Intervista a Roberta Valtorta – direttore scientifico Museo di Fotografia Contemporanea – Cinisello Balsamo

La nostra inchiesta ci conduce al Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, da tutti percepito come un punto di riferimento milanese, nonostante si trovi in provincia. Lo dimostra il fatto che spesso viene citato come se fosse ubicato in città. Uno dei pochi luoghi istituzionali – la Provincia di Milano e il Comune di Cinisello Balsamo sono tra gli Enti fondatori – che si occupa di fotografia d’autore e che possiede un archivio di cui fa parte un cospicuo numero di Fondi, Raccolte e Collezioni.
Ne è direttore scientifico Roberta Valtorta alla quale abbiamo chiesto di rispondere ad alcune domande sulle condizioni dell’arte e della fotografia a Milano.

Come giudica lo stato dell’arte e della fotografia a Milano, secondo lei è all’altezza di una città che si definisce europea?

Credo che culturalmente Milano fatichi a strutturarsi su un piano europeo. Non è che non si faccia abbastanza, ma è una città soprattutto votata allo scambio e al commercio, anche della cultura. È dinamica ma non sa costruire luoghi di riferimento stabili. Non ha un Museo di Arte Contemporanea, perché mai è stato possibile crearlo, nonostante progetti ce ne siano stati diversi, ormai. Ha il PAC, che è una sede dove andiamo tutti volentieri ma che non è una struttura abbastanza grande per l’arte contemporanea. Poi ci sono le fondazioni che magari fanno capo agli stilisti. L’arte contemporanea è presente in maniera discontinua in Triennale, che rimane comunque l’unico luogo all’altezza del contesto internazionale. Per quanto riguarda la fotografia, la città manca di un luogo istituzionale. La mia non è una lamentela, intendiamoci, semplicemente credo che questa città abbia un altro tipo di vocazione: riesce molto bene nelle fiere, nelle situazioni di scambio e negli eventi.

Secondo lei è una questione di pubblico che non è preparato, oppure è una questione più di tipo burocratico, l’istituzione pubblica che è carente?

Penso che il pubblico non manchi, sia perché a Milano ci sono molti giovani e molte persone interessate sia perché assistiamo ormai a un certo flusso di persone che arriva dall’estero per questioni di business e che potrebbero fruire dell’offerta culturale della città. Ma penso anche che l’indole profonda di Milano non sia rivolta a costruire bensì a scambiare. Faccio un esempio. Già nella seconda metà degli anni Settanta si diceva che la Biblioteca Sormani era insufficiente, eppure la Beic, la nuova Biblioteca Europea di Milano, non nasce. Quindi è come se la città avesse una strana resistenza a costruire le grandi strutture della cultura, preferendo, tutto sommato, questo modo dinamico, frammentato, che forse corrisponde di più alla sua natura.

Pensa che i fruitori di fotografia e arte, chiedano un numero di eventi maggiore o qualitativamente diverso da ciò che viene loro offerto attualmente?

Sì. Personalmente ho sempre una grande idea del pubblico. Milano dovrebbe avere una proposta decisamente di tono più internazionale, anche per la fotografia, e il pubblico forse chiede proposte decisamente più contemporanee. Siamo abituati a pensare che il pubblico in realtà prenda quello che gli arriva, questo non mi è mai piaciuto. Ho sempre pensato che al pubblico si debba dare di più di quello che immaginiamo sia la sua richiesta. Proprio perché Milano è una grande città, per molti aspetti agganciata all’Europa, si dovrebbe cercare di elevare anche il livello della proposta per quanto riguarda l’arte.

Secondo lei cosa manca e cosa invece funziona?

Alcune cose funzionano. Il Museo di Fotografia Contemporanea, con scelte, credo, abbastanza nel contemporaneo, il Museo però non è a Milano, ma a Cinisello Balsamo; Forma con scelte che si attestano più su una fotografia consolidata. La città poi dispone di alcuni riferimenti saldi: la Triennale, l’Hangar Bicocca, il Museo del Novecento, il Castello Sforzesco, che spero venga presto valorizzato nei suoi spazi, come credo di aver capito. Sono tanti anni che il Castello è un luogo morto e questo è clamoroso perché si tratta di un luogo ideale, centrale, con un grande parco, e sarebbe meraviglioso offrirlo al pubblico. Infine c’è Palazzo Reale da cui forse stiamo ancora aspettando delle proposte importanti e nuove.

E dove però abbiamo sempre un po’ assistito a proposte di arte più classica o di fotografia molto nota.

Forse la vocazione di quel luogo è proprio quella di offrire arte classica, si potrebbe però potenziare la proposta e dare maggiore continuità ai programmi.

È un problema di budget, per cui non vengono stanziati sufficienti fondi, oppure c’è anche un problema di formazione degli operatori?

Le ragioni profonde credo siano situate nella mancanza di investimenti sulla cultura a lungo termine. In questo Paese non abbiamo ancora capito che la cultura crea tessuto sociale e quindi va messa al primo posto, inoltre, evidentemente, può creare anche economia. Per quanto riguarda gli operatori, penso che le strutture culturali debbano avere ciascuna la sua direzione autonoma rispetto agli enti pubblici che le sostengono, come accade in tutto il resto d’Europa. Anche se finanziate dal pubblico devono avere comunque un’autonomia culturale. In Italia invece abbiamo ancora un’impostazione secondo la quale l’ente pubblico gestisce direttamente il luogo di cultura, cosa che non dovrebbe succedere. Facciamo l’esempio dello Spazio Oberdan, un luogo molto importante perché ha anche la programmazione cinematografica della Cineteca. Tuttavia la parte mostre non ha mai avuto un orientamento preciso, non ha mai avuto una direzione artistica. Un comitato scientifico, di cui ho fatto parte per due o tre anni, ha tentato di caratterizzare questo spazio, ma il progetto poi si è interrotto.

Secondo lei da cosa dipende?

Credo che la cultura venga un po’ considerata un’attività accessoria, non principale. Gli enti pubblici non hanno mai valutato fino in fondo l’opportunità di realizzare, nei loro spazi, chiari programmi affidati a specialisti, persone che professionalmente si occupano di arte, così da offrire al pubblico proposte precise.

Parliamo della Fiera MIA. Secondo lei è la risposta giusta alle esigenze dei fruitori di fotografia di una città come Milano? Potrebbe essere diversa, migliore, come la giudica?

Il MIA credo sia, in una città di mercato come Milano, l’espressione più naturale. La fiera è partita in piccolo, penso che sia orientata a diventare molto più grande.

In che modo? Ampliando il bacino degli espositori, più fotografi che affittano un loro spazio per esempio? Da un punto di vista qualitativo, secondo lei funziona?

Vedo il MIA come un evento appena avviato, molto giovane. Diciamo che di solito una fiera nei primi anni punta a ingrossarsi e solo in un secondo tempo seleziona. Sulla scelta di far acquistare agli artisti gli stand non sono molto d’accordo. So che può essere una proposta interessante perché dà modo a chi non ha una galleria di esporsi, però è un’idea che non mi convince del tutto. Spero che in futuro riesca ad avere sempre più presenze internazionali, anche se è naturale che, dopo due sole edizioni, ci sia una proporzione ancora a vantaggio degli italiani. Non riesco a immaginare che cosa possa diventare negli anni, anche perché nel frattempo col digitale può anche accadere che il collezionismo muti, per esempio.

Ma la sua percezione è che sia effettivamente stata visitata dai collezionisti? Al di là di ciò che può aver selezionato il comitato scientifico, questa ipotesi di non circoscriverla alle sole gallerie, come succede in altre fiere internazionali, non rischia di comprometterne il livello qualitativo?

Se la fiera è un luogo di lavoro per gli operatori è bene che gli spazi siano affittati a quanti più operatori possibile. Certamente per Milano ci vorrebbe qualcosa di più, questo però non dipende certamente solo dalla fiera, ma dalla città tutta, e dagli enti che la governano. Per esempio quello che viene a mancare è sicuramente quell’aggancio con la città che troviamo a Paris Photo. Lì si è creato un equilibrio ideale tra le esigenze del mercato, con questa grande fiera, e le istituzioni pubbliche che interagiscono, con tutti gli spazi privati contemporaneamente, offrendo un programma molto vasto. A Paris Photo si ha la dimostrazione che ciascuno può fare il proprio lavoro, riuscendo a soddisfare molteplici tipologie di pubblico. E i conti culturali tornano.

In passato lei si è occupata, per conto della Provincia di Milano, del progetto Archivio dello spazio, all’interno del quale sono state affidate ricerche anche ad autori non particolarmente noti. Cosa pensa dell’interazione che esiste tra istituzioni e artisti italiani? È sufficiente a suo parere o dovrebbe migliorare?

Trovo che nelle gallerie ci sia una normale circolazione di autori italiani giovani o di media notorietà. Per quanto riguarda le istituzioni certo il progetto Archivio dello spazio è un’esperienza irripetibile. Sono cambiati i tempi. L’idea allora era quella di ricercare una coralità di contributi, si pensava proprio a un discorso collettivo. Oggi quest’idea si è persa, tutto funziona in base a comportamenti individuali e progetti individuali.

Ma quel progetto è stato possibile perché le istituzioni erano più recettive?

Archivio dello spazio è stata un’iniziativa della Provincia di Milano agganciata a un preciso piano di rilevazione dei beni architettonici e ambientali, sul quale si è innestato un grande progetto fotografico sistematico: 58 fotografi invitati nell’arco di dieci anni e circa ottomila fotografie prodotte. Ci sono altre realtà italiane che hanno avuto uguale continuità, per esempio Linea di confine per la fotografia contemporanea a Rubiera di Reggio Emilia, nata nell’89, continua a portare avanti iniziative con fotografi sia italiani che stranieri, e ha una continuità di tipo istituzionale. Ma è finita la stagione delle committenze sistematiche ai fotografi, questa è la verità.

Quanto secondo lei la vocazione commerciale verso la fotografia di moda e pubblicitaria influisce nelle scelte dei fotografi che si muovono sul territorio milanese, e questo, a suo parere, quanto condiziona la volontà di affrontare altre ricerche.

Penso che il prevalere dell’immagine studiata per il mercato, influenzi la politica culturale di Milano, anche in maniera indiretta. Milano non ha un museo della moda. La città non ha un museo di arte contemporanea, né di fotografia, ma nemmeno di moda. E’ assurdo per una città che basa tanta parte della sua economia (o meglio basava) sulla moda. Al fatto commerciale dovrebbe affiancarsi un fatto culturale. Invece è come se la parte professionale-commerciale esaurisse già il discorso. Non si producono importanti mostre di fotografia di moda o grandi mostre d’arte che indaghino la moda, che pure è un’identità forte della città. Questo la dice lunga. E ci dice che l’attività produttiva, di scambio, di commercializzazione dell’immagine già esaurisce il discorso, come se la parte culturale non servisse, fosse appunto accessoria. Quanto al design, altro aspetto importante della produzione e della cultura milanese, siamo felici che  all’interno della Triennale sia stato ospitato un Museo del Design, ma vorremmo che diventasse un grande Museo del Design.

A suo parere a Milano esiste la possibilità di creare un circuito culturale attorno all’arte e alla fotografia oppure pensa che gli operatori agiscano solo a livello individuale?

Esiste una Rete della Fotografia di cui il Museo di Fotografia Contemporanea è capofila, nata per iniziativa della Regione Lombardia. Questa rete tenta di far lavorare insieme gli operatori, sia pubblici che privati, ed è formata da vari soggetti. Si tratta di un tentativo. In effetti occorrerebbe almeno una sorta di coordinamento che serva a raccordare progetti e programmi, ma anche a scambiare professionalità e punti di vista per far meglio e fare di più. La speranza è che la Rete si rafforzi e diventi qualcosa di più concreto.

Cosa ha prodotto da quando esiste?

Ha prodotto due iniziative, nel novembre 2011 e 2012, di aggiornamento sulle professioni della fotografia, e di indagine sugli ambiti della fotografia.

Quindi ha anche un ruolo di formazione.

Più che altro di aggiornamento. Anche se personalmente sostengo che non ci si aggiorna parlando tra noi. Se la discussione non viene portata su un piano internazionale, non impariamo niente. Ci esauriamo. Però questa rete, magari, in futuro diventerà capace di interagire con soggetti internazionali che ci possano aiutare a lavorare in modo diverso, visto che spesso tra italiani non siamo molto capaci di fare cultura. Credo molto nell’Europa.

© Punto di Svista 01/2013


Roberta Valtorta
è direttore scientifico del Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo (Milano). Si occupa di fotografia fin dal 1976. Dal 1984 insegna Storia e Teoria della Fotografia presso il CFP Riccardo Bauer di Milano (ex Umanitaria). Studia la fotografia come forma di ricerca artistica, strumento di lettura del paesaggio contemporaneo, bene culturale. Nell’arco della sua carriera ha curato molte mostre e pubblicato numerosi saggi teorici e storici.

INFORMAZIONI
Museo di Fotografia Contemporanea – Villa Ghirlanda / via Frova 10 Cinisello Balsamo (Milano) / Orario: mercoledì – venerdì 15.00 – 19.00 / sabato e domenica 11.00 – 19.00 / Telefono 02.6605661 / info@mufoco.org

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Museo di Fotografia Contemporanea, Cinisello Balsamo

IMMAGINI
1 Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo. La biblioteca con 18000 volumi. Courtesy Museo di Fotografia Contemporanea, Cinisello Balsamo
2 Mostra Joachim Schmid e le fotografie degli altri (1 dicembre 2012 – 5 maggio 2013). Courtesy Museo di Fotografia Contemporanea, Cinisello Balsamo


Giovanna Gammarota Vedi tutti gli articoli

Giovanna Gammarota, fotografa, ha sviluppato negli anni diverse ricerche fotografiche legate al rapporto tra fotografia, cinema e letteratura e alla questione della memoria. Tra le sue ricerche: "Sopraluoghi in Lucania. Sulle tracce del Vangelo secondo Matteo di P.P. Pasolini", "A piccoli passi", "Di case e di alberi. Camminando con Beppe". È membro di Punto di Svista e redattore di Punto di Svista – Arti Visive in Italia e di Cultframe – Arti Visive.

3 Commenti

  1. Maurizio G. De Bonis
    /

    Tra i molti aspetti che emergono da questa intervista, ne vorrei evidenziare alcuni.

    Roberta Valtorta parla della “mancanza di investimenti sulla cultura a lungo termine”. Su questo punto mi trovo perfettamente d’accordo e tale problema a livello nazionale non riguarda solo la fotografia e l’arte contemporanea ma anche gli altri settori dell’arte e della cultura. E’ dunque una questione di impostazione generale che, purtroppo, dipende dalla politica e dalla visione asfittica che i politici hanno dell’arte e della cultura in questo paese.
    Non comprendo bene, invece, l’affermazione secondo la quale non ci si debba esprimere, per quel che riguarda la situazione della fotografia a Milano, tramite quelle che Roberta Valtorta definisce “lamentele”. Non la vogliamo chiamare lamentela? Chiamiamola critica costruttiva o critica al sistema. Forse così suona meglio. Certamente, però, non bisogna limitarsi alle “lamentele”. Occorre un impulso di libertà di espressione e di lungimiranza culturale che probabilmente il nostro sistema dell’arte e della fotografia (e parlo dell’Italia tutta) non possiede.
    Che dire poi del fatto che a Milano non ci siano musei della moda, dell’arte contemporanea e della fotografia?
    E’ certamente sorprendente ed è un danno per la città. Bisogna però fare attenzione, poiché in genere la creazione di istituzioni di questo tipo nelle grandi città di oggi porta con sé un problema di cui in Italia forse non riusciremo mai a liberarci: ovvero la tendenza a trasformare i musei da luoghi di ricerca e di proposta culturale internazionale a sistemi per la gestione del potere politico locale. Non a caso (anche se non so esattamente cosa succede a Milano e vorrei che qualcuno mi illuminasse) lo spoil system in Italia è feroce. Così, le istituzioni pubbliche culturali in alcuni casi non sono luoghi gestiti da addetti ai lavori qualificati per titoli ed esperienza internazionale quanto piuttosto spazi da assegnare a “rappresentanti? delle varie aree politiche vincenti. E ciò non fa bene alla cultura pubblica.

  2. Ho letto avidamente tutti gli articoli preparati da Giovanna sul contesto milanese. Mi pare una esaustiva mappatura che offre sicuramente spunti. Leggendo i commenti mi assalgono infinite domande. Gli operatori e gli artisti notoriamente palesano una certa insoddisfazione ed è un malessere non iscrivibile solo a Milano, nè tantomeno all’oggi. Ma queste persone cosa si aspettano dalle istituzioni o dagli spazi privati? Hanno in mente un modello esemplificativo, una città, a cui tendere?
    Abbiamo capito che non è ruolo delle amministrazione fare direzione artistica sulla cultura. Mi pare convengano tutti. Se lo facessero sarebbe arte di stato, non credo che saremmo felici di una prospettiva simile. Dunque sono i vari curatori, ciascuno in capo al proprio spazio, collettivamente coordinati, a dover effettuare una proposta pienamente culturale e non sottoculturale o pseudoculturale.
    Ma cos’è per noi una proposta culturale soddisfacente? Mi pare un bel problema filosofico. Anche ripensando alla storia passata, non riesco a trovare una risposta certa. Mi sembra piuttosto che sia una rivendicazione di chi si trova, in un dato momento, escluso dal sistema dell’arte. Ma il sistema dell’arte (questo attuale o un altro) comunque esclude qualcuno, ed è suo compito filtrare l’offerta, sia che lo faccia bene sia che lo faccia male.
    Quindi quando facciamo questi confronti stiamo cercando un modo pragmatico per migliorare una situazione di evidente insufficienza culturale oppure stiamo ragionando per trovare un modello “ottimo” su cui incernierare la politica culturale della città financo del paese?

  3. Pietro D'Agostino
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    Le questioni sollevate dalle interviste dell’inchiesta di Giovanna Gammarota a Milano evidenziano problematiche di politica culturale da sempre presenti non solo in questa città.
    Quello che mi preme in questo momento è fare un invito: al dialogo, alla partecipazione e al commento costruttivo a chi è interessato direttamente o indirettamente ai temi in discussione, sia in ambito privato che pubblico. Con una partecipazione diretta non solo si possono far emergere questioni, ma anche provare a trovare insieme delle soluzioni.

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