://www.puntodisvista.net/wp-content/uploads/2010/05/stanley_kubrick-full_metal_jacket.jpg" alt="stanley_kubrick-full_metal_jacket" width="300" height="225" /></a>Siamo fotogiornalisti italiani, ci rivolgiamo all’Ordine dei Giornalisti e alla Federazione Nazionale della Stampa ritenendo che non sia più rinviabile l’affrontare il degrado che colpisce la nostra professione. La continua corsa al taglio dei costi da parte degli amministratori delle case editrici, basata sulla strana idea che economia di mercato voglia dire “spendere il meno possibile” e non “spendere il necessario per avere un prodotto migliore della concorrenza”, ha innescato un processo in cui la concorrenza sleale e il dumping sono premiati. Il livello che hanno raggiunto i prezzi delle fotografie che sono pubblicate sui giornali è talmente basso e i termini di pagamento talmente dilatati, che possono essere accettati solamente da agenzie fotografiche che non pagano i collaboratori, che usano manodopera subordinata senza inquadrarla secondo le norme di legge, e che usano, pagando in nero, pensionati, studenti e dopolavoristi. Tutti gli altri lavorano in perdita. </em></p>
<p>Queste poche parole, tratte dal comunicato dei fotocronisti che stanno protestando in varie città italiane, mettono bene in evidenza due problemi complementari del fotogiornalismo italiano: il problema culturale, con i suoi risvolti economici e il problema normativo, di regolamentazione del sistema.<br />
Per analizzarli e arrivare a fare delle proposte concrete di miglioramento del settore parto da alcuni importanti dati.<br />
L’Ordine dei Giornalisti di Milano, tra il 2008 e il 2009, ha commissionato ad Astra Ricerche due indagini statistiche riguardanti l’immagine dei giornalisti, il rapporto tra giornalismo e pubblicità, l’evoluzione del giornalismo. Sintetizzo le indagini, molto approfondite, e ne estraggo due risultati:<br />
la categoria dei giornalisti (nella quale stanno anche i fotogiornalisti) ha una reputazione pessima: consultando l’indice che riassume le ricerche si può notare che il 55% degli italiani ha un’immagine negativa dei giornalisti; nonostante questo o proprio a causa di ciò, in Italia c’è una fortissima domanda sociale di giornalismo: il 54% degli intervistati da una valutazione altissima o alta dell’utilità del giornalismo; in sostanza c’è una grande domanda di informazione giornalistica qualificata.<br />
La grande massa di informazioni che ci investe provoca una domanda di giornalismo che aiuti il lettore &#8211; boccheggiante nel mare di informazione &#8211; a selezionare le notizie, a verificarne l’attendibilità, ad avere una spiegazione di tali notizie, ad avere il piacere di consultarle grazie ad uno stile accattivante. Tutto ciò lo dice chiaramente l’indagine di Astra Ricerche.</p>
<p>Quindi c’è un largo bisogno di divulgazione credibile delle notizie. Chi può farla?<br />
Soprattutto i fotogiornalisti. Il fotogiornalismo è capace di essere credibile e divulgativo.<br />
Lo fa? Lo fanno i fotogiornalisti italiani? Certo che lo fanno: moltissimi fotogiornalisti italiani fanno approfondimento, indagano, selezionano le notizie, trovano storie emblematiche, verificano la loro attendibilità e ce la spiegano pure con immagini efficaci, fanno un lavoro di ricerca sia nei contenuti che nell’uso del linguaggio fotografico. Lo dimostrano i 9 fotografi italiani premiati quest’anno al World Press Photo.<br />
Lo fanno gli editori? No, non lo fanno! Gli editori italiani non usano le potenzialità del fotogiornalismo.<br />
Ecco il problema. È qui il problema culturale.<br />
Su 9 fotografi italiani premiati al World Press Photo due di essi già vivono all’estero e soprattutto nessuna testata italiana è citata accanto ai loro nomi nell’elenco consultabile sul sito del premio. Il che significa che solo due di essi hanno avuto un incarico da giornali stranieri per il servizio premiato e che gli altri evidentemente non hanno nemmeno pubblicato le foto vincitrici.<br />
In Italia c’è una preoccupante carenza di editori: sono pochi e con una mentalità imprenditoriale distorta.<br />
Quando gli editori parlano di vendere un giornale, non pensano solo alla vendita di copie, ma soprattutto alla vendita di spazi pubblicitari. E qui intendiamoci: il denaro che arriva dagli inserzionisti è fondamentale per il buon fotogiornalismo (cioè per comprare immagini o commissionare servizi di alta qualità e in esclusiva per la testata).<br />
Invece gli editori italiani non hanno saputo far di meglio che vendere i giornali alla pubblicità, assecondando le richieste degli inserzionisti. Hanno pensato “se io acchiappo molti inserzionisti faccio un buon giornale”. Ma non è accaduto, perché gli investitori pubblicitari ne hanno approfittato: hanno asservito i giornali, li hanno distorti, li hanno resi non più efficaci per la stessa pubblicità. L’idea secondo la quale “se io acchiappo molti inserzionisti faccio un buon giornale” non ha funzionato e dovrebbe essere sostituita con l’idea in base alla quale “se io faccio un buon giornale acchiappo molti inserzionisti”.<br />
La pubblicità ha bisogno di un veicolo affidabile: è il canale che determina l’efficacia del messaggio. Quindi un buon fotogiornalismo funziona anche negli interessi della pubblicità seria, la pubblicità serve al buon fotogiornalismo, e il cerchio si chiude.<br />
Ma in Italia ciò non succede. Lo scopo degli editori è solo quello di spendere meno, come dicono i fotocronisti milanesi.</p>
<p>Ora: io non posso pensare e non credo che gli editori siano stupidi o incapaci, che non ci abbiano pensato. Semplicemente non hanno saputo affrancarsi da una storica arretratezza culturale della fotografia italiana e soprattutto hanno seguito degli interessi.<br />
Gli interessi del nostro sistema editoriale (che non è mai stato un potere economico a sè stante, non ha quasi mai visto la figura dell&#8217;editore puro, ma ha sempre avuto come punto di riferimento gruppi di interesse politico o economico) è quello di avere un pubblico manipolabile, infantilizzato, a costo di cancellare la realtà e di proporne un’altra: per vendere, un prodotto, un’ideologia, un voto, per creare consenso intorno ai politici o agli imprenditori di riferimento.<br />
Quello che si sta cercando di ottenere è un pubblico che non faccia scelte intelligenti, che non voti in modo razionale, che viene ingannato. Esattamente quello che sta succedendo qui in Italia.<br />
Ecco dunque che la completezza dell&#8217;informazione viene soppiantata dallo spettacolo di un&#8217;informazione superficiale, facilmente digeribile, rassicurante, distraente.</p>
<p>In questo panorama il buon fotogiornalismo è scomodo, l’informazione fatta di approfondimento e divulgazione è ciò che proprio non vogliono i mass media italiani.<br />
Oggi nell’editoria la produzione fotografica viene filtrato e divisa in due gruppi: il primo, che approfondisce autonomamente con lo scopo di fornire strumenti divulgativi adatti alla comprensione e all&#8217;analisi, viene accantonato. Si privilegia il secondo, quello di chi si allinea alle richieste superficiali e propagandistiche dei media (sesso, sangue e soldi).<br />
La conseguenza di tali richieste editoriali è duplice: genera un pubblico assuefatto: anche chi guarda le foto si è abituato alle immagini stereotipate; genera un fotogiornalista a forte rischio di autocensura, cioè spinto ad assecondare richieste generiche e qualunquiste.<br />
Occorre fare qualcosa. E arriviamo al problema dell’assenza di regole nel settore.<br />
La vendita di fotografie, specialmente tramite le agenzie fotografiche, in Italia si è sviluppato senza regole. Moltissimi fotoreporter non sono iscritti all’Ordine e non devono sottostare a controlli di alcun tipo; le agnezie fotografiche non hanno l&#8217;obbligo di collaborare con fotogiornalisti iscritti all&#8217;Ordine o ad associazioni professionali; la maggioranza delle agenzie non sottoscrive contratti con i collaboratori, ma taciti accordi verbali con i quali paga “a venduto” (cioè solo se le foto vengono cedute ad un editore) lasciando al singolo fotografo l&#8217;onere delle spese da sostenere per la produzione di quelle immagini.</p>
<p>Abbiamo visto che gli editori vedono la foto solo come un costo e non come un valore aggiunto alla credibilità della testata o dell’informazione. Quindi si rivolgono a chi fornisce loro foto stereotipate e a basso costo. E questi fornitori possono essere solo quelle agenzie fotografiche che &#8211; come dicono i fotocronisti &#8211; usano manodopera subordinata senza inquadrarla secondo le norme di legge, usano pagando in nero, pensionati, studenti e dopolavoristi oppure non pagano affatto i collaboratori.<br />
Occorre riformare il sistema e a tal proposito voglio formulare delle proposte, che poi sono anche quelle dei fotocronisti in agitazione.<br />
In Italia si dovrà puntare ad ottenere:<br />
1. un pieno riconoscimento  del mestiere di fotogiornalista, tramite associazioni, enti, sindacati (più di uno) che regolino l’accesso alla professione grazie ad un’adeguata formazione e al conseguente rispetto di norme etiche, deontologiche, economiche<br />
2. una regolamentazione del mercato delle agenzie, che devono diventare simili ad un’agenzia di stampa, con tutti gli onori e gli oneri del caso (struttura redazionale con direttore responsabile, percentuale di fotografi assunti sul totale dei collaboratori, obbligo di assumere o collaborare con iscritti a categorie professionali, etc. etc.)<br />
3. una regolamentazione del sistema editoriale in modo da obbligare gli editori a servirsi di strutture o professionisti riconosciuti e quindi attendibili<br />
4. una piena considerazione da parte degli editori del valore giornalistico come base del valore economico delle fotografie. Direttori o responsabili di testate straniere possono dimostrare quanto il loro modello di utilizzo del fotogiornalismo funzioni a livello economico e quanto sia richiesto da pubblico e inserzionisti<br />
5. la determinazione di un tariffario aperto con un minimo stabilito, come quello di tante altre categorie professionali<br />
6. una valutazione dei cosiddetti citizen journalists, che potranno essere tali passando il filtro di redazioni che controllino la correttezza delle loro informazioni e dei loro compensi.</p>
<p>Punto di Svista 05/2010<br />
<em><br />
Sintesi dell&#8217;intervento di Leo Brogioni (fotografo, giornalista, docente di fotogiornalismo e collaboratore di Fotografia &amp; Informazione) effettuato durante l&#8217;incontro nazionale &#8220;Appunti sul Fotogiornalismo: la questione italiana&#8221; svoltosi a Roma il 24 aprile 2010 e  curato dalle associazioni Punto di Svista e Officine Fotografiche e dalle testate giornalistiche Il Fotografo e CultFrame &#8211; Arti visive</em></p>
<p><span class="blubold"><br />
IMMAGINE</span><br />
Frame dal film <em>Full Metal Jacket</em> di Stanley Kubrick</p>
<p><span class="blubold">LINKS</span><br />
<a href="http://www.fotoinfo.net/articoli/detail.php?ID=860" target="_blank">Fotografia &amp; Informazione. La rivolta dei fotografi di cronaca. Di Matteo Bergamini</a><br />
<a href="http://www.odg.mi.it/ilfuturodelgiornalismo" target="_blank">Ordine dei Giornalisti di Milano. Astra Ricerche. Il futuro del fotogiornalismo</a><br />
<a href="http://www.internazionale.it/interblog/index.php?itemid=2393" target="_blank">Internazionale. Un musicista al New York Times. Di David Byrne</a></p>


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