Intervista a Nino Romeo – operatore culturale indipendente

Un famoso pezzo di Gaber, cantastorie della Milano che fu, così recitava: “La Libertà non è star sopra un albero, non è neanche un gesto o un’invenzione. La libertà non è uno spazio libero. Libertà è partecipazione”. È questo il concetto principale che emerge dalla mia conversazione con Nino Romeo, libraio, fotografo e operatore culturale in una realtà territoriale complessa e ai margini di una città che si dice europea: il quartiere Gratosoglio. Parlando con lui scopriamo un nuovo soggetto culturale di cui, sino ad ora, non ci eravamo ancora espressamente occupati: il “cittadino attivo”, aleggia, in tutta l’intervista, alla ricerca della propria libertà perduta.

 

La prima domanda che ti faccio è: secondo te Milano, per quel che concerne la fotografia, è una città che può considerarsi europea?

Sicuramente no. Per la fotografia e la cultura, in generale, ereditiamo un passato disastroso. Ci sono responsabilità che risalgono a molti anni fa e a tante giunte politiche precedenti. Non abbiamo un Museo della fotografia contemporanea, è a Cinisello Balsamo. Ma soprattutto, a Milano, è l’atteggiamento verso la fotografia che non è assolutamente europeo. Girando in altre città d’Europa ho notato una apparente discrezione ma al tempo stesso maggiori possibilità, per la fotografia, di esprimersi. Il che non vuol dire “più” spazi, significa invece maggiore “qualità” degli spazi. E anche qui non vuol dire belli, puliti, asettici, ma, a seconda dei progetti dei fotografi, ex fabbriche, case in via di ristrutturazione, negozi, vale a dire tutti quegli spazi che il fotografo reputa interessanti per esprimere il proprio concetto di fotografia. Questo da noi è praticamente impossibile, troppa burocrazia per l’accessibilità, per esempio. Inoltre viviamo questa eterna incapacità di distinguere tra fotografia e arte, per cui a Milano si espone in luoghi preordinati, dove le possibilità, per i giovani, calano sensibilmente, quindi o si entra in un circuito museale, oppure non ci sono posti in cui si può comunicare la propria arte, anche con poche risorse, rendendola al tempo stesso accessibile al pubblico, instaurando un contatto con esso.

Abbiamo affrontato l’ambito espositivo. Cosa pensi invece del dibattito attorno alla fotografia? A tuo parere, com’è la qualità delle situazioni in cui se ne parla?

Anche qui, secondo me, non siamo ad un livello europeo. Però devo dirti, sinceramente, che questo aspetto mi interessa meno: il mio lavoro è più sul fare. Inoltre trovo che esista una particolare deformazione italiana a dover appartenere a “sette” o “gruppi” per cui ognuno cerca di identificarsi con questo o quello. Non vedo libertà in questa forma e, a volte, la trovo anche, da quel che ho seguito sui media, abbastanza sterile. Si sta perdendo, sempre dal mio punto di vista, quello che è il contatto tra il fotografo e il fruitore finale. Questo non per colpa del fotografo, ma a causa del sistema organizzativo editoriale, museale, eccetera.

Poco fa hai accennato alle istituzioni pubbliche. Pensi che ci sia una sufficiente interazione tra operatori privati e istituzioni? È opportuna? Che cosa si dovrebbe chiedere eventualmente all’Amministrazione milanese per far sì che questo scambio diventi più incisivo.

Su questo punto, sono abbastanza critico. Questo aspetto, secondo me, non fa altro che rendere l’acqua più torbida. Intendo dire: non ci fa capire qual è il potere, la forza, della fotografia perché, naturalmente, se un privato interviene in questo campo lo fa per altri interessi e, di conseguenza, porterà all’attenzione del pubblico determinati artisti. Ciò si traduce da una parte in maggiore visibilità per certi fotografi, per determinati marchi o per certe Fondazioni, mentre dall’altra non vi è possibilità di esprimersi per quegli autori che non siano legati a fenomeni, a eventi o mode. Secondo me ciò porta a un ibrido: dovrebbe esistere una parte istituzionale che non segua le mode, ma che, attraverso una seria programmazione, dia spazio ai fotografi che effettivamente fanno ricerca in vari ambiti. Dopo di ché il privato farà il privato, ma questa interazione tra privato e pubblico non la vedo positivamente. Lo dico da operatore culturale. Vedo, in questo modo di agire, una difficoltà che poi si traduce in mostre per le quali possiamo ritenerci fortunati perché organizzate dal privato che ha portato l’autore importante, significativo. Tutto questo esclude lo spazio ai più giovani e conduce a una frustrazione del mondo dell’arte e della fotografia perché, inevitabilmente, se non sei coperto da un privato, da un gallerista, non hai visibilità, magari fai cose eccezionali ma a casa tua, senza nessuna possibilità espositiva.

Su questo tema, secondo te, l’Assessorato alla Cultura dovrebbe fare ricerca? Boeri dice: io faccio la mappatura. E infatti sono in corso alcuni incontri con gli operatori del settore. Non è invece il caso che l’Assessorato faccia una verifica dei giovani talenti che esistono sul territorio, cercando poi di promuoverli?

Non so se questa funzione faccia parte dei compiti dell’Assessorato, sicuramente, come dicevo prima, c’è un problema derivante da iniziative sterili delle Giunte passate e da una conseguente immobilità. Credo che la Giunta milanese dovrebbe avere più coraggio, e parlo di Giunta, non di Assessorato, nell’aprire spazi ai cittadini. Questo vuol dire dedicare luoghi nei quali i cittadini possano auto-organizzarsi per poi esprimersi. Non possiamo pensare che l’unico modo siano i gruppi organizzati come le fondazioni, i privati, i fotografi legati ad agenzie, o altro. Esistono anche cittadini “attivi” per i quali la Giunta potrebbe veramente avere un ruolo importante nel definire quali sono le zone possibili per permettere loro di vivere situazioni di espressione propria, favorendo, per esempio, accordi con la Siae piuttosto che con il corpo dei vigili urbani, insomma snellendo la parte burocratica che spesso blocca queste iniziative. Responsabilità politiche in questo senso, hanno fatto sì che la cultura – o la controcultura – si sia atomizzata, e di conseguenza ciò che funziona in democrazia, vale a dire la spinta dal basso, non c’è più. Questo rende inutile chiedere al potere politico di intervenire: in maniera voluta e cosciente si è fatto in modo che questi spazi non esistessero più. Ma ciò non vuol dire che l’esigenza sia morta, infatti uno dei meriti dell’attuale Giunta è quello di aver aperto il contatto tra istituzione e cittadino. Favorire il dialogo e l’ascolto ha prodotto reazioni positive rendendo in alcuni casi possibile, seppur con grande difficoltà, l’organizzazione autonoma di strutture di cittadini.

Quindi tu parli del pubblico non come semplice fruitore di cose che succedono ma anche come attore.

Sì, secondo il mio parere c’è un ritorno all’espressione dal basso, anche se non amo questo stereotipo. Ho notato piccole iniziative dedicate all’autoproduzione editoriale, nelle quali molti giovani operano, assolutamente entusiasti e propositivi.

Per esempio? Dimmene una.

Il MICRO (festival di editoria indipendente negli ambiti della grafica, della fotografia e dell’illustrazione, svoltosi a ottobre a Milano, ndr) aveva il compito, ad esempio, di far incontrare il pubblico con gli operatori culturali: giovani realtà sia come nascita, sia come entità anagrafica, che si esprimono attraverso piccoli progetti, micro edizioni appunto. Si va dalla copia singola alle 4/5/10 copie fatte a mano. Un’esigenza che si sta evidenziando con un ritorno a formule di autoproduzione. Ovviamente non è nel mercato, nell’affermazione economica, che sta l’intenzione di questa realtà, piuttosto nell’esigenza, molto forte, di uscire allo scoperto, di esprimersi.

Veniamo alla Fiera MIA. Sempre pensando a Milano come a una città inserita in un contesto europeo, a tuo parere funziona, andrebbe migliorata, è la risposta giusta per questa città?

Non ho potuto vedere le passate edizioni, per questioni essenzialmente di tempo e di lavoro. Posso solo dire che, criticabili o meno, la cosa importante è che gli eventi si facciano. Come per i libri: sento molte critiche sulla quantità di libri pubblicati, ma preferisco che escano e poterli poi criticare, piuttosto che aspettare il capolavoro. Il MIA, per quanto ne so, è stato ben diffuso e orientato con passione. Credo comunque sia importante che ci sia. Ci devono essere anche queste realtà.

Parliamo del “mestiere” del fotografo a Milano: ci sono quelli che si occupano di moda, quelli che lavorano nella pubblicità o per il mondo del design. Secondo te la piazza di Milano risente dell’idea della fotografia come mestiere legata a questi temi? Li condiziona a livello qualitativo?

Sì, penso che li condizioni, naturalmente parlo sulla base di affermazioni fatte da persone che conosco e che lavorano nell’ambiente. Molti autori, a mio parere, sono condizionati, anche perché, sia il reportage che la fotografia artistica, sono in forte crisi, quindi le possibilità di realizzare il proprio lavoro rimandano al campo della moda o a quello del design. Questo però non ha comunque fatto sì che emergessero dei nomi. A parte i soliti noti, tutti i giovani di qualità si perdono in questi meandri. Anche lavorando con grandi marchi non si riesce poi a emergere. Inoltre la qualità di questi lavori, al momento, mi sembra piuttosto insufficiente. La causa è il committente, il quale ormai funziona per preconcetti e studia a tavolino le strategie di marketing; di conseguenza il fotografo si deve adeguare. I giovani non diventano riferimento – lavorando nel mondo dei libri non noto nomi emergenti – sono dispersi, fanno un servizio per il grande marchio e poi basta, è finita. Non c’è possibilità di lavorare con nomi importanti, esprimendo un proprio concetto di fotografia perché questi cercano sempre la novità, la freschezza, ma alla fine, in generale, la qualità non c’è. Anche la pubblicità, secondo me, è nelle stesse condizioni: molto appiattita su stereotipi, sia culturali, sia tecnici.

Torno un momento sulla possibilità di creare circuiti culturali attorno alla fotografia. Secondo te c’è la possibilità di aggregarsi? Oppure ognuno lavora chiuso nel proprio individualismo?

L’agire singolarmente è sempre stato il peggior problema dei fotografi: non si ha alcuna voce in capitolo nel mondo dell’editoria e della stampa, ad esempio. In questo senso la crisi ha portato, secondo me, dei benefici. Vedo sempre più occasioni in cui alcuni fotografi, si aggregano, non solo a causa del bisogno economico, ma anche per condividere un percorso, e nella condivisione c’è anche un sostegno al progetto individuale. Il risultato di tutto questo è che fotografi assolutamente validi, impegnati, appassionati del proprio lavoro, all’interno di alcune realtà, provano a trovare un modo per aggregarsi. Mi pare un fenomeno abbastanza nuovo e soddisfacente, dà ottimi risultati.

Sempre sulle differenze tra la nuova Giunta di centro sinistra rispetto alla precedente di centro destra, hai notato dei cambiamenti di interlocuzione?

Sì, ne ho notati, ma ti direi di più: tra la gestione attuale e le gestioni passate.

Passate? Stiamo parlando comunque di vent’anni in cui ha governato il centro destra.

No anche prima. Direi che la cultura è sempre stata osteggiata da qualsiasi Giunta, qui a Milano. Il mondo dell’arte non dovrebbe essere asservito e scopo dell’artista dovrebbe sempre essere quello di spingersi un po’ oltre quelle che sono le convenzioni del momento. Tale atteggiamento è, di conseguenza, difficilmente gestibile per il mondo della politica, il quale ha questo grandissimo torto: l’aver voluto assoggettare l’arte a sé smorzando ogni velleità di ricerca e di innovazione. In questo senso, a Milano, direi che hanno una buona dose di colpa sia le Giunte da poco passate, sia le vecchie di sinistra.

Mentre quella attuale, dicevi, è maggiormente interlocutoria.

Sì, devo dire che ora la qualità dell’ascolto è molto cambiata. Ho sempre ritenuto la vittoria del centrosinistra auspicabile ma ero cosciente che non avrebbe risolto i problemi della cultura in breve tempo. Questo perché il centrosinistra ha ereditato una situazione notevolmente compromessa e non possiamo pensare che, da un anno all’altro, o con un solo mandato, si possano fare molti avanzamenti. Ho visto l’intenzione di intervenire in maniera abbastanza seria, per cui la mia critica è smorzata dal tentativo di apertura di questo nuovo potere politico, sia verso realtà del mondo dell’associazionismo, che verso il volontariato o quello dei cittadini che si auto-organizzano, questo occorre riconoscerlo. Individuo il problema della cultura in questa città come un problema ormai atavico e difficile da affrontare con un solo mandato.

Lavorando nel settore librario dedicato alla fotografia quali sono le richieste che ti arrivano più frequentemente, le esigenze che hai potuto cogliere parlando con persone del settore che vengono ad acquistare libri da te?

In realtà devo dirti che, per quella che è la mia esperienza, in generale il fotografo è il peggiore acquirente di libri di fotografia. Questo non da adesso, da sempre. Forse anche per troppa sicurezza del proprio lavoro. Per incapacità, parlo sempre in generale e sulla base di anni trascorsi in questo campo, di confrontarsi aprendosi ad altre realtà. Il libro rappresenta sempre una possibilità di mettere in discussione la propria tecnica, la propria arte, il proprio modo di trasmettere, di comunicare. Attualmente la richiesta più vasta è verso la possibilità di vendere in libreria i propri libri autoprodotti.

Si tratta quindi di un ulteriore aspetto legato al proprio lavoro.

In questo momento il mondo dell’editoria è abbastanza in crisi e si sta affacciando, con l’avvento del digitale, la possibilità di stampare i propri libri in tiratura limitata e a prezzi contenuti. Questo molto spesso a discapito della qualità che, ovviamente, se si stampano poche copie in digitale, non è la stessa della stampa tradizionale. D’altra parte ci sono autori che non avrebbero mai avuto possibilità di farsi conoscere, e tanto meno di pubblicare, di entrare in contatto con un pubblico, se non esistesse questa formula. In libreria cerchiamo di far incontrare questa realtà con il fruitore, di essere attenti a queste richieste, ma la disponibilità non basta. Una volta che il libro entra nel circuito bisogna conoscere l’autore, sapere che il libro esiste, conoscere anche le motivazioni per le quali l’autore ha scelto questa strada per connettersi al pubblico. È un lavoro molto faticoso, poco remunerativo, soprattutto per il fotografo, ma anche per la libreria. D’altro canto vale la pena sottolineare che ci scontriamo quotidianamente con un mondo culturale uniformato per cui un fotografo, che non sia famoso, ha maggiore difficoltà a far passare il proprio messaggio. Ci troviamo di fronte a una diversificazione e a una mutazione del linguaggio fotografico, ma per contro, chiudendo le scuole, e con le testate che si appiattiscono su certi autori o un certo tipo di fotografia, si blocca anche la possibilità di far crescere e educare il fruitore finale. Assistiamo a mio parere, a una lotta impari.

Da ultimo: se dovessi fare una proposta per Milano, che cosa ti viene in mente?

È molto difficile. Credo che ognuno si debba prendere le proprie responsabilità: la parte politica deve prendersi le sue, i fotografi le loro. Per quanto mi riguarda, dal momento che sono un ibrido, nel senso che sono coinvolto nel mondo dell’editoria, in quello della fotografia e nel mondo della proposta culturale, direi che forse “l’idea” potrebbe essere quella di avere spazi di espressione libera aperti e più accessibili ai cittadini.

© Punto di Svista 03/2013

 

Nino Romeo è operatore culturale, fotografo e libraio. Diplomato nel 1992 presso l’Istituto C.F.P. “Riccardo Bauer” di Milano nel corso Post-Diploma di fotografia con specializzazione professionale. Collabora con studi di architettura e design, riviste e aziende, compagnie teatrali e di danza, enti musicali e socio-culturali. Conduce ricerche nei capi dell’indagine territoriale e del reportage sociale, sfociate in diverse pubblicazioni e nella realizzazione di mostre personali e partecipazioni a collettive in Italia e in Europa. Inoltre opera stabilmente nell’ambito librario sempre riferito ai temi della fotografia e dell’arte. Dal 2002 alterna tale attività con la docenza.

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Gratosoul, Milano

 

Giovanna Gammarota Vedi tutti gli articoli

Giovanna Gammarota, fotografa, ha sviluppato negli anni diverse ricerche fotografiche legate al rapporto tra fotografia, cinema e letteratura e alla questione della memoria. Tra le sue ricerche: "Sopraluoghi in Lucania. Sulle tracce del Vangelo secondo Matteo di P.P. Pasolini", "A piccoli passi", "Di case e di alberi. Camminando con Beppe". È membro di Punto di Svista e redattore di Punto di Svista – Arti Visive in Italia e di Cultframe – Arti Visive.

2 Commenti

  1. Maurizio G. De Bonis
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    Mi sembrano molto interessanti i contenuti emersi da questa intervista. In primo luogo, il concetto di libertà e di conseguenza quello di non appartenenza a gruppi. Poi la questione relativa alla Milano non europea. Aspetto sicuramente deprimente. Ma aggiungo io, se Milano non è una città dal respiro europeo, Roma che respiro ha? Secondo me sta messa molto peggio.

    Altro aspetto interessante che emerso è il pericolo della commistione tra pubblico e privato nel campo della cultura e dell’arte. Sarebbe un argomento da approfondire ulteriormente su cui, sinceramente, ci sarebbero molte cose da dire.

    E infine la vera chicca dell’intervista a Nino Romeo. Eccola: “In realtà devo dirti che, per quella che è la mia esperienza, in generale il fotografo è il peggiore acquirente di libri di fotografia. Questo non da adesso, da sempre. Forse anche per troppa sicurezza del proprio lavoro. Per incapacità, parlo sempre in generale e sulla base di anni trascorsi in questo campo, di confrontarsi aprendosi ad altre realtà. Il libro rappresenta sempre una possibilità di mettere in discussione la propria tecnica, la propria arte, il proprio modo di trasmettere, di comunicare. Attualmente la richiesta più vasta è verso la possibilità di vendere in libreria i propri libri autoprodotti.”
    Ebbene, trovo questo passaggio emblematico e per certi versi…deprimente.

  2. Da un lato sono molto contento di questa voce su un panorama che necessita esprimersi, dall’altro ci credo poco… a una ripresa con un modello culturale che ritengo ormai fuori dal tempo, il fenomeno, che lo si voglia oppure no, sono legati a un mondo globale che non terrà mai conto ne di spazi, ne di iniziative che non raggiungono un certo livello. Forse su questo ti do ragione, ma non siamo, almeno in Italia, credibili. L’Aridità che si trova nella cultura è secondo me una manifestazione naturale e necessaria, non perché non abbia modo di esprimersi, ma perché non riesce a individuare il modo di farlo… troppo legata a vecchi modelli comunicativi, ahime ormai privi di senso se non per quello che tu chiami in qualche modo raduni culturali…

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