La silente anarchia della natura catturata da Stefano Cioffi

© Stefano Cioffi. La silente anarchia della natura, 2017

© Stefano Cioffi. La silente anarchia della natura, 2017

È possibile analizzare l’opera fotografica di Stefano Cioffiin modo molto più ampio rispetto a ciò che potrebbe essere effettuato rimanendo nella comfort zone della lingua fotografica e nello spazio, ancor più asfittico, della cosiddetta fotografia documentaria. Il valore delle opere di Cioffi, infatti, non è rintracciabile nell’evidente, quanto fuorviante, adesione al concetto (ovvio) di realtà. Ogni sua immagine possiede, sotto una patina descrittiva, una sostanza autoriale che comunica al fruitore fattori che fanno parte di una stratificazione semantica che può essere messa a fuoco solo dopo l’azione comunicativa del significante (che è immediata e non ha bisogno di alcuna spiegazione). Ciò che colpisce è la sostanziale complessità delle inquadrature che sotto uno strato oggettivo presentano altri livelli nei quali sono innestati elementi puramente soggettivi, elementi che hanno a che fare con i concetti di estetica e poetica.

Cosa cerca, quindi, Stefano Cioffi nelle aree dell’Appennino dell’Italia centrale visualizzate nel suo libro La silente anarchia della natura (Silvana Editoriale, 2017)? Perché il suo sguardo è così attratto dai segni della civilizzazione sul paesaggio? Perché tenta di evidenziare il legame inquietante che viene crearsi tra forza archetipica della natura e sostanza precaria dell’agire umano?

© Stefano Cioffi. La silente anarchia della natura, 2017

© Stefano Cioffi. La silente anarchia della natura, 2017

Se si studiano con attenzione le opere che compongono il volume è possibile accorgersi dell’esistenza di una precisa impostazione stilistica. Le inquadrature sono, quasi esclusivamente, organizzate intorno alla fattispecie del campo lungo o lunghissimo e mostrano un mondo che fa emergere una situazione che potremmo definire straniante.

Grandi alberghi che ricordano l’Overlook Hotel di kubrickiana memoria (Shining, 1980), stazioni sciistiche abbandonate, enormi spianate vuote che si manifestano come spazi del non senso, strade che portano verso centri abitati deserti, infrastrutture che feriscono il paesaggio. Ci troviamo di fronte a un labirinto di immagini senza speranza. Si tratta di inquadrature algide, che restituiscono al fruitore l’indifferenza dell’ambiente ripreso. Più che il gelo fisico della neve, a denunciare una sensazione di spaesamento è l’angosciosa compostezza delle inquadrature che non sembrano comunicare alcunché di vitale.

L’azione dell’uomo sul territorio non produce nulla, è sterile e inutile. Si manifesta come gli infruttiferi esiti di una feroce insoddisfazione, come la prova dell’impossibilità della razionalizzazione dello spazio visibile. Al contempo, alcune immagini di aree urbanizzate molto buie (nonché quella di una casa seminascosta dentro un bosco) aprono il lavoro di Cioffi anche a una sostanza psicoanalitica.

© Stefano Cioffi. La silente anarchia della natura, 2017

© Stefano Cioffi. La silente anarchia della natura, 2017

Scorrere le opere de La silente anarchia della natura una a una consente al fruitore di proiettarsi in un percorso sequenziale che, paradossalmente, sembra condurre verso una sicurezza percettiva consolatoria. Ma così non è. I paesaggi desolati, le visioni ampie e distaccate, la frontalità di talune inquadrature, i punti di vista che alludono al tema dell’istanza narrante (una sorta di sguardo “divino” sul mondo) si configurano, a un’analisi superficiale, come fattori di un’architettura fotografica elaborata in modo rigido. In verità, questa struttura conduce inesorabilmente verso un horror vacui che fortunatamente non porta da nessuna parte.

Il frame che chiude il libro, in tal senso, conclude la linea espositiva in maniera perfetta e definitiva. Una strada che muore nel nulla, degli stabili avvolti in una nebbia gravida e appiccicosa, alcuni alberi spogli, sono tutti elementi visuali che fanno emergere un universo psichico-onirico che, paradossalmente, è molto più concreto della realtà stessa.

Stefano Cioffi, in definitiva, procede a livello compositivo secondo una logica spiazzante: racconta, apparentemente in modo asettico, il controverso rapporto tra uomo e natura ma allo stesso tempo si esprime in maniera allusiva, praticamente indecifrabile.

L’aspetto documentario delle sue opere, quindi, rappresenta solo una sorta di ingegnoso specchietto per le allodole, un’interessante trappola visuale che cattura l’attenzione del fruitore e poi la indirizza verso territori ben più complessi.

Estratto dal testo critico scritto da Maurizio G. De Bonis e pubblicato nel libro La silente anarchia della natura di Stefano Cioffi (Sivana Editoriale, 2017)

© Punto di Svista 07/2017 – Pubblicato su Huffington Post il 5 luglio 2017

CREDITI

Stefano CioffiStefano Cioffi. La silente anarchia della natura
Testo: Maurizio G. De Bonis
Lingua: Italiano / Inglese
96 pagine / 45 illustrazioni
Formato: 24 x 21
Editore: Silvana Editoriale
ISBN/EAN:9788836637065
Prezzo: 22,00 Euro

 

SUL WEB
Il sito di Stefano Cioffi
Silvana Editoriale

 

Maurizio G. De Bonis Vedi tutti gli articoli

Maurizio G. De Bonis è critico delle arti visive, curatore e giornalista. È direttore responsabile di Cultframe – Arti Visive, direttore di CineCriticaWeb e responsabile della comunicazione del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. Insegna Linguaggio Audiovisivo presso Officine Fotografiche Roma e l’Istituto Superiore di Fotografia. Ha pubblicato saggi sui rapporti tra cinema e fotografia (Postcart), sulla Shoah nelle arti visive (Onyx) e ha co-curato Cinema Israeliano Contemporaneo (Marsilio). È Vice Presidente di Punto di Svista - Associazione culturale.

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