Aboliamo il World Press Photo

Frame dal film Full Metal Jacket di Stanley Kubrick

Frame dal film Full Metal Jacket di Stanley Kubrick

Catalogo degli orrori e dell’estetica splatter. Un individuo disteso per terra viene sottoposto a sevizie da due uomini che gli tengono i piedi sollevati e da un terzo (di cui si vede solo l’ombra) che con tutta probabilità lo sta frustando. Un bambino seminudo (visibile in volto), con testa e mani imbrattate di sangue, piange disperatamente. Due cadaveri distesi per terra vicino a un tavolo da biliardo sono immersi in un lago di sangue. Un cadavere galleggia in uno specchio d’acqua nel quale sono riflesse delle nuvole. Un uomo morto e seminudo viene trascinato (tramite delle corde che tengono legate le sue due caviglie) a velocità da un individuo che guida una motocicletta. Una folla di adulti porta in una cerimonia funebre i corpi senza vita di due bambini (ben visibili in volto).

Si tratta della descrizione di alcune fotografie che hanno riportato premi in occasione del World Press Photo 2013 (in relazione all’anno appena conclusosi). Volutamente non abbiamo citato autori e luoghi, e neanche il tipo di riconoscimento che queste opere si sono aggiudicate. Non ci interessa partecipare alla divulgazione, priva di critica, di queste fotografie e neanche discutere sulle presunte elaborazioni digitali che forse potrebbero aver subito.

Continuiamo, invece, a porci/vi delle domande. Ha senso un fotogiornalismo concentrato sulla spettacolarizzazione della violenza e sull’effetto splatter? Gli autori di questi scatti si sono mai interrogati sul senso (importantissimo) del loro lavoro e sulla rilevanza della pratica fotogiornalistica? Si fa informazione veicolando questo genere di fotografie? È proprio così necessario scattare una fotografia, anche quando il soggetto ripreso (a volte addirittura non in vita) è umiliato, violentato, ridotto a oggetto di brutalità? È giusto vincere premi fotografici con simili immagini? Quale operazione culturale svolgono i giurati che assegnano premi a scatti come quelli indicati all’inizio dell’articolo? Serve al mondo della fotografia internazionale e dell’informazione una manifestazione come World Press Photo? Non vogliamo fornire risposte. Ognuno, in cuor suo e nella dimensione privata della propria coscienza, saprà darsi delle risposte.

Ciò che chi scrive vuole dire è che forse bisognerebbe ritornare a una sorta di grado zero del fotogiornalismo. Un tentativo di ripristino della connotazione umana del fare fotografia e dell’informazione visuale sembra non più rimandabile. Per far ciò, sarebbe opportuna una scelta radicale e coraggiosa: abolire i premi internazionali di fotogiornalismo, almeno per qualche anno, per dar tempo agli sguardi di chi produce immagini di tornare a guardare il mondo senza limitarsi all’uso sterile dello shock visivo, elemento quest’ultimo che non ha mai alleviato le afflizioni delle persone e delle collettività sofferenti e violentate.

Con voce sommessa, ma sincera e determinata, si propone (e si auspica) dunque la soppressione del World Press Photo.

© Punto di Svista 02/2013


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World Press Photo – Il sito

 

Maurizio G. De Bonis Vedi tutti gli articoli

Maurizio G. De Bonis è critico delle arti visive, curatore e giornalista. È direttore responsabile di Cultframe – Arti Visive, direttore di CineCriticaWeb e responsabile della comunicazione del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. Insegna Linguaggio Audiovisivo presso Officine Fotografiche Roma e l’Istituto Superiore di Fotografia. Ha pubblicato saggi sui rapporti tra cinema e fotografia (Postcart), sulla Shoah nelle arti visive (Onyx) e ha co-curato Cinema Israeliano Contemporaneo (Marsilio). È Vice Presidente di Punto di Svista - Associazione culturale.

43 Commenti

  1. Pietro D'Agostino
    /

    Quello che vorrei cercare di capire è se questo tipo di assegnazione di premi è coerente con l’immagine che il fotogiornalismo dà di sé, al di là dell’evento di cui si occupa. Sicuramente l’informazione che arriva ai più dai mass media è quella delle immagini vincitrici e premiate. E tutto il resto? E tutti i fotografi che lavorano con altrettanto valore ma che hanno una modalità di approcciarsi all’evento del tutto diversa? Con questo conformismo sembra che non esistono! Non guardiamo solo agli addetti ai lavori che, bene o male, sanno dell’esistenza di un altro tipo di fotogiornalismo, guardiamo più che mai all’uomo della strada, al suo diritto di formarsi un’opinione da un’informazione diversificata e pluralista. Per non parlare poi degli allievi delle scuole di fotografia e di fotogiornalismo, o dei semplici appassionati, che hanno così un solo modello di riferimento da cui trarre suggerimenti o ispirazione.
    A mio avviso non è che abolendo il premio (il quale non rappresenta tutto il mondo del fotogiornalismo e questo deve essere chiaro) equilibriamo l’informazione su ciò che è il fotogiornalismo. Le energie andrebbero canalizzate al sostenere e portare a conoscenza, in tutti i modi, ognuno per quello che può, che l’universo del fotogiornalismo, anche davanti ad una tragedia, ha risorse umane e modalità espressive che fanno informazione facendo a meno della spettacolarizzazione.

  2. La vedo più semplice: la foto vincitrice non andava semplicemente fatta vincere – per il livello ridicolo di postproduzione. Fatta in quel modo, ricorda il look fashion-pubblicitario, dove la perfezione dei volti, senza una ruga, un segno, una caratterizzazione, sono l’obbligo e la condizione necessaria per vendere un prodotto, un messaggio pubblicitario, un abito di lusso. Qui non si deve vendere niente, il fotogiornalismo deve raccontare in maniera obbiettiva e non ricamarci sopra.

  3. Caro Maurizio,
    immagino, conoscendoti, che l’idea di abolire wpp perché premia immagini raccapriccianti sia una provocazione da parte tua. Ma so anche, proprio perché ti conosco, che il tuo sdegno è genuino. Anche tu mi conosci, e sai bene che – forse per via della mia formazione giornalistica – non lo condivido. Non è però mia intenzione far nascere una polemica sul tuo blog proponendo un’opinione contrapposta alla tua; voglio solo proporre a te e a chi legge uno spunto di riflessione di segno diverso:

    Le immagini crude e raccapriccianti proposte a WPP raccontano un aspetto della realtà del nostro mondo, che ci piaccia o meno. I fotogiornalisti, trovandosi di fronte a questa realtà, hanno il dovere professionale di raccontarla. I giornali nella maggior parte dei casi scelgono di non pubblicare questo tipo di immagini perché – anche se documentano la realtà e quindi svolgono una funzione informativa importante – possono urtare la sensibilità dei loro lettori.

    Queste immagini vengono viste regolarmente da chi come me lavora con il fotogiornalismo; me ne passano sott’occhio a centinaia sul mio computer, o in occasione di festival come quello di Perpignan, eccetera, e mi forniscono un quadro triste ma reale di ciò che accade nel nostro mondo. Ma è raro che passino sotto gli occhi del grande pubblico.

    Tranne quando escono i vincitori di World Press Photo. Accade una volta l’anno, e ogni anno da quando esiste il premio c’è chi – come te – si indigna. Io non ho nulla in contrario; ognuno ha il diritto di indignarsi per ciò che vuole e di esprimere la propria opinione. Ma penso anche che – una volta l’anno – possiamo anche sopportare di vedere con i nostri occhi le tragedie che avvengono in altri luoghi del mondo senza filtri o censure.

  4. qualsiasi concorso, perché è di questo che si tratta, non ha alcun senso… per me.
    quanto al fotogiornalismo, pure. non so nello specifico il wpp, non seguo…
    il reportage, oggi, celebra un’attualità mediatica rumorosa. il silenzio e l’ascolto sono invece gli elementi per una pulizia dello sguardo che magari potrebbe indagare davvero profondamente. non è dello stupore che si ha bisogno, ma di immagini inattuali. se è di grado zero che vogliamo parlare. sei tu che racconti davvero la faccenda! a prescindere da come ti si presenta. è di un reportage che narri che abbiamo bisogno, non di una brutta decalcomania.

  5. Sono d’accordo in parte con Marco Pinna.
    Da una parte sostengo che la professione del giornalista/ fotografo sia quella di documentare il mondo a 360°, dunque anche i fatti meno positivi di cui sempre più spesso la gente tende a non vedere, appunto perché violenta. Sostengo che questa tipologia di immagini sia fondamentale per dare alle persone una porzione di realtà che completa la visione del mondo in netta contrapposizione a ciò che può dare la fotografia di moda o pubblicitaria, che cerca di creare ideologie irreali per impossessarsi della mente umana.

    Ricordo una frase molto significativa detta da Walter Astrada: Voglio creare un documento perchè la gente non dica, “non sapevo”. Questo può essere forse il principale scopo dei fotogiornalisti oggi… spero…

    D’altra parte, sostengo appieno il fatto di poter/dover documentare le medesime situazioni con “l’assoluto rispetto del soggetto fotografato” d’altronde credo la prima regola sull’etica della professione.

    Questo sarebbe positivo sotto molti punti di vista… primo fra tutti… la gente risulterebbe più aperta a leggere il contenuto….

    Per finire, sono d’accordo sul fatto di ripristinare le basi del fotogiornalismo, forse l’era digitale sta portando in una cattiva strada…

  6. piuttosto d’accordo, anche se non totalmente con l’articolo (in generale mi trovo spesso a riflettere perplesso sul valore dei concorsi fotografici in genere, da quelli per professionisti a quelli per pseudo amatori – a questo proposito vedo che interviene marco pinna, che se non erro i occupa di national geographic, e che cura uno dei concorsi più discussi). Però questi premi non si limitano al reportage di guerra o in generale dal tono drammatico: anche nelle sezioni diverse dal foto giornalismo ci sono delle cose notevoli. Categorie che però vengono snobbate :guardate quella naturalistica, quest’anno ha vinto paul nicklen che è un grandissimo..

    Poi sulla post produzione: che noia..io con la reflex digitale la ritengo necessaria. Il problema sorge là dove con la post produzione si creino cose totalmente irreali (di nuovo certe riviste naturalistiche, o certi ritrattisti, che abusano di pp rendendo le loro foto più simili a dei disegni)..

  7. “Le immagini crude e raccapriccianti proposte a WPP raccontano un aspetto della realtà del nostro mondo, che ci piaccia o meno. I fotogiornalisti, trovandosi di fronte a questa realtà, hanno il dovere professionale di raccontarla.”

    Dunque questi fotografi hanno un dovere professionale,
    ne hanno anche uno morale? dopo lo scatto fotografico lo esprimono?

    Inoltre non mi pare che i fotografi si trovino sempre di fronte a certe realtà, ma a volte sembrano invitati a partecipare alle violenze proprio per fotografarle.

    Questo aspetto dichiara ancora di più la volontà delle persone di essere dentro di diritto alla costruzione di certe immagini fotografiche. Quasi tutti in accordo per lo spettacolo, quasi tutti…

  8. Maurizio G. De Bonis
    /

    Marco (Pinna),
    è del tutto ovvio che tu possa esprimere un’opinione diversa dalla mia e se anche fosse civilmente polemica (questa tua opinione) non ci sarebbe nulla di male.
    Anche io, esattamente come te, ho una formazione giornalistica ed è proprio facendo riferimento alla mia formazione che porto avanti le mie idee sui premi dedicati al fotogiornalismo.
    La mia non è una provocazione (sarebbe un po’ riduttivo). La mia è una presa di posizione intellettuale e di politica culturale e dell’informazione netta e precisa. Non c’è nulla che possa essere anteposto al rispetto della dignità umana, neanche la pratica giornalistica e dell’informazione.
    Ciò che premia (non tutto ovviamente) il World Press Photo è solo l’attitudine da parte di alcuni fotogiornalisti a spettacolarizzare le sofferenze altrui. Mi domando caro Marco: ma se in quelle fotografie fossero ritratte persone a noi care, come ci sentiremmo? Ci siamo mai posti questa banalissima domanda?
    E ancora: ci siamo mai domandati a cosa servano premi come il World Press Photo e perché si tenda a spingere l’acceleratore sulla rappresentazione della violenza e del sangue?
    Avrei molte cose da aggiungere, ma forse sarebbe bello poterci confrontare su questi temi pubblicamente. Questi non sono temi provocatori, per nulla. Sono temi che riguardano la sostanza della nostra professione.

  9. Maurizio G. De Bonis
    /

    Pietro,
    la richiesta di abolire il World Press Photo è un atto di politica culturale nei riguardi dei premi dedicati al fotogiornalismo. Non intendo con questa mia richiesta “cambiare il fotogiornalismo”.
    E certo evitando di veicolare immagini come quelle di cui parlo nell’articolo un po’ più di equilibrio ci sarebbe. Non credi?
    E poi bisogna pur prendere ogni tanto nella vita privata e/o professionale una posizione. Oppure bisogna sempre fare gli equilibristi per non esporsi troppo?

  10. Queste fotografie ritraggono senz’altro scene di violenza estrapolate dalla realtà, ma nello stesso tempo ne stimolano anche lo sviluppo e questo può avvenire sia attraverso la diffusione su alcuni media, sia creando un apparato mediatico come potrebbe essere il Wpp e altri premi simili.
    Alcuni fotografi secondo me , sono inconsapevoli di questo e in alcuni casi costruiscono il proprio lavoro in maniera altrettanto inconsapevole, cadendo in quel meccanismo che li costringe a creare solo un certo tipo di immagini.
    Io mi chiedo semplicemente se questo tipo di immagini essendo impostate ( nella maggior parte dei casi ) sull’effetto shock, distolgano il fruitore dal comprendere a fondo sia l’informazione contenuta sia il punto di vista del fotografo che non credo sia una cosa di poco conto.
    Aggiungo che mi trovo d’accordo con maurizio quando parla di presa di posizione intelletuale e di politica culturale e poi con efrem che parla di silenzio e di ascolto come elementi che potrebbero portarci ad una pulizia dello sguardo.

  11. Maurizio G. De Bonis
    /

    David,
    hai perfettamente centrato il problema: la logica di mercato.
    Fare certe fotografie che magari molte riviste non pubblicano ma che vengono premiate nell’ambito del World Press Photo ( o di altri premi) significa entrare in un meccanismo tipico di uno star-system del fotogiornalismo che non ha niente a che fare con l’informazione.
    La cosa peggiore, poi, è il modo con il quale questo tipo di immagini sono esaltate e divulgate dall’ambiente della fotografia. Ed esaltare certe fotografie, significa semplicemente costruire l’inutile mito del fotografo che le ha scattate. Non c’è informazione, non c’è giornalismo in questa operazione. Solo esaltazione dell’individualismo autoreferenziale in una logica di mercato, appunto.

  12. Io non credo, nel modo più assoluto, che queste immagini facciano parlare del mondo. Fanno parlare dell’immagine, della sua superficie, della sua ‘bellezza’, dei suoi colori, del suo aspetto pittorico, etc. La manipolazione allontana ancora di più il consumatore (sì, il consumatore – sono d’accordo con Stefano) dall’evento descritto perché appare artificiale e viene usata solo per il ‘bene’ dell’immagine.

    Una volta all’anno ci chiamano a concentrarsi sugli orrori del mondo (Marco Pinna)? Allora ha ragione David quando dice che appaga la nostra morbosità al pari di chi si ferma a guardare un incidente dall’altra parte della carreggiata e poi continua per la sua strada consolato dall’idea di non essere lui parte di quella realtà.

    E allora aggiungo una domanda a quelle poste da Maurzio: a chi giova tutto questo affare del World Press Photo? E se uno fotografa con la speranza di essere premiato oppure per lo stesso motivo sistema la fotografia in modo che sia accattivante, dove sta la sincerità delle sue azioni? Dove sta la sua così pura intenzione di svegliare le coscienze? Io vedo solo una corsa irrefrenabile a “chi l’ha fatta più orrorifica”.

  13. Si Maurizio, capisco il tuo punto di vista ma non credo che abolire i premi sia la soluzione, anche e soprattutto quando ci regalano meraviglie (a mio avviso) come il lavoro sugli omosessuali in vietnam di maika elan, quello sull’alzheimer di podavini o quello su pine ridge di aaron huey. Io preferisco quel tipo di lavoro, il reportage di guerra non ha mai stuzzicato più di tanto la mia fantasia fotografica.

    Tuttavia resto dell’opinione che vadano mostrate anche certe immagini; fosse per me anche sui giornali. Per principio, sono contrario alla censura e sono a favore della diffusione e alla pubblicazione di immagini e informazioni di ogni genere (nei limiti di legge, of course). Ricordiamo poi che certe foto “raccapriccianti” pubblicate dalla stampa americana negli anni 70 hanno contribuito a far capire agli americani cosa stava realmente succedendo, a porre fine alla guerra nel vietnam e a dare credibilità al fotogiornalismo in quanto forma di libertà di espressione.

    Infine, per rispondere alla tua domanda, se succedesse qualcosa di brutto a una persona a me vicina (corna facciamo) e mostrare l’immagine della vittima servisse a denunciare un fenomeno o a sensibilizzare il pubblico su un’ingiustizia, beh, credo che acconsentirei alla sua pubblicazione.

  14. Pietro D'Agostino
    /

    Maurizio,
    sai bene che la mia posizione al riguardo del WPP è di biasimo ed è la stessa che tutto Punto di Svista condivide e sostiene come politica culturale da sempre. Ho solo cercato di osservare, non a fare giochi di equilibrio, questo teatrino dell’orrore, superficiale e deleterio, da un punto di vista parallelo a quello che te giustamente sostieni.

  15. carissimi amici,
    condivido l’articolo “Aboliamo il World Press Photo?”.
    Caso ha voluto di essermi positivamente soffermato – per interesse di “parte” – su una bella foto di ragazze che giocano a basket in Africa (primo premio “sport” sempre di World Press Photo), ma in effetti guardando gli altri premi un paio di foto trucide e violentissime le avevo notate. Avete proprio ragione.
    Più in generale il discorso “etica e fotografia”, che vedo affrontato dal vostro autorevolissimo Puntodisvista, è giusto e importante: fa parte di quel discorso sulla tutela dei diritti della persona per cui l’associazione che presiedo – AceA Onlus – è vocata ed è diventata associazione di volontariato sui consumi etici, beni comuni e stili di vita .
    Parafrasando un modo di dire un po’ sloganistico, viene voglia di affermare che “IL DIRITTO ALLA DIGNITA’ E’ QUESTIONE ANCHE DI IMMAGINE”: che le persone vanno tutelate nella loro integrità etica, come “oggetto” di immagine “fotografato/ripreso” , così come vanno tutelate le persone come “consumatori/lettori/spettatori” di immagini.
    Disponibile a riprendere il discorso di farne una campagna d’opinione, vi porgo i miei cordiali saluti.
    Michele Papagna
    presidente Acea Onlus
    direttore http://www.Consumietici.it

  16. Perdonatemi , ma che senso ha questa annotazione? la fotografia è un forma artistica, e va criticata per quello che è , bella o brutta , al limite, ma non si può censurare una forma d’arte!
    Il premio è alla fotografia , non a ciò che ritrae , ma a ciò che il fotografo , utilizzando un apparato tecnologico , ha voluto vedere e rappresentare. E’ come una proposta di censura! Se non mi piace non la guardo e la considero una immagine brutta.Tutto il resto è etica e morale, che dovrebbe riguardare esclusivamente l’accettazione o meno dell’azione ritratta. Il fotografo ci dà la sua visione e basta. I premi artistici non approfondiscono se non l’oggetto artistico.

  17. Il 18 ottobre 1975 il Corriere della sera pubblicava un articolo di Pier Paolo Pasolini dal titolo: “Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia”. Le due proposte erano le seguenti: 1) Abolire immediatamente la scuola media dell’obbligo. 2) Abolire immediatamente la televisione.
    Parafrasando questo sempre grande e geniale autore si potrebbe dire che la nostra modesta proposta per eliminare la criminalità di un certo fotogiornalismo è quella di “abolire immediatamente il World Press Photo”. Rimando l’approfondimento delle tesi pasoliniane invitando alla lettura essenziale di “Lettere luterane”. Per quanto riguarda il WPP riprendo il commento dell’amico Michele Papagna quando dice che “il diritto alla dignità è questione anche di immagine”. La dignità deve essere presente anche nell’informazione. Ma poi: c’è ancora qualcuno che pensa di “fare informazione” o “sensibilizzare il pubblico su un’ingiustizia” attraverso l’esibizione del dolore impresso nella carne? Nel migliore dei casi, signori miei, si sbircia l’immagine e ci si volta dall’altra parte, ben felici di non essere toccati in prima persona, di non essere “contaminati” dalla putrefazione della sofferenza. Sì è proprio così che succede. Alcuni possono obiettare, come il signor Marco Pinna, che questi concorsi “ci regalano anche meraviglie”. Bene, le pagine di una autorevole rivista sono una più che giusta e sufficiente collocazione per queste eventuali meraviglie. Ma le riviste, si sa, acquistano sempre meno servizi autoriali e dunque alla fine il circolo vizioso si chiude: se queste immagini non possono essere adeguatamente divulgate dove sta l’informazione? Perché WPP premia quelle immagini che dovrebbero fare informazione, giusto? Quindi arriviamo alla conclusione di David e Maurizio: la logica di mercato, l’alimentazione dello star-system del fotogiornalismo fine a se stesso. Questa non è fotografia e tanto meno informazione, si tratta solo di autocelebrazione. Spiacente ma “non nel mio nome”. Sono anch’io disponibile per una campagna d’opinione.

  18. Cari tutti
    mi permetto di apportare il mio contributo a questa interessante discussione.Direi che da anni ormai si è sicuramente attivata una discussione riguardo l’etica nel mondo del fotogiornalismo e spesso negli ultimi tempi nell’ambito del mondo fotografico sono nate profonde analisi. Seppur in parte condivido il dovere di portare l’attenzione su questo tema credo che nel contesto del WPP lo trovo un po’ fuori luogo. IL WPP è un premio fotogiornalistico che ha una lunga storia e che per anni e mi riferisco in particolare ai tempi dell’assenza della rete ha dato a tutti noi la possibilità di conoscere da vicino genti,storie e realtà sconosciute ai più. Oggi tutto sembra molto più vicino e accessibile e forse pensiamo sempre di sapere già abbastanza , senza bisogno forse di aggiungere altro ,e mi riferisco in particolare ai vari conflitti con immagini che riteniamo violente. Ma come dicevo all’inizio il WPP è da sempre connotato come premio fotogiornalistico e quindi parliamo di notizie positive o negative che siano.Forse potremo appellarci alla singola sensibilità dei fotografi senza però non cadere nel solito luogo comune del bisogno di immagini sempre più raccapriccianti per far vendere i media. Paradossale pensare questo in un ‘epoca appunto dove l’editoria vive una delle crisi più profonde.Trovo ancora più sterile la continua discussione sulla post produzione . La post produzione è insita nella fotografia stessa certo tutti noi sappiamo riconoscere una foto postprdotta da una senza nessuna elaborazione, ma tranne esempi eclatanti tipo cartoni animati non trovo nulla di così sconvolgente, forse l’unica vera critica è l’appiattimento dei toni, trovo molto più sconvolgente il ritocco nella fotografia Glamour patinata dove c’è una manipolazione al limite del possibile dove corpi e visi diventano quasi irreali.Trovo invece questa edizione molto interessante con alcune novità, in primo luogo l’alta presenza di fotografi senza dietro grandi agenzie , e la scoperta di tantissimi nomi nuovi. Come dire una giuria attenta a nuovi modi di comunicare dove si premiato molto lo sforzo dei fotografi che investono sulle loro capacità.
    Si è vero sicuramente ci sono immagini dure ma questo è il WPP e da sempre ha dato comunque notevole impulso alle nostre discussioni.
    Grazie per l’attenzione
    Emilio D’Itri

  19. Sono pienamente daccordo ..cavolo sembra quasi che la realtà sia solo violenza, morti, corpi mutilati e sembra che questo rappresenti quasi “un culto fotografico”…tutti alla ricerca dell’immagine piu violenta cruda possibile …forse si dovrebbe ripartite da un “anno zero” o forse come detto nell’articolo abolire questi premi internazionali…

  20. Maurizio G. De Bonis
    /

    Guido,
    mi sembra che utilizzare la parola censura significhi non aver compreso a pieno la proposta contenuta nel mio articolo.
    La censura, inoltre, la può applicare solo chi detiene un potere e io, personalmente non ho alcun potere.
    Esprimo liberamente solo delle idee (sbagliate o giuste che siano).
    La censura, invece, la vorrebbe applicare chi non intende ascoltare idee “fastidiose” e che vanno controcorrente.

  21. Io mi sento di sostenere il pensiero di Efrem (tutti i concorsi sono inutili), e conseguentemente non posso che sostenere la pasizione dell’autore (aboliamo il WPP). nel mio commento precedente ho volutamente evitato di prendere parte alla discussione perchè mi aspettavo esattamente di trovare la pletora di commenti che leggo.
    Mi sembra che siamo collettivamente disorientati. Ci facciamo un sacco di domande che si rincorrono, ma nessuno constata con lucidità una questione molto semplice: una volta che la fotografia di un tale autore viene inglobata nel WPP diventa un’altra cosa. L’immagine è la stessa, ma ha un nuovo scopo, un nuovo pubblico, un nuovo mettersi in mostra, un nuovo fare comunicazione. Quell’immagine finisce semplicemente per fare l’attrice del WPP, nè più nè meno. E allora non ha più senso parlare di ritocchi, di realtà, di etica perchè tutto avviene nella scatola della mediaticità. Il linguaggio non è più quello fotografico, ma quello mediatico.
    Semplicemente non dovremmo prendere il WPP a riferimento di alcunchè se non di se stesso, della macchina da soldi e visibilità che è con le sue regole scritte e non scritte. Per me questa non è fotografia, non mi tocca, non mi urta, non mi parla: è un niente come le notizie del giornale che non c’entrano niente con i fatti che accadono in strada e nelle case della gente. Stiamo mischiando la relatà con la narrazione della realtà.
    Mi viene da concludere così: Ceci n’est pas une pipe!

  22. Emilio, il World Press Photo come dici tu esiste da sempre ma certamente questo non lo esime dalle responsabilità etiche che noi sottolineiamo da anni in Punto di Svista. E il fatto che oggi per la prima volta ci sono fotografi nuovi senza agenzie non mi consola per niente. Mi conferma solo il nostro pensiero che il WPP è uno strumento potentissimo che influenza le nuove generazioni e il loro modo di fare fotogiornalismo che noi riteniamo dannoso. Ed è per questo che l’operazione WPP non va ignorata ma invece va osservata con occhio critico.

  23. Questa stringa di commenti si sta sviluppando in maniera interessante, con interventi stimolanti anche se di segno contrapposto, e lo stesso avviene su altri blog nazionali come quello di smargiassi (particolarmente interessante la stringa che ne è seguita sulla pagina facebook del GRIN) e internazionali, in cui si parla appunto di postproduzione, di etica e dell’opportunità di mostrare o meno certe immagini.

    Per quel che mi riguarda la ritengo una cosa molto positiva; si dibatte su questioni di fotogiornalismo e di fotografia in maniera accorata e ragionata, come avviene quasi tutti gli anni in occasione dell’uscita dei vincitori WPP.

    Per questo motivo, e per gli altri che ho esposto sopra, mi sento di poter affermare con assoluta convinzione che l’unica idea realmente sbagliata sia quella di abolire il premio WPP, che se non altro ci fornisce l’occasione di vedere immagini splendide e di intavolare discussioni interessanti. Lunga vita quindi a questo premio, che sopravvive da oltre mezzo secolo come il più prestigioso in assoluto nel campo del fotogiornalismo e credo continuerà a farlo per un bel po’.

  24. Faccio una diversa lettura della foto: e se i giudici avessero proprio voluto premiare una foto post-prodotta e spettacolarizzante, facendo passare il messaggio che oggi non basta più neanche spiattellaci la violenza dura e cruda davanti agli occhi, ma si debba per forza renderla appetibile ai nostri occhi?
    E ci hanno dato anche la risposta, infatti noi fruitori fagocitanti immagini riusciamo ad accettarla e non ci disgustiamo, anzi ci permettiamo di commentare i dati tecnici senza sentirci degli ipocriti, invece di gridare al perchè e come non far più succedere un evento così tragico come quello rappresentato nella foto…

  25. Maurizio G. De Bonis
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    Emilio,
    io penso che il World Press Photo non ci abbia fatto conoscere genti e storie da vicino, semmai da molto (molto) lontano e in maniera parziale e ambigua.
    Quella del World Press Photo è un’operazione utile solo per alimentare un certo tipo di mercato del fotogiornalismo.
    Il problema è che ormai tutti sanno cosa e come bisogna fotografare per poter provare vincere questo premio e il fatto che quest’anno ci siano nomi nuovi ci fornisce l’esatta misura dei seri problemi che questo riconoscimento ha generato fornendo modelli di riferimento totalmente discutibili e che a mio avviso non hanno nulla a che fare con la pratica del fotogiornalismo. Si tratta solo di facile sensazionalismo visivo che esaurisce la sua carica comunicativa in se stesso e non divulga nulla.
    Grazie a te, comunque, per il tuo contributo alla discussione. Confrontarsi su questi temi ha sempre senso.

  26. Maurizio G. De Bonis
    /

    Caro Marco (Pinna),
    che tu ritenga sbagliata l’idea di abolire il World Press Photo è una posizione del tutto legittima e che rispetto.
    Vorrei però che ci si spingesse (in generale, cioè non nel tuo caso specifico) all’interno di questa “idea sbagliata” senza fermarsi alla superficie “dell’idea sbagliata” e senza attivare un meccanismo automatico di autoprotezione che non giova alla comprensione dell’essenza (totalmente disinteressata) di certe operazioni di politica culturale.
    Io penso che il modo perfetto per “affossare” definitivamente il World Press Photo sia quello di considerarlo un “luogo intoccabile” e totalmente privo di fattori da correggere. In sostanza, un’iniziativa che non è possibile criticare, un territorio da difendere senza se e senza ma.
    In ogni caso, che tu sia intervenuto nella discussione, è stato per me molto positivo. Anzi, speriamo di discutere sempre più spesso e non solo sul web. Ma anche, e soprattutto, pubblicamente.

  27. Nell’articolo se ne parla come se chi va a fare un reportage del genere lo faccia con lo scopo di vincere un premio. Chiudendo il wpp non ci saranno piu foto del genere? NO. il problema non sono le foto, il problema è solo lo schifo che accade a questo mondo, e immagini forti di questo tipo ci fanno sapere cosa accade, ci fanno riflettere, ci trasmettonmo emozioni, a volte per niente piacevoli causate da cio che accade da altre parti del mondo e che non possiamo ignorare. La fotografia non è solo questo ma di sicuro è anche questo. Cio che trovo di cattivo gusto non sono queste immagini, ma riferirsi ad esse parlando di “spettacolarizzazione ” e di “splatter”, oltre che poco rispettoso nei confronti dei fotografi e della fotografia stessa.

  28. Maurizio G. De Bonis
    /

    Claudio,
    evidentemente lei non ha ben compreso di cosa si sta parlando. La sua posizione riguardo “la fotografia” è un esempio di attivazione di un meccanismo automatico e insensato di autoprotezione parossistica.
    Lei pensa di sapere qualcosa del mondo grazie alle immagini premiate nell’ambito del World Press Photo?
    La disciplina fotografica è molto più complessa, ampia, articolata e interessante di quanto lei possa solo immaginare. Forse è lei che non ha rispetto per i fotografi e per la fotografia.

  29. Gentili Tutti,
    perdonate se intervengo anche qui, sopportatemi per quanto potete. Ritengo la proposta simpatica ma inattuabile. Il wppa è un concorso privato, organizzato da istituzioni olandesi, sponsorizzato da aziende. Che lo si legga come strumento di democrazia e non di propaganda è il fine principale. Ma il fine è sempre lo stesso: muovere interessi ed attenzione intorno a realtà, punti cospicui, di precisa calibrazione. Siano diritti umani, o interessi borsistici etc.
    Ho già postato in altri luoghi una domanda: perché nel 1993, quando la Bosnia stava esplodendo malamente, la foto dell’anno è stata di Gaza? Perché non ne hanno mai parlato della Bosnia da quando è collassata? Devo, oggi, dare ragione ad un uomo, normale, un profugo bosniaco, che mi disse che di loro non avrebbe parlato nessuno, che sprecavo il mio tempo a fotografarli. Al tempo mi lascio di sasso, oggi mi disgusta.
    E rivedere Gaza come un tabellone di film, manca Silver Surfer, con facce brutte e incazzate dietro a dei bambini morti (magari gli stessi del 1993) mi fa pensare che lo strumento di propaganda è a piena potenza. Quest’anno, mi dicono, dal Tibet c’erano foto di gente che si dava fuoco per protesta. Ma non si sono viste. Censura dolce?
    Non si possono urtare le suscettibilità dei potenti e delle lobbies: sopravvivenza, direte.
    A scapito dei soggetti delle foto, in primis, e dei fotografi che ne portano testimonianza.
    Quindi dobbiamo solo accettare che il wppa è un’ottima macchina privata di propaganda capitalistica, che si spaccia per democrazia prodotta dal basso (almeno nei contenuti).
    Diamo il nome giusto alle cose, non possiamo abolire la Coca Cola ma basta non berla.
    E ascoltare il silenzio, come consiglia Efrem.
    Buona giornata.

    P.s. Dal 1993 ho mandato solo incidenti stradali di cronaca.

  30. Vorrei solo far presente a Claudio di leggere con attenzione l’articolo e di conseguenza gli interventi.
    Detto ciò non mi sembra che qui si stia facendo un processo ai fotografi, anzi si cerca di riflettere insieme su quegli aspetti che riguardano tutti noi, fotografi, critici, photoeditor, addetti ai lavori.
    Mi sento di aggiungere che ognuno è libero di scegliere la propria strada, ma non può esimersi dalle critiche ( costruttive ) che ne potrebbero uscire dal suo lavoro, parlo dei fotografi ma anche delle organizzazioni come il WPP.
    Viviamo ancora oggi in un paese che ci permette di utilizzare la bocca ed esprimere le nostre idee liberamente, almeno cosi sembra, no ?
    La spettacolarizzazione è uno di quegli elementi discutibili che hanno poco a che fare con la pratica del fotogiornalismo, come il ricorso a certe “scene? di orrore o all’effetto shock, si sta parlando dello sfruttamento economico della sofferenza altrui, si parla di responsabilità etiche. temi che ritengo sempre molto importanti.
    Ecco, credo che stiamo discutendo di queste cose e non del lavoro del singolo fotografo.
    Tutto ciò però è sotto gli occhi di tutti, chi non vuole vedere avrà le sue ragioni che forse sono dettate da un attaccamento morboso ad un certo tipo di ambiente, mi rendo conto che la paura di affermare certe cose a volte può bloccare, comprendo che per molti è difficile esprimersi liberamente in questo contesto, ma forse sarebbe il caso di non cambiare le carte in tavola e seguire la discussione mettendo a fuoco gli argomenti fin ora trattati.
    Non metto in dubbio che alcune immagini possono farci comprendere meglio ciò che accade, ma è anche vero che lo schifo che accade in questo mondo lo conosciamo molto bene e non credo che il wpp possa aggiungere altro.

  31. Maurizio G. De Bonis
    /

    Fabiano,
    la tua affermazione “wpp è un’ottima macchina privata di propaganda capitalistica, che si spaccia per democrazia prodotta dal basso (almeno nei contenuti)”, la sottoscrivo.
    Certo Fabiano, il wpp è un concorso gestito da privati e da sponsor e l’abolizione che io auspico riguarda l’abolizione del wpp inteso come punto di riferimento assoluto, verso il quale c’è un’adorazione generalizzata acritica, e veicolo di modelli di riferimento per il fotogiornalismo internazionale.
    Ognuno si faccia i premi che vuole e premi chi gli pare ma quando un “premio” diventa strumento di propaganda per veicolare solo un tipo d fotografia e promuovere solo certi fotografi e certi contenuti, quando diventa un “centro di potere”, chi fa politica culturale secondo me ha il dovere di farsi sentire per evitare che anche in fotografia ci sia il pensiero unico.
    Che la fotografia sia un territorio di libertà di espressione e non un “luogo kafkiano” di imposizione di norme e regole indiscutibili e di processi alle idee e alle persone che non si sottomettono intellettualmente a chi detiene un potere. Chiedo troppo?

  32. io sto solo dicendo che la fotografia è anche questo. E il wpp premia i fotografi e la fotografia, non ho mai detto che è grazie alla premiazione delle immagini del wpp che sappiamo qualcosa del mondo, intendo solo dire che bello o brutto il fotogiornalismo è anche quello.
    E cmq ho piacere di vedere tanti altri generei premiati,tanti bei lavori. anche se effettivamente spesso finiscono un po’ nell’ombra delle immagini di cui si discute. Un conto è però criticare quali foto e perchè vengono premiate, un conto è parlare di abolizione del premio stesso.

  33. non riesco ad immaginare come uno abbia voglia di applicare una filtro vignettatura alla foto in questione con lo scopo, presumo, di renderla più accattivante.

  34. Francesco Mascolo
    /

    sono andato a vedere le foto a Napoli mesi fa. La questione è controversa secondo me. Premetto che La Fotografia è la mia passione da alcuni anni. Da un lato capisco la funzione dello shock. Penso alla chiusura dei manicomi nel 78 che è avvenuta anche grazie sotto la spinta dell’orrore delle condizioni in cui si trovavano i rinchiusi. Ma ecco era il fatto che era scioccante, la foto lo documentava. Quando ho visto la mostra non ho potuto fare a meno di notare che qualche foto era ritoccata non per mostrare particolari in più ma per dare più enfasi e allora penso che il fotogiornalismo deve raccontare le cose importanti e il più cose possibile non le deve “urlare”, penso che debba dare voce alle vicende e non usarle per raccontare quanto è stato bravo o figo il reporter ad arrivare lì. Ehm forse mi sono un poco dilungato ma sento sempre più spesso gente così, a caccia del fatto sensazionale per fare la foto sensazionale. Gente che porta la macchina fotografica e comincia a scattare foto a chiunque e dovunque come se non ci fosse un domani e a me che ho lasciato il digitale per la pellicola fa ancora più specie.
    Dunque non so se sarebbe meglio abolire il wpp perche allora riserverei lo stesso ai premi di giornalismo, ma qualcosa nei criteri di scelta dei vincitori, beh forse lo cambierei.

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