Di cosa parliamo quando parliamo di fotografia. Tancredi Mangano

La fotografia come mezzo, per capire se stessi e per rappresentare la necessità di un autore di realizzare il proprio lavoro. Un linguaggio staccato da ogni classificazione quasi fosse un passaggio, una porta attraverso cui traghettare il proprio sentimento interiore verso una condivisione. Ne parliamo con Tancredi Mangano.

 

© Tancredi Mangano. Volti in trappola. Courtesy dell'autore

© Tancredi Mangano. Volti in trappola. Courtesy dell’autore

 

Puoi raccontarci come ti sei avvicinato alla fotografia?

Da un paio d’anni mi occupo di scultura e uso la fotografia per ritrarre i momenti in cui la faccio. Dopo aver collaborato con un amico scultore, scattando fotografie per dei cataloghi di sue mostre, mi sono avvicinato a questo linguaggio. La fotografia però è sempre rimasta presente, la utilizzo per studiare la scultura. Non è una fotografia di documento, è autonoma. Ritrovo però un collegamento tra questa condizione attuale e i miei primi lavori fotografici molto legati alla materia, alla fisicità. Volti in trappola per esempio è stato il mio primo progetto importante e ha una valenza molto fisica. Si tratta di una serie di piccoli vetrini 6×6 che dopo una lunga procedura di annerimento vengono utilizzati come matrice per ottenere un’immagine. In seguito mi sono spostato su una fotografia più diretta, penso a Inabitanti, un lavoro che descrive uno stato ben preciso. Quelle pseudo case costruite da un gruppo di rumeni in una boscaglia sono una testimonianza di dove viviamo e in quale società. Dal 1995 a oggi ho attraversato varie fasi che formalmente possono sembrare eterogenee ma osservando tutta la mia produzione penso si percepisca un certo modo di vedere le cose e di volerle rappresentare. Ogni lavoro che faccio parte da una necessità che può svilupparsi in diverse forme: il bianco e nero, il colore, il grande o il piccolo formato, anche se, in realtà, queste forme non sono così importanti ma semplicemente funzionali al lavoro.

Come ti accorgi di avere una necessità sulla quale senti l’urgenza di cominciare a lavorare?

Non mi interessa tanto produrre quanto arrivare a capire e quindi succede quando, pensando a un lavoro, mi rendo conto che nasce da questo desiderio di capire, quando sono sicuro che questa necessità c’è e non è mascherata, che è una verità, allora vado avanti altrimenti non continuo.

© Tancredi Mangano. Eden. Courtesy dell'autore

© Tancredi Mangano. Eden. Courtesy dell’autore

Come sei arrivato alla scelta di utilizzare il linguaggio della fotografia?

Con un padre pittore ho sempre avuto a che fare con le arti visive. Avevo una macchina fotografica che mi regalò mio fratello, ho iniziato per caso poi ho capito che mi interessava e sono andato avanti. Le mie prime ricerche sono fotografie eseguite senza il dispositivo, immagini ottenute dal contatto di elementi naturali che interagiscono chimicamente con la carta, un’immagine diretta, non mediata da un’ottica. Successivamente ho provato interesse anche per un altro tipo di immagine ma alla fine tutti i percorsi che ho seguito confluiscono nel mio lavoro. Lo si può vedere in Da una certa distanza, un progetto apparentemente molto semplice perché si tratta di fotografie scattate da un treno. In realtà la modalità di esecuzione è solo un pretesto per mettere in atto una visione, si tratta del mio desiderio di ricercare un’immagine che non conosco, qualcosa che possa sorprendermi e quando questo avviene penso sia un buon stimolo per andare avanti.

È interessante l’idea di utilizzare la fotografia come una sorta di passaggio, un mezzo per tirar fuori delle cose.

Per me è stata uno strumento per confrontarmi con la realtà ma nello stesso tempo per fare i conti con la mia interiorità. È come se la fotografia fosse una specie di membrana che separa quello che c’è fuori da me da quello che c’è dentro di me: si mette lì in mezzo. Probabilmente ci sono dei limiti, come in tante altre discipline, e forse questi limiti sto cercando di superarli attraverso la scultura. Magari in futuro succederà che per superare i limiti della scultura io faccia dei video, chi lo sa. Non voglio precludermi delle possibilità. L’importante per me è la coerenza e la sincerità con se stessi.

Questa contaminazione di linguaggi può essere considerata una forma d’arte altra in cui non è importante una distinzione netta tra le discipline?

Credo che questo dipenda dal singolo artista, è lui che decide di usare un mezzo piuttosto di un altro. Io ho sempre utilizzato la fotografia per cercare di capire, per quanto sia difficile, il mistero della vita. Per me non significa registrare la realtà ma cercare invece ciò che sta dietro la realtà, dentro l’essere umano. Chiaramente partire da se stessi serve poi per arrivare al mondo esterno. Non sono in grado di dire in generale che fine farà la fotografia e onestamente non mi interessa nemmeno. Con l’avvento del digitale inoltre tutto si mischia e in questo grande magma forse sarebbe necessaria un po’ di chiarezza, rendere tutto meno complicato, più diretto e sincero, che poi è uno dei problema della fotografia e dell’arte in generale. Per quel che mi riguarda il percorso non è tanto guardare fuori ma guardare dentro, cosa più difficile. Non tutti sono in grado di farlo, o vogliono farlo, può essere un percorso duro da affrontare, anche pericoloso.

© Tancredi Mangano. In urbe. Courtesy dell'autore

© Tancredi Mangano. In urbe. Courtesy dell’autore

Che riscontri hai sulle tue ricerche, come ti sembra vengano accolte dalla critica e dal pubblico?

Questo è un argomento di cui potremmo parlare per settimane: della critica, soprattutto in Italia, e in particolar modo di quella fotografica. L’appartenenza alle cerchie, alle correnti, è uno dei problemi della fotografia. Nel momento in cui si rimane un po’ fuori da questo diventi un autore un po’ isolato. Questo è un problema di chi si occupa di fotografia che spesso non sa capire il lavoro di autori che negli anni si sono evoluti, hanno prodotto e magari non hanno avuto la giusta considerazione. Per quanto mi riguarda da un lato c’è uno stare volutamente fuori da certi giri, dall’altro però anche il trascurare chi non appartiene a nessuna corrente, quando ci sono molti autori validi che andrebbero considerati maggiormente, taglia fuori una fetta importante dell’espressione artistica presente sul territorio.

Secondo te è un limite che è più della fotografia?

Penso di sì. Le correnti ci sono sempre state in tutte le discipline e chiaramente ci sono anche nella fotografia. Forse questa appartenenza alla propria cerchia, che non consente di interagire, di essere aperti anche a qualcosa d’altro è un fenomeno prettamente italiano. La fotografia italiana, soprattutto per quel che riguarda la mia generazione, è stata un po’ penalizzata perché fatta di tanti autori che lavorano individualmente, il che non significa andare a discapito del lavoro intendiamoci. Ci sono però delle difficoltà ad avere delle possibilità di arrivare al pubblico o comunque di produrre delle mostre o di relazionarsi con l’estero. L’alternativa è cercare di gestire tutto da soli.

Sei stato direttore artistico della Galleria Bel Vedere di Milano. Come sei riuscito a conciliare questa tua visione con un luogo che espone prevalentemente fotografia di reportage?

È vero la Galleria Bel Vedere è legata soprattutto al reportage, ma ho comunque cercato, all’inizio non senza difficoltà, di far passare anche delle mostre di autori che utilizzavano la fotografia come ricerca: Nino Migliori o Luigi Veronesi e altri che si scostavano dall’idea di fotografia legata a una restituzione della realtà, per quanto anche sul discorso di realtà si potrebbe parlare per settimane. In un certo qual modo ho cercato di mostrare una fotografia che non fosse legata esclusivamente a determinati stilemi. L’intento era quello di dare una immagine più caleidoscopica.

 

© Tancredi Mangano. Inabitanti. Courtesy dell'autore

© Tancredi Mangano. Inabitanti. Courtesy dell’autore

 

Potremmo dire che oggi c’è il problema di capire a cosa serva fotografare?

Quando prima parlavo di necessità, intendevo proprio questo. Perché sto iniziando questo lavoro, ha senso portarlo avanti? Queste sono domande alle quali bisogna saper rispondere subito, altrimenti si rischia di fare lavori che non hanno una ragione d’essere. È chiaro che molto è già stato esplorato, ma non ha importanza perché il punto è capire come fare la propria ricerca e se nel percorso individuale è utile per arrivare a comprendere certe cose. Naturalmente ci si potrebbe chiedere perché andare avanti, molte persone non se lo chiedono e forse farebbero bene a farlo. Questo ci pone difronte a un grande ostacolo che però non è insormontabile. Magari ci sarà una rinascita, chi lo sa, non legata alla tecnologia ma alla visione. In realtà è tutta una questione di visione.

Pensi che il pubblico italiano abbia una cultura visiva? Intesa non tanto come cultura storica ma come approccio, capacità di analisi e di relazione tra se stessi e ciò che si sta guardando?

Questo non lo so. In effetti è una domanda corretta da porsi perché l’educazione visiva non è questione da poco. Forse non è approfondita come dovrebbe. Un approccio analitico dovrebbe avvenire sempre, per qualsiasi opera che uno spettatore guarda. Se questo non avviene vuol dire che c’è qualcosa che non va nell’opera. Per esempio Da una certa distanza è un lavoro che si può leggere a diversi livelli, chi non possiede una preparazione visiva adeguata si ferma alle immagini sfuocate dei paesaggi, c’è anche quello ma non solo. Una educazione visiva approfondita sarebbe importante perché darebbe la possibilità di avere una lettura più completa perché nel momento in cui si supera la soglia dell’apparenza entriamo in un altro livello di visione che in genere è quello più importante.

 

© Tancredi Mangano. Da una certa distanza.  Courtesy dell'autore

© Tancredi Mangano. Da una certa distanza. Courtesy dell’autore

 

Nel caso della fotografia forse la maggioranza del pubblico è abituata a un certo livello di lettura perché la guarda restandogli davanti senza entrarci dentro.

È quello che intendo quando dico che ci si ferma in superfice, non si riflette. Ma questo è un po’ lo specchio della nostra società. Viviamo in un’epoca dove tutto ci è dovuto, siamo abituati alle comodità e non più ai sacrifici come quello di impegnarsi quando si va a vedere una mostra, per cercare di capire. Spesso questo impegno manca perché si è abituati alle cose che ci vengano incontro automaticamente. Si tratta di una fatica che la maggior parte della gente non è più disposta a sostenere.

Il livello di attenzione nei confronti dell’opera, qualunque sia la sua complessità, spesso non registra uno sforzo altrettanto attento per cercare di capire, ci si affida ai comunicati stampa o alle spiegazioni del gallerista.

L’attenzione è fondamentale quando produci un’opera ma lo è altrettanto quando il fruitore la guarda per la prima volta. Questo si è un po’ perso soprattutto da parte del pubblico, ci si fa scivolare addosso ciò che si incontra. Bisognerebbe ripartire da lontano, dalla scuola. L’educazione è uno degli aspetti più importanti della società perché tutto ha origine da lì.

© Punto di Svista 04/2015

 

Tancredi Mangano (Lisieux, 1969). È stato assistente di Antonia Mulas e dal 2004 al 2010 direttore artistico della Galleria Bel Vedere di Milano. Tra i suoi principali lavori: Volti in trappola (1994), In Urbe (2002), Inabitanti (2003-2005), Eden (2005-2007), Da una certa distanza (2009). Numerose le mostre personali e collettive, così come le pubblicazioni cui ha preso parte dal 1994 ad oggi. Sue immagini sono custodite presso diverse collezioni: il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, il Centro d’Arte Contemporanea Villa Manin di Codroipo (UD), il GAM – Civica Galleria d’Arte Moderna di Gallarate, il Civico Archivio Fotografico del Castello Sforzesco di Milano, la Galleria Civica di Modena e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino.

 

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Giovanna Gammarota Vedi tutti gli articoli

Giovanna Gammarota, fotografa, ha sviluppato negli anni diverse ricerche fotografiche legate al rapporto tra fotografia, cinema e letteratura e alla questione della memoria. Tra le sue ricerche: "Sopraluoghi in Lucania. Sulle tracce del Vangelo secondo Matteo di P.P. Pasolini", "A piccoli passi", "Di case e di alberi. Camminando con Beppe". È membro di Punto di Svista e redattore di Punto di Svista – Arti Visive in Italia e di Cultframe – Arti Visive.