Westwards. Immagini americane. Mostra di Giovanni Chiaramonte

© Giovanni Chiaramonte. Courtesy dell’autore

“Ma l’America è lontana, dall’altra parte della luna” cantava un menestrello nostrano sceso dal palcoscenico in punta di piedi da ormai quasi due anni. E quanto è grande? Come lo schermo del cinematografo, così grande che se non stai attento ci cadi dentro. E quanto è vasto il sogno californiano fatto di spiagge, oceano, cielo sconfinato? Di fronte a tanta vastità di paesaggio può essere difficile trovarne le minuzie, assistere a quei piccoli eventi del quotidiano in un giorno presumibilmente di festa. Lo scandire del tempo rallentato in uno dei Paesi più veloci al mondo mostra l’accontentarsi del vivere in riva a luoghi divenuti piatti come piatta è la vita di chi li osserva. L’uomo trasforma il luogo in cui si trova a vivere: ha questa capacità. La bellezza dei cieli, la loro limpidezza, da sola non basta, non ce la fa a contrastare quell’immenso nulla che le si srotola sotto. Un motociclista osserva il panorama ai suoi piedi, novello Cristo tentato dalle parole pronunciate in quelle antiche scritture: “tutto questo può esser tuo se mi adorerai”. Per un attimo egli è forte e potente, come quello stesso paesaggio che lo avvolge e lo richiama a sé. Per un attimo il senso dell’infinito torna puro.

Giovanni Chiaramonte nei primi anni Novanta fotografa l’America che si è perduta. Gli scatti mostrati in Westwards. Immagini americane, lavoro ancora visibile alla Galleria San Fedele di Milano fino al 20 di febbraio 2014, testimoniano di strade gialle d’aria mista a sabbia, pulviscolo che si deposita sui copertoni delle rare automobili che le attraversano e quando si annulla al suolo i particolari emergono, si evidenziano segni, estemporanei, come le croci anonime piantate nel terreno lungo il ciglio del nastro d’asfalto, o gli aquiloni della festa sospinti dal vento. Anonimo è il luogo stesso, ormai solo rappresentazione cinematografica dell’estrema frontiera, ultimo confine valicato di quel mondo nuovo del quale non c’è più nulla da scoprire se non che ci appartiene come il nostro indicibile senso di smarrimento.

© Giovanni Chiaramonte. Courtesy dell’autore

I luoghi americani di Chiaramonte possono a buon credito rappresentare i luoghi vuoti della mente, come le case ordinate con davanti il prato raso, l’omologazione tranquilla ove rifugiarsi. Eppure, l’immensità è un concetto vivo. Le luci industriali della sera riportano lo sguardo verso qualcosa di più conosciuto e meno effimero – impianti che emergono come stele luminose nel deserto – che non rischia di confonderci con il suo fascino ammiccante dal sapore maledetto. Non stiamo guardando un film questa è la realtà, sembra dirci l’autore, ma l’uomo non la abita, lotta con essa per stabilire una convivenza. Quand’anche la presenza umana si manifesta appare anonima tanto quanto il luogo, integrata nel meccanismo che li vuole entrambi perfettamente aderenti all’immaginario che essi stessi hanno generato per rimanere tra i vivi, dunque luoghi che paradossalmente assumono un atteggiamento umano e uomini che si innestano tra gli interstizi del paesaggio come piante spinose insensibili all’acqua. L’autore vaga alla ricerca di qualcosa cui aggrapparsi, e di segni è cosparso il territorio, simboli che pilotano la memoria in  un posto che non è reale ma che si trova a fare i conti con la realtà vera. Persino il grande fiume Mississippi appare come un mare insofferente e abbandonato, lontano dai significati biblici, lontano dalla vita. Colpisce il vuoto di queste immagini che non è assenza dell’umano, bensì presenza umana immersa nella solitudine. Questa commistione di mare, cielo, umanità si amalgama in una architettura paesaggistica, possiede un’anima desolata che nemmeno gli eventi naturali più catastrofici riescono ormai a smuovere.

© Giovanni Chiaramonte. Courtesy dell’autore

Quello che Giovanni Chiaramonte compie è una sorta di tour nel sud degli Stati Uniti: nel Texas, in Florida, nella California, in cerca del mito: ma cosa è diventato? In queste fotografie non compare, non vi è traccia della dorata collinetta degli dei. Le reminiscenze di quella gioiosa terra cantata negli anni Sessanta con tanto di danze, fiori tra i capelli e “peace and love” si annullano nella desolazione che si è presa la fede, la speranza, ogni possibile idea di futuro, tutto, lasciando un vuoto indefinibile. Egli compie un viaggio che attraversa tradizioni cristiane forti continuamente rimarcate dalle numerose croci poste a simbolo di un territorio conquistato, per giungere fino al Memoriale dell’Olocausto di Miami, fardello pesante di tutto l’Occidente senza distinzione.

Una vasta umanità si muove silenziosa lungo la linea dell’orizzonte, pellegrina senza scopo in quello che fu appellato come “il Nuovo Mondo”, le cui strade promettevano di luccicare come l’oro. Ma le strade non luccicano più e il popolo che le attraversa pare chiedersi cosa può attendersi da questi spazi che appaiono ancora sconfinati eppure così ormai perfettamente conosciuti grazie alla profanazione cinematografica, alla narrazione letteraria? La bellezza da sola non può bastare, il mito della West Coast è caduto, il fascino ha lasciato il posto all’indifferenza e noi che lo osserviamo attraverso queste immagini non ci chiediamo nemmeno più perché.

© Punto di Svista 02/2014

INFORMAZIONI

Giovanni Chiaramonte. Westwards. Immagini americane
Dal 20 gennaio al 20 febbraio 2014
Galleria San Fedele / Via Hoepli 3 a-b, Milano / telefono 02.86352233
Orari: tutti i giorni 16.00 – 19.00 / chiuso lunedì e festivi / ingresso libero

LINK
Galleria San Fedele, Milano

 

Giovanna Gammarota Vedi tutti gli articoli

Giovanna Gammarota, fotografa, ha sviluppato negli anni diverse ricerche fotografiche legate al rapporto tra fotografia, cinema e letteratura e alla questione della memoria. Tra le sue ricerche: "Sopraluoghi in Lucania. Sulle tracce del Vangelo secondo Matteo di P.P. Pasolini", "A piccoli passi", "Di case e di alberi. Camminando con Beppe". È membro di Punto di Svista e redattore di Punto di Svista – Arti Visive in Italia e di Cultframe – Arti Visive.