Tutto quello che avreste voluto sapere su Il Vangelo secondo Matteo. Intervista a Enrique Irazoqui

Enrique Irazoqui con Pier Paolo Pasolini

Enrique Irazoqui con Pier Paolo Pasolini

Il 4 settembre 1964, alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Pier Paolo Pasolini presenta il suo sesto film: Il Vangelo secondo Matteo, un’opera per la quale impiegò due anni prima di trovare il volto che avrebbe interpretato il ruolo di Cristo. Per questo film Pasolini era stato invitato da Alfredo Bini, suo produttore storico, a recarsi in Palestina per dei sopralluoghi ma già sapeva che non avrebbe ambientato lì il suo film: il paesaggio, ma soprattutto i volti, non avevano più nulla di quell’antico che egli cercava, necessario a dipingere il quadro di una rappresentazione vera e pura quale era il testo del Vangelo di Matteo. Il film venne girato interamente in Italia: a Barletta, Crotone, Matera, Massafra, nella valle dell’Etna e nei pressi di Chia e italiani furono i visi, tranne quello di Enrique Irazoqui. Lo abbiamo intervistato dopo il suo passaggio in Italia alla 71ma Mostra del Cinema di Venezia.

A cinquant’anni dalla presentazione a Venezia del Vangelo secondo Matteo quali analisi sono state fatte, secondo te, sul significato che Pasolini voleva veicolare con questo film?

So di convegni in cui hanno parlato rappresentanti della Chiesa i quali hanno cercato di accaparrarsi il film ma di quel racconto epico-lirico in chiave nazional popolare che Pasolini aveva in mente non ho sentito parlare nessuno. Anzi direi che il film, in questo cinquantesimo anniversario, si è trasformato in un fiore all’occhiello per molti luoghi come per esempio Matera. Negli eventi ai quali ho partecipato sino ad ora non mi è parso che a qualcuno interessasse l’opera di Pier Paolo ma, viceversa, tutti hanno parlato della propria interpretazione soprattutto la Chiesa Cattolica.

In effetti la Chiesa ha dichiarato che questo è probabilmente il film più vero mai girato sul Vangelo.

Qualche anno fa, In Spagna, mi trovavo a passare davanti a un museo del cinema, per curiosità sono entrato e ho visto in vendita il dvd, ho domandato: “Chi lo compra?” mi hanno risposto l’Opus Dei. Questo per me è uno schiaffo alle intenzioni del film. A Venezia, pochi giorni fa, sul palco assieme a me a parlare del Vangelo, c’erano cardinali e vescovi: hanno raccontato di come 800 padri conciliari lo applaudirono durante la proiezione al Concilio Vaticano II. Sono intervenuto dicendo che per me questo era il segno di un fallimento, perché quello che noi volevamo fare era restituire il Cristo a un popolo a cui l’avevano rubato per trasformarlo in una forma di potere della classe dominante. Quel popolo è esattamente lo stesso che durante la guerra civile spagnola, gridava: l’unica chiesa che illumina è quella che brucia. Pasolini ha dedicato il film a Papa Giovanni XXIII dunque la Chiesa si sente autorizzata a rappresentarlo. In realtà Pasolini lo dedicò alla persona Giovanni XXIII, colui che voleva aprire la Chiesa in un’epoca in cui si parlava di dialogo tra cattolici e marxisti, invece quello che rimane è la dedica a un papa di una Chiesa che Pasolini detestava.

Parliamo invece della sinistra. Quando uscì il film, all’epoca, ci furono molte polemiche.

Ricordo che Pasolini fece una proiezione, un mese prima di andare alla Mostra di Venezia, per un ristretto numero di invitati tra cui una rappresentanza del PCI, se non ricordo male vennero: Ingrao, Alicata, e Longo. Dopo la proiezione andammo, come sempre, da Rosati: questi tre che sedevano a un altro tavolo, mi chiamarono, sapevano che appartenevo al partito comunista clandestino spagnolo, mi dissero che dovevo convincere Pasolini a tagliare tutti i miracoli perché altrimenti il film sarebbe diventato uno strumento di propaganda della Chiesa. Pier Paolo, saputo di cosa avevamo parlato mi chiese: “Tu cosa ne pensi?”, io risposi che i miracoli dovevano rimanere, o era il Vangelo secondo Matteo o non lo era. Ho invece provato un gran piacere, successivamente, nello scoprire che il film è stato una bandiera per il movimento della Teologia della Liberazione, molto importante in Sud America, e di cui fanno parte preti cattolici della sinistra radicale, quello che essi facevano era dare il messaggio evangelico alla gente, così com’era. Proprio ciò che noi volevamo dire con il film.

Come si conciliano le posizioni politiche di Pasolini con la messa in scena di un film realizzato su un testo evangelico?

Penso ci siano parecchie cose da dire su questo: voglio ricordare un carteggio tra Pasolini e Alfredo Bini, il produttore, in cui questi gli domanda come mai un ateo vuole girare un film sul Vangelo di Matteo. Pier Paolo risponde dicendo che fino a quel momento aveva conosciuto la bellezza morale, la bellezza letteraria ma non aveva ancora conosciuto la bellezza assoluta. Dunque ha voluto fare un film senza condizionamenti ideologici su quella che secondo lui era la bellezza assoluta. C’è un’altra cosa più sociale, nel contesto dell’epoca, il dialogo tra marxisti e cristiani. Pier Paolo lesse i Vangeli ad Assisi, dove fu invitato proprio nell’ambito di uno di questi confronti, questo spiega perché non vedesse contraddizioni tra il Vangelo di Matteo e il marxismo. Poi c’è un terzo fattore, strettamente personale: secondo me esiste un prima e un dopo il Vangelo, nella vita di Pasolini. Lui, che era un poeta maledetto, che era stato cacciato dal PCI perché omosessuale, che andava in tribunale ogni due ore a rispondere delle sue opere, non credo non abbia considerato quali sarebbero state le conseguenze nel fare un film su questo tema in un paese come l’Italia nel 1964: forse lo avrebbero lasciato un po’ più in pace. Ma sappiamo che non è stato così.

Enrique Irazoqui ne Il Vangelo secondo Matteo

Enrique Irazoqui ne Il Vangelo secondo Matteo

Hai raccontato tante volte come è accaduto il tuo incontro con Pier Paolo ma non altrettanto di quando lui venne in Spagna a parlare con gli studenti universitari. Come fu quell’esperienza?

Venne nel novembre del ’64 per tenere una conferenza. Non riuscimmo a ottenere il permesso per un’aula, alla fine la organizzammo nella sala delle autopsie dell’ospedale dell’università, un luogo abbastanza sinistro, non avevamo nemmeno le sedie, eravamo tutti in piedi, la sala era gremita. Vi furono altre conversazioni nell’albergo in cui lo avevamo ospitato, tra lui e il nostro padre intellettuale Manolo Sacristán, ne ricordo una molto interessante su grammatica e logica matematica, alla fine Pier Paolo venne a dirmi quanto eravamo fortunati perché in Italia non esistevano professori così.

A quali conseguenze sei stato esposto per aver girato questo film?

La conseguenza più seria la vissi durante il servizio militare: per tutti i quindici mesi fui ripetutamente punito, in primo luogo perché ero stato arrestato per motivi politici e poi perché avevo preso parte a una pellicola di propaganda comunista. Pensa mentre in Italia il film era osannato da 800 padri conciliari, in Spagna era considerato “propaganda comunista”.

Pasolini ti propose di girare un altro film.

Sì, Pier Paolo voleva fare con me Il padre selvaggio, mi disse che se non avessi accettato non lo avrebbe girato. E così è stato. A me non importava nulla del cinema: volevo e voglio ancora lavorare per la fratellanza universale. Volevo tornare a casa e fare la rivoluzione. Così non c’è stato “Il padre selvaggio”. Fu un errore. Era un film in cui voleva contrapporre la cultura europea bianca a quella nera africana, il conflitto che scaturisce quando la cultura bianca irrompe, anche se ben intenzionata, nell’Africa nera. Ma forse era il “Cristo” che doveva fare quel film, il Cristo di Pasolini doveva andare lì.

Si è appena conclusa la Mostra del Cinema di Venezia dove in concorso è stato presentato il film Pasolini di Abel Ferrara, in cui Pier Paolo è interpretato da Willem Dafoe, che ne pensi?

In primo luogo penso che nessun film al mondo, anche con il miglior attore, girato dal miglior regista, che abbia come tema la figura di Pier Paolo Pasolini, possa essere accettabile. Questo perché quel Pasolini che diceva a me e a Elsa quando arrivava e si lasciava cadere sulla sedia: “Che angoscia!”, quel personaggio dalla “disperata vitalità”, quel nervo che lui era non penso si possa interpretare. Quello che temo è che invece di avere un’immagine di Pier Paolo attraverso la visione dei suoi film, la lettura delle sue poesie, dei suoi romanzi ma soprattutto degli scritti corsari, si abbia un’immagine di Willem Dafoe come se fosse Pier Paolo Pasolini. In due parole: sarebbe il suo secondo assassinio.

Perché secondo te Ferrara ha voluto affrontare quest’ultimo giorno di vita di Pasolini e non il personaggio?

C’è un elemento che lo rende attraente per il pubblico: un finale con l’uccisione, quei quattro, cinque, che si buttano sul corpo di Pier Paolo, il sangue, la lotta. Viene mostrato ciò che, a mio parere, mai si deve mostrare: le fotografie di Pier Paolo ucciso a Ostia. MAI. Assolutamente. Perché è deformante e morboso. Il vero Pasolini non è quello dei mostri che lo hanno ucciso, il vero Pasolini è quello della ‘disperata vitalità’, questo per me in un film non si deve fare, e meno ancora si deve affrontare come spettacolo quell’ultimo giorno nella vita di Pier Paolo.

Qualche girono fa, a proposito di questo film, hai detto che questo continuare a strattonarlo da più parti lo sta annullando, come quando una figura diventa iconica per tutti e di conseguenza la sua essenza, il suo pensiero diventa nullo.

Esatto, tutti vogliono recuperare Pasolini, farne una loro proprietà: la Chiesa, gli Stati Uniti, la destra, la sinistra. È successo lo stesso in Spagna con Antonio Machado che pur morendo in esilio, durante il fascismo era considerato il poeta ufficiale della Spagna.

Cosa ha rappresentato nella tua vita l’incontro con Pasolini, che segno ti ha lasciato?

La libertà. Da un giorno all’altro sono passato da un mondo fascista, grigio, omogeneo dove tutto era proibito, da una famiglia dove si pranzava alle due e si cenava alle nove a un mondo dove c’erano Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Alberto Moravia, Sandro Penna. Stando con loro ho capito forse la cosa più importante di tutte: che il fascismo non era soltanto una formazione politica, era anche un atteggiamento quotidiano. Che non esisteva soltanto il fascismo come forma di potere in un governo ma esisteva anche in tutto quello che si faceva durante il giorno. Il peggiore insulto, oltre all’essere fascista, poteva risiedere anche nell’essere qualunquista, volgare, erano tutti caratteri fascisti, questo mi hanno fatto capire. Pier Paolo e Elsa hanno rappresentato la scoperta della libertà, della vita. Le conversazioni con loro, quelle cene, quei viaggi rappresentano una felicità che ancora ricerco al punto che quando recentemente sono tornato a Massafra ho avuto la chiara sensazione di essere a casa. Per spiegare che tipo di rapporto avevamo ti dirò che in Poesia in forma di rosa l’ultimo pezzo, quello che si chiama “Vittoria”, Pier Paolo mi disse era dedicato a me, ma non poteva scriverlo perché dovevo rientrare in Spagna. Io ero il resistente, il partigiano, ciò che era stato suo fratello, forse. Quale poteva essere il rapporto tra Guido e un giovanotto di diciannove anni antifranchista clandestino, che veniva, praticamente da partigiano, a incontrare lui, quale era il rapporto tra questo e offrirmi il ruolo del Cristo, non lo so, ma penso che un rapporto ci sia.

© Punto di Svista 09/2014

 

Photo: Ans Vloedgraven

Photo: Ans Vloedgraven

Enrique Irazoqui (Barcellona, 5 luglio 1944) è noto al pubblico per aver interpretato Cristo nel film “Il vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini. Nel febbraio del 1964, all’età di 19 anni, il sindacato universitario clandestino di Barcellona lo invia in Italia per cercare appoggi tra gli intellettuali allo scopo di portarli in Spagna, nelle università, a tenere conferenze contro la dittatura. Conosce Nenni, La Pira, Pratolini, Bassani, Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini. Il regista italiano resta folgorato dal suo volto e gli chiede di interpretare Cristo. Inizialmente contrario, poiché in contrasto con la sua ideologia, Il giovane Enrique viene convinto ad accettare dall’entità della paga che devolverà completamente alla causa del movimento clandestino antifranchista. Nel 1969 si sposta a Parigi dove studia e si laurea in Economia. Successivamente, negli USA, prende una seconda laurea in Letteratura spagnola e nel 1976 inizia ad insegnare questa materia nelle università statunitensi. Vive da anni a Cadaqués.

Filmografia: Il vangelo secondo Matteo, di Pier Paolo Pasolini (1964). Noche de vino tinto, di José María Nunes (1966). Dante no es únicamente severo, di Jacinto Esteva e Joaquín Jordá (1967). A la soledat, di José María Nunes (2008).

LINK ESTERNO
CULTFRAME. Pasolini. Un film di Abel Ferrara di Maurizio G. De Bonis

 

Giovanna Gammarota Vedi tutti gli articoli

Giovanna Gammarota, fotografa, ha sviluppato negli anni diverse ricerche fotografiche legate al rapporto tra fotografia, cinema e letteratura e alla questione della memoria. Tra le sue ricerche: "Sopraluoghi in Lucania. Sulle tracce del Vangelo secondo Matteo di P.P. Pasolini", "A piccoli passi", "Di case e di alberi. Camminando con Beppe". È membro di Punto di Svista e redattore di Punto di Svista – Arti Visive in Italia e di Cultframe – Arti Visive.