Andrea Campesi

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La natura della fotografia è inafferrabile, imperscrutabile, onirica. Si tratta di una disciplina che si situa in un territorio “altro”, territorio che può essere esplorato solo grazie a un lavorio mentale continuo, che nulla ha a che fare con l’atto fisico dello scatto. Stiamo parlando di quella particolare pratica creativa che non può prescindere dal concetto di fuoriuscita dalle convenzioni e da un continuo approfondimento relativo al rapporto tra sguardo, inconscio e interiorità. Chi fotografa (e non parliamo solo dei cosiddetti professionisti del settore) è in sostanza preso da una sorta di “demone” immaginifico che conduce l’autore a perdersi piuttosto che a ritrovarsi, a essere rintracciato dalle immagini piuttosto che a confezionarle razionalmente. La fotografia non può che essere allusiva ed enigmatica, poiché prima di tutto è possibilità di interconnessione tra luce e segni del mondo visibile, combinazione infinita di elementi. Gli autori che operano in questo “spazio vacuo”, libero da sovrastrutture, codici e pregiudizi finiscono per avvicinarsi a quella che potremmo definire poesia visuale.

Prendiamo il caso di Andrea Campesi e del suo lavoro/non lavoro. Campesi non sembra procedere per progetti definitivi, non sembra amare le grandi strade della creatività visiva; predilige, invece, i sentieri laterali, gli abissi, le zone di oscurità, la sensazione di perdita dell’orientamento, il disorganico. La sua fotografia appare, in sostanza, libera e sovversiva. Libera perché non costretta all’interno delle regole della fotografia modaiola e realistica, sovversiva proprio perché rivoluziona gli aspetti più concreti del fare fotografia oggi. Le opere di questo autore risultano così tessere del tutto autonome di un complesso mosaico interiore che nega con forza il concetto stesso di lavoro compiuto, di inizio e fine, di cronologia e, soprattutto, di rappresentazione della realtà.
Quando dall’esterno si cerca di organizzare criticamente il percorso di Andrea Campesi ci si accorge immediatamente di compiere una forzatura, di voler ordinare ciò che è invece sanamente disordinato. Come avrebbe detto Carmelo Bene, Campesi non ha bisogno di “questurini” che cataloghino le sue opere.
Che fotografi la figura paterna, che si concentri sulla questione dell’identità sessuale, che utilizzi il corpo, che lavori sull’amore/odio nei riguardi delle proprie radici, Campesi rifiuta in modo anarchico e lucido di schematizzare la sua pratica fotografica, che è in primo luogo deriva automatica del pensiero nonché  flusso psicanalitico. Non c’è caos nel suo sguardo quanto piuttosto tendenza salutare allo scarto, all’auto sgambettamento, desiderio di abbandonarsi al “depensamento” in chiave introspettiva e filosofica. Per tale motivo, non ha senso concentrarsi su un’opera piuttosto che su un’altra, su un’inquadratura, su un’impostazione cromatica, su un tema.

La ribelle e sovvertitrice “non scelta” di Andrea Campesi rappresenta la forza del suo linguaggio, totalmente indipendente rispetto alle codificazioni della fotografia contemporanea. Tale sovversione si spinge fino alla questione della strumentazione fotografica. Campesi è scevro da ogni feticismo tecnologico, non usa il dispositivo ottico come “arma” nei riguardi del reale. Realizza immagini non del tutto decifrabili, evita ogni intento predatorio, fa emergere dall’oblio flussi, scie, percezioni improvvise, sussulti dell’animo, intuizioni, sentimenti. Per questo la sua fotografia appare assolutamente estetica (non estetizzante, sia ben chiaro), cioè legata a doppio filo alla questione del sentimento percettivo che libera in maniera atonale percorsi dell’Io.
Scorrendo una ad una le opere di questo autore, chi guarda avverte chiaramente una sensazione di liberazione: dalle regole, dalla cultura visiva dominante, dall’ossessione professionistica del marketing, dalla dittatura della rappresentazione, dalla spettacolarizzazione estetizzante del reale. Ciò che è racchiuso nelle inquadrature di Campesi non esaurisce il senso del suo fare fotografia, anzi si ha l’impressione che i suoi lavori vivano anche grazie a ciò che è stato escluso, a ciò che non è vedibile perché non raffigurabile; grazie a quel nulla che aleggia e che ricorda al fruitore come sia arcana la realtà. L’assenza di uno stile granitico (di un marchio di fabbrica riconoscibile) è il cuore nevralgico della sua poetica. Quest’ultima sembra essere una sorta di sfera penetrabile in ogni punto della sua superficie, di gigantesca spugna che si nutre delle sue riflessioni e delle sue sensazioni più personali.

Per tutto ciò che abbiamo sin qui affermato, è possibile definire Campesi un autore fotografico in uno stato di ricerca continua, cioè un elaboratore di immagini il cui fulcro espressivo sembra essere il ritmo imponderabile, non misurabile ed espressivamente disarmonico interno alle sue inquadrature.

©Maurizio G. De Bonis / ©Punto di Svista