Di cosa parliamo quando parliamo di fotografia. Francesca Rivetti

Partire dall’interno per vedere cosa c’è fuori, dal sé per comprendere le relazioni tra gli individui, porsi delle domande per trovare le risposte, la fotografia è il mezzo che permette questa sperimentazione come nessun altro. Può diventare l’emanazione del proprio sentire, il risultato di una ricerca estremamente personale che può parlare a molti proprio perché nel momento in cui la guardiamo poniamo una distanza tra il dentro e il fuori essenziale per la comprensione di ciò che ci accade. Affrontiamo questo tema con Francesca Rivetti.

© Francesca Rivetti . Spaltung  (2001)

© Francesca Rivetti . Spaltung (2001)

Come hai cominciato ad usare la fotografia nel tuo lavoro e perché?

Il mio rapporto con la fotografia nasce da un’esigenza esistenziale, entrare in relazione con il piano esterno della realtà. Credo di possedere un pensiero visivo, osservare per me è fondamentale e la fotografia è stata un filtro attraverso il quale vedere. Anche se non so dire se la macchina fotografica abbia o meno esaltato questa mia caratteristica né se l’abbia in qualche modo enfatizzata. La cosa che mi ha sempre impressionato, attratto è l’estrema duttilità che permette questo mezzo.

Hai detto di possedere un pensiero visivo, che cosa significa per te guardare?

Credo sia un’attitudine, guardare è una condizione mentale che creiamo e sviluppiamo. Il modo con cui lo facciamo, cambia in funzione del nostro livello cognitivo che viene modificato dalle possibilità che abbiamo di guardare. Sono sempre stata interessata da ciò che non è centrale, questo è evidente soprattutto nei miei primi lavori. Il guardare concerne, in qualche modo, quelle che sono le nostre istanze, è un lavoro che si fa con se stessi.

A questo proposito cosa pensi dell’enorme quantità di immagini che circolano, è lecito pensare che la maggioranza delle persone non guarda più?

© Francesca Rivetti. Breath Keepers (2011-2012)

© Francesca Rivetti. Breath Keepers (2011-2012)

Forse non è che non si guardi più, con così tante immagini siamo semplicemente costretti a compensare. L’immagine fotografica sta avendo uno stravolgimento enorme di cui non siamo ancora in grado di comprendere le dimensioni reali. Mi domando se in realtà non stia cambiando l’essere umano, a fronte di questo mutamento. Come ho detto il guardare è sia un atteggiamento che una riflessione. Quando nel 1997 ho iniziato a mettere a fuoco il lavoro Abbastanza vuoto, il mio era un guardare che stava totalmente nella mia mente. Il guardare, prima di tutto è un’elaborazione mentale, non solo un meccanismo ottico. Ho sempre cercato di rivolgere lo sguardo verso ciò che sentivo, di capire le esperienze o comunque di lavorare su qualcosa che non fosse semplicemente lì fuori. Ci sono autori che fotografano situazioni che non hanno nulla di speciale ma è proprio l’atteggiamento con cui si avvicinano alla forma, l’attitudine insita nel guardare che rende le loro immagini uniche. In questi casi non è più l’oggetto che si fa fotografare, ma la mente che lo crea. Per quanto mi riguarda l’immagine nasce proprio da un guardare interno.

Cosa pensi dell’avvento del digitale è solo una trasformazione tecnologica o offre maggiori possibilità di ricerca?

È difficile rispondere, più che altro comincio a chiedermi se in generale sul digitale non ci si ponga le domande sbagliate. Trovo molto affascinante che la fotografia sia così giovane in un’epoca estremamente veloce come questa, ciò che si verifica è quasi un attrito nel capire gli eventi che viaggiano velocissimi, rispetto a una disciplina che è appena nata. Vediamo la maggior parte delle cose attraverso le immagini. La fotografia ha concettualmente stravolto la cultura, la società, ancor prima che si ponesse il problema o meno del digitale rispetto all’analogico. Ciò che mi pare interessante è il cambiamento che questa disciplina continua a produrre nella mente umana. Quindi, vedo più un problema di analfabetismo visivo che di digitale. Stiamo andando verso un’era che è sempre più visiva, quello che mi preoccupa è la mancanza di un adeguamento culturale rispetto a tutto ciò.

© Francesca Rivetti. Blind (2007)

© Francesca Rivetti. Blind (2007)

Un’incapacità di analisi, quindi, o più una mancanza di consapevolezza di ciò che si sta guardando?

Vanno di pari passo. Penso ci si debba concentrare maggiormente sul tipo di lettura, mentre in fotografia anche in ambito artistico, si ragiona molto per settori: c’è il momento in cui esiste solo il digitale, solo le polaroid, oppure l’analogico, solo l’oggetto o il suo concetto astratto. Questo credo dipenda principalmente da una carenza culturale in ambito divulgativo non tanto negli autori. Soprattutto in Italia, si dovrebbero creare maggiori possibilità di dibattito attorno alla fotografia, in tutti i suoi aspetti.

 

Tornando al flusso di fotografie quotidiane, verrebbe quasi da dire “aboliamo le immagini”, smettiamo di guardare le mostre, i libri per riconquistare una purezza dello sguardo.

Proprio dall’eccessivo numero di immagini sono nati i miei primi lavori Abbastanza vuoto e Meteore. Mi interessava la dimensione del vuoto, volevo renderlo visibile senza alcun tipo di alterazione, né prima né dopo lo scatto. Era una sfida, mi chiedevo: si riesce ancora a vedere oppure no? Come per tutte le cose quando si è sovraccarichi occorre staccare la spina e finalmente si ha per qualche breve attimo, un sollievo. Ho pensato a delle sospensioni, qualcosa che potesse scollegarci da questo continuo creare immagini una sull’altra di cui non vedevo il senso. Mi piaceva l’idea di poter sorprendere, mettere la figura umana al limite, decentrare, togliere qualsiasi tipo di aggancio visivo. La pellicola “Film”, di Samuel Beckett, che ha  ispirato un altro mio lavoro Blind, raccontava già dell’impossibilità di sottrarci allo sguardo.

© Francesca Rivetti. Soggetto Difficile (2004)

© Francesca Rivetti. Soggetto Difficile (2004)

Parliamo un po’ di cosa è il “vuoto” per te.

Nel mondo occidentale ne abbiamo un po’ paura ed è abbastanza impossibile che ci concediamo ad esso, di fatto tendiamo a riempirlo. A me invece dà sollievo e ho cercato di scegliere un vertice osservativo legato ad uno stato mentale libero, privo di stratificazioni, una sorta di pensiero laterale.

Alcune mie immagini, già prima dell’adolescenza, hanno a che vedere con un decentramento del soggetto a favore del vuoto. Mi sono concentrata spesso non tanto sui soggetti quanto sugli spazi tra i soggetti e questo mi ha portato a realizzare varie ricerche, come Soggetto difficile, dove le persone sono ai limiti dell’inquadratura. Il vuoto può esaltare ciò che non c’è ma viene alluso, soprattutto crea aspirazione, stesso concetto che ho ritrovato leggendo testi sull’aniconismo.

Un po’ come togliere.

Togliere è il mezzo con cui arrivo al vuoto, ma non è il vuoto. Diciamo togliere perché presumiamo che ci sia già qualcosa e nonostante il vuoto esista in natura, crea una vertigine, ci fa paura, per questo il più delle volte gli diamo un significato negativo. Tutto ciò che non è visibile, mi ha sempre attratto, forse perché in forte contrapposizione con ciò che rappresenta solitamente la fotografia.  Per me c’è  bisogno di distanza per vedere, per sentire. Quando prima parlavo degli spazi vuoti tra i soggetti intendevo dire che è proprio la percezione di questo spazio a creare i miei soggetti.

Dunque nel pensiero occidentale lo spazio viene riempito sempre e comunque, viceversa in quello orientale il vuoto ha una valenza di pieno.

Generalmente gli individui preferiscono stare dove ci sono altre persone, siamo esseri sociali ma gli spazi vuoti sono molto salutari. A volte il pensiero è ingombrante ma se iniziamo a togliere ciò che affolla la nostra mente siamo costretti a vedere cosa rimane e questo potrebbe essere inquietante. Il concetto è proprio quello di scindere lo spazio e il tempo, rimanere a grado zero. Per sentire cosa rimane alla fine, bisogna togliere.

© Francesca Rivetti. Meteore (2005)

© Francesca Rivetti. Meteore (2005)

Questo discorso parrebbe dare la possibilità a chi guarda di immaginare cos’altro ci può essere oltre l’inquadratura e il soggetto inquadrato.

Sì è un’indicazione, ma corrisponde anche a come mi sono sentita io in certi periodi della mia vita. La fotografia sottolinea questo stato, con una tensione che in alcuni momenti è positiva. Mi viene in mente un’immagine del lavoro Meteore: una persona che dall’angolo basso a sinistra sembra camminare verso il centro della fotografia che è completamente vuoto. Mi sembra rappresenti adeguatamente tutto questo: c’è la tensione, l’assenza, però da un punto di vista positivo, come possibilità di immaginare un futuro diverso, qualcosa che ancora non c’è.

Non solo guardare ma immaginare che succederà qualcosa.

Esattamente. In Definitivamente provvisorio, un altro mio lavoro, ci sono immagini con dei soggetti al limite dell’inquadratura, mentre una è completamente vuota. Si tratta di un vuoto necessario all’interno di una sequenza ritmica, che non ha una cadenza regolare ma si muove, quasi a creare un dinamismo.

© Francesca Rivetti. Definitivamente provvisorio (2006) polittico

© Francesca Rivetti. Definitivamente provvisorio (2006) polittico

Pensi che la fotografia rimarrà una tua necessità?

Credo di si. E la cosa positiva di questa epoca, secondo me, è che se tempo fa era l’obiettivo finale adesso per molti artisti è solo il punto di partenza. Soprattutto nella fotografia contemporanea, è in corso questo cambiamento: prima c’era l’oggetto esterno che veniva interpretato, adesso invece per creare il soggetto si parte fondamentalmente da dentro. Il limite della fotografia siamo noi stessi e credo che questo limite si veda perché la sua evoluzione è veloce. La fotografia è nata per l’esigenza di memorizzare qualcosa, ma al tempo stesso è anche immaginazione, è il possibile e l’impossibile. Ciò che fa la differenza è utilizzare il mezzo fotografico per “raccontare cosa sento dentro” e come faccio a raccontarlo dipende da cosa ho scoperto dentro di me. E tutto ciò lo posso mettere in relazione a tutti i campi che la fotografia permette. Come dicevo è un mezzo potente.

© Punto di Svista 12/2015

 

Francesca Rivetti nasce a Milano, nel 1972. La sua è una formazione principalmente autodidatta, anche se tra il 1993 e il 1994 frequenta corsi di Photography Fine Art all’Edinburgh College of Art.  Determinanti alcuni viaggi in Medio ed Estremo Oriente che l’hanno messa in contatto con le filosofie e la cultura orientale. Il vuoto, come pure il reale e l’immaginato, sono progressivamente diventati temi portanti della sua ricerca. Attraverso le sue immagini Francesca Rivetti vuole suscitare emozioni e proiezioni visive, lasciando uno spazio interpretativo libero a chi guarda, piuttosto che offrire immagini chiuse in se stesse. Che i soggetti siano luoghi, oggetti o figure umane, l’artista usa indagare uno specifico aspetto del reale per riflettere sulla condizione esistenziale dell’essere umano e sui molteplici stati esistenziali. Gli esiti delle sue ricerche sono stati presentati in numerose mostre e fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private. Tra queste: Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Collezione Unicredit, MA*GA di Gallarate, Fondazione Fotografia Modena.

SUL WEB
Il sito di Francesca Rivetti

 

Giovanna Gammarota Vedi tutti gli articoli

Giovanna Gammarota, fotografa, ha sviluppato negli anni diverse ricerche fotografiche legate al rapporto tra fotografia, cinema e letteratura e alla questione della memoria. Tra le sue ricerche: "Sopraluoghi in Lucania. Sulle tracce del Vangelo secondo Matteo di P.P. Pasolini", "A piccoli passi", "Di case e di alberi. Camminando con Beppe". È membro di Punto di Svista e redattore di Punto di Svista – Arti Visive in Italia e di Cultframe – Arti Visive.

1 Commento

  1. Pietro D'Agostino
    /

    Emerge dal lavoro di Francesca Rivetti un’aspetto della realtà quotidiana a cui non prestiamo mai attenzione, tutti presi dal “nostro” relazionarsi con il mondo. In effetti non siamo solo noi come individui a relazionarci con ciò che ci circonda ma anche le cose del mondo si relazionano tra di loro, e questo senza una nostra consapevolezza. All’interno delle sue immagini invece mi sembra che si aprano degli spazi di attenzione proprio a questi eventi collaterali, apparentemente senza senso, ma che insieme al nostro sentire costruiscono lo spazio all’interno del quale ci muoviamo e viviamo. E in questo la fotografia è centrale, proprio per le caratteristiche di autonomia dello sguardo intrinseche nel dispositivo in se.

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