Twin Peaks 3, Lynch oltrepassa il racconto e sceglie la forza estetica dell’immagine

Photo: Suzanne Tenner/SHOWTIME

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La terza stagione di Twin Peaks ha scatenato critici, giornalisti, cinefili, appassionati, cultori del cinema dell’autore di Inland Empire e del personaggio David Lynch. Fiumi di parole, di articoli, di post per affermare quanto sia geniale l’attuale evoluzione di Twin Peaks, elaborata a distanza di venticinque anni dalle prime due stagioni. Tutto ciò è certamente vero, come assolutamente inequivocabile è il fatto che l’ottavo episodio della terza serie ideata dal duo Lynch/Frost rappresenti una vera e propria fuga da quei meccanismi consolidati della serialità televisiva che abbiamo imparato a riconoscere anche nei casi di maggiore spessore creativo, da Mad Men a I Soprano , da Homeland a Fargo, fino a House of Cards.

Eviterò in questo mio breve testo di soffermarmi sugli elementi citazionistici sublimi su cui Lynch sembra aver poggiato la struttura dell’ottavo episodio, fin troppo facilmente riconoscibili dagli addetti ai lavori ma anche dai semplici appassionati di cinema (vedi Kubrick e il suo “viaggio oltre l’infinito”) e oltrepasserò anche le questioni relative all’autocitazionismo filmico messo in atto dallo stesso Lynch con sapiente abilità. Cercherò, invece, di mettere in luce due aspetti a mio avviso ben più significativi che fanno di Lynch un autore di fondamentale importanza nel panorama contemporaneo.

David Lynch

Il primo: con l’ottavo episodio di Twin Peaks 3 Lynch chiarisce una volta per tutte il suo territorio di espressione, un territorio che eccede il cinema e la serialità televisiva e che si configura come “luogo meticcio” fuori dagli schemi delle arti visive tecnologiche. Lynch non agisce come un regista ma come un artista che non accetta i confini di generi e ambiti industriali/commerciali e non riconosce la supremazia di un linguaggio su un altro. Il suo mondo poetico ingloba in un unico indistinguibile mix espressivo cinema, televisione, videoclip musicale, pubblicità, videoarte, fotografia contemporanea, sperimentazione visuale, pittura e letteratura del XX secolo. In particolare, inoltre, l’ottava puntata di Twin Peaks 3 richiama alla mente in modo netto alcune campagne pubblicitarie girate da Lynch (per marchi notissimi come Sony Playstation e Dior, per esempio), videoclip ispirati a sue composizioni musicali e passaggi narrativi kafkiani.

David LynchIl secondo: altro muro idealmente abbattuto da Lynch è quello rappresentato dall’obbligo della costruzione narrativa effettuata secondo le regole tradizionali del cinema e della serialità televisiva. Lynch nega con decisione il racconto in senso classico, non edifica una struttura riconoscibile e confortante e si abbandona al flusso visuale invitando lo spettatore di lasciarsi avvolgere dall’estetica dell’immagine. Chi guarda, in sostanza, non deve percepire il contenuto e il bello di un frame (in quest’ultimo caso ci troveremmo nel campo banale dell’estetizzante) ma sviluppare un sentimento percettivo generato dall’esperienza soggettiva della visione.

Proprio in quest’ultimo aspetto è rintracciabile il vero fattore rivoluzionario di Twin Peaks 3 (in particolare dell’ottavo episodio); mi riferisco alla capacità di Lynch di esprimersi grazie a una lingua visiva in cui egli stesso riesce a sentirsi straniero (nelle sue immagini), a perdersi e a “stupirsi” delle sue stesse elaborazioni. Tale elemento colpisce in modo diretto e potente il fruitore, il quale per cogliere il senso profondo di quest’opera non deve fare altro che rinunciare a cercare gli “appigli” consolatori del racconto e percepire l’estetica di ogni inquadratura senza il conforto del significato.

© Punto di Svista 07/2017 -  Pubblicato su Huffington Post il 30 giugno 2017

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Maurizio G. De Bonis Vedi tutti gli articoli

Maurizio G. De Bonis è critico delle arti visive, curatore e giornalista. È direttore responsabile di Cultframe – Arti Visive, direttore di CineCriticaWeb e responsabile della comunicazione del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. Insegna Linguaggio Audiovisivo presso Officine Fotografiche Roma e l’Istituto Superiore di Fotografia. Ha pubblicato saggi sui rapporti tra cinema e fotografia (Postcart), sulla Shoah nelle arti visive (Onyx) e ha co-curato Cinema Israeliano Contemporaneo (Marsilio). È Vice Presidente di Punto di Svista - Associazione culturale.

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