Il silenzio eloquente dell’arte. A proposito di un intervento del critico Vincenzo Trione

laLettura #231 (Corriere della Sera), domenica 1 maggio 2016

La Lettura #231 (Corriere della Sera), domenica 1 maggio 2016

Su “La lettura”, supplemento del “Corriere della sera”, di domenica 1 maggio 2016, il critico e curatore d’arte Vincenzo Trione ha pubblicato un articolo ‒ intitolato “Artista, fai l’artista. Capito Vezzoli e Hirst?” ‒ che affronta alcune problematiche relative al ruolo e alle posizioni di una parte della critica d’arte attuale, concentrando la sua attenzione su alcuni aspetti che suscitano le sue forti perplessità. È una tematica che mi trova particolarmente sensibile e sulla quale, nel mio piccolo, ho speso più di qualche nota. Ma non essendo io un critico d’arte le mie note attengono più ai fenomeni legati al linguaggio fotografico, da osservatore più specifico del medium fotografia con incursioni estemporanee in altri campi che mi hanno sempre affascinato, dalla letteratura alla pittura, dalla sociologia alla cinematografia.

Una delle tesi di fondo che sostengo, così come si è venuta articolando nelle mie note sparse ‒ raccolte poi nel volume “Fotografia araba fenice. Note sparse tra fotografia, cultura e il mestiere di vivere” (2014) ‒ è che la fotografia e l’arte in generale sta vivendo, da un bel pezzo, un periodo di profonda trasformazione dove tende a prevalere il momento della comunicazione rispetto a quella della ricerca artistica intesa in senso tradizionale.

E questo fenomeno è sostenuto da un sistema complesso che è il risultato di un complicato connubio tra artisti, curatori, galleristi e collezionisti. Risulta ampiamente dimostrato ormai che nel primo decennio del nuovo secolo ‒ in un periodo di espansione economica ‒ si è consolidato un sistema di mercato dell’arte vissuto più come investimento che come passione. Non è tanto a prevalere ciò che piace o potrebbe piacere al collezionista ‒ o meglio ancora ciò che “vale” artisticamente, e qui il discorso scivola su un versante dibattuto e pericoloso nella sua identificazione ‒ ma ciò che “vale” economicamente sul mercato. È questo, il mercato dell’arte, un sistema autoreferenziale che alimenta se stesso, in un circolo vizioso che probabilmente ha creato una bolla finanziaria difficilmente sostenibile sul lungo periodo, nonostante gli exploit che regolarmente costellano l’andamento del mercato dell’arte. Al proposito è recentissima la notizia della vendita dell’opera “Him” ‒ il piccolo Hitler inginocchiato ‒ di Maurizio Cattelan, aggiudicata per la cifra di circa 15 milioni di euro.

Tornando al ruolo della critica attuale e all’intervento di Trione ‒ alla cui lettura integrale rimando ‒ cito alcuni brani del suo articolo perché non potrebbero essere espressi in modo più chiaro.

Scrive Trione: «[…] Vivaci e sorprendenti episodi curatoriali. Che possono essere considerati come la più naturale conseguenza della situazione dell’arte contemporanea: una sorta di teatro nel quale nessun attore sembra recitare la sua parte. Si pensi a tanti critici glamour che collaborano a riviste, a giornali, a siti web. Spesso sono dilettanti sprovvisti di specifiche conoscenze, che però rivendicano il diritto di parlare e di scrivere sulle esperienze artistiche di oggi. Nei loro interventi, non di rado pronunciano giudizi poco controllati; evitano di approfondire ciò che commentano. Si abbandonano a ironici motti di spirito. Che possono anche far sorridere, ma che evitano accuratamente di sfiorare il silenzio eloquente dell’arte. Non ci dicono mai come è fatta una determinata opera, con quali materiali, con quali tecniche, da quali ragioni è nata, a quali fonti si ispira. Tra i vizi di questi turisti della critica, la tendenza alla banalizzazione, e un’irrefrenabile passione per la mondanità. Animati dal desiderio di aderire al divenire della cronaca, essi rischiano di confondere il sapere con l’informazione. […] Organizzatori di esposizioni da taglio prevalentemente performativo, preferiscono fare manutenzione di un presente sempre più globalizzato.»

Le possibili risposte a questa sorta di “lenta eutanasia della critica”, sostiene ancora Trione, sono proprio alcune proposte di artisti affermati internazionalmente, tra cui gli italiani Cattelan e Vezzoli, i quali condividono la necessità di riaffermare con forza la centralità degli artisti nel cosiddetto “paradigma contemporaneo” (Heinrich).

Per questi artisti, secondo Trione, «curare mostre è un’occasione per sottrarsi (provvisoriamente) agli obblighi imposti dal mercato e per ritagliarsi margini di libertà immaginaria.»

Trione poi analizza alcuni procedimenti di cui si servono questi artisti-curatori, dalla citazione all’eterno recupero del ready made dadaista. Ma la critica “vera”, sostiene sempre Trione, «sembra essere altrove. Nelle divagazioni di scrittori “incongregabili” attenti all’arte come Berger e Deyer.»  Il critico del Corriere della Sera individua dunque un ormai folto drappello di “critici-pensatori” che «pur se distanti, operano nel segno di una visione organica dell’arte. […] Tentano di intuire qualche traiettoria prevalente della ricerca poetica del nostro tempo. […] Concepiscono le mostre come spazi dove “verificare” le loro tesi. […] Insomma, pensano la loro come una pratica che ha ancora il coraggio di essere, per dirla con Baudelaire, “parziale, appassionata, politica”.»

Ecco la chiave, forse, per individuare un discrimine importante tra una critica fotografica orientata appunto  a soddisfare le esigenze di un mercato sempre più incontrollabile, attento più al versante decorativo che non a quello di ricerca sul linguaggio e una critica invece che si interroga sul senso di “contemporaneo” in fotografia, sull’essenza dell’atto fotografico, una critica appunto “parziale, appassionata, politica” nel senso alto dei termini, una critica attenta insomma a quella fotografia che pone domande e non che dia risposte  ‒ se risposte si possono dare ‒ soltanto estetiche e decorative.

Per fare degli esempi concreti, per quanto mi riguarda e volendo ricorrere ad esperienze storicizzate se pensiamo alle fotografie di Mapplethorpe e a quelle di Diane Arbus non si può non rilevare che in uno prevale la perfezione della forma, la bellezza estetica ‒ pur se sottintende una riflessione importante sull’importanza di alcune questioni come appunto il concetto di bellezza e il ruolo della sessualità nella società contemporanea ‒ mentre nell’altra prevale la narrazione realistica declinata in una forma fotograficamente semplice, apparentemente dimessa, da ‘fotografia diretta’.

Oppure, per fare un altro esempio più legato all’attualità, il confronto tra autori di grande popolarità come Salgado, McCurry e Araki; sono note le critiche, facilmente condivisibili, a Salgado di spettacolarizzare eventi drammatici, accentuandone l’aspetto estetico-formale a scapito della cruda narrazione; aggiungevo, in occasione della presentazione in Italia del suo lavoro “Genesi” che molti paesaggi tra quelli presentati sono declinati secondo uno stile vecchio, riconducibile alle esperienze della “fotografia pura” di Weston e Adams, non aggiungono cioè nulla a una lettura del paesaggio in chiave contemporanea. Così come la photo-star McCurry produce reportage declinati secondo la maniera, rispettabilissima ma tradizionale, dei magazines patinati come National Geographic, e quindi stilisticamente non propone nulla di nuovo se non, nelle fotografie dove il reportage è più pregnante, una rimasticatura patinata di linguaggi bressoniani o post-bressoniani: il significante aderente al significato ‘pacificato e cosmetico’.

Al contrario, un autore eclettico e imprevedibile nella sua sistematicità di fotografare tutto come Araki si sporca le mani con la vita reale, maltrattando lo stile, piegandolo alla sua intensa voglia di raccontare il mondo, senza mediazioni formali, accumulando sul suo taccuino visivo tutto ciò che riesce a fotografare senza preoccupazioni di eccessiva ‘messa in forma’. Ne scaturisce un enorme zibaldone dove il realismo ‒ con tutte le dovute cautele intorno al suo significato ‒ viene dispiegato a piene mani, come potente e immediato strumento di indagine del mondo contemporaneo.

Ho fatto questi esempi concreti perché mi pare che possano rispecchiare bene alcune diverse posizioni della critica fotografica attuale, oscillante, per tornare all’articolo di Trione, tra il trendy e la riflessione accurata e problematica.

© Pio Tarantini / Punto di Svista 05/2016

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