Alfredo Covino, Pietro D’Agostino, Pietro Guglielmino, Orith Youdovich. Quattro cose che so di lei. Progetto fotografico a cura di Punto di Svista

Quattro cose che so di lei nasce come lavoro fotografico “a più sguardi”.  La scelta di Punto di Svista è quella di “interpretare” la città di Roma, concentrandosi su questioni non convenzionali ed evitando stereotipi, luoghi comuni e derive estetizzanti. Le basi espressive che stimoleranno i fotografi che aderiscono alla nostra iniziativa fanno riferimento alla storia del cinema e alle modalità narrative che questa forma d’arte visuale ha utilizzato per mettere a fuoco il “problema della metropoli”.

Il lavoro fotografico multiautoriale di Punto di Svista, incentrato sulla città di Roma, prende avvio a livello teorico da due spunti ben precisi: il film di Pier Paolo Pasolini La sequenza del fiore di carta (1969 – episodio di Amore e rabbia) e il romanzo dello scrittore americano Don De Lillo Cosmopolis (2003 – trasposizione cinematografica di David Cronenberg realizzata nel 2012). Queste due opere sono altrettante metafore del “viaggio” dell’individuo nella metropoli, un viaggio che mira a scuotere le coscienze e a far comprendere come gli smisurati agglomerati urbani di oggi siano la paradossale e caotica rappresentazione della decadenza dell’intera società capitalistica e occidentale, luoghi magmatici in cui gli esseri umani sembrano aver perso la percezione del destino collettivo che li riguarda.
Riccetto (La sequenza del fiore di carta) cammina per la città di Roma in preda a un’euforica ingenuità che gli impedisce di “vedere” gli orrori del mondo nel quale si aggira in maniera spensierata; Eric Packer (Cosmopolis) attraversa, protetto da guardie del corpo e all’interno di una limousine blindata, la megalopoli New York mentre intorno a lui il popolo in rivolta distrugge la città e lancia topi morti lì dove si consuma (i ristoranti).
Pasolini e De Lillo/Cronenberg affrontano con stili e linguaggi diversi il medesimo tema: la degenerazione del progetto di convivenza umana all’interno della città moderna, che a sua volta evoca il disfacimento di un’impostazione economico-finanziaria che sta distruggendo il tessuto della società contemporanea.

Gli autori che aderiscono all’iniziativa di Punto di Svista intendono evidenziare, attraverso i loro sguardi soggettivi, problematiche riguardanti la disgregazione della struttura urbanistico/sociale di Roma e identificare alcune mutazioni in corso nelle zone più fragili dell’organizzazione urbana della città di Roma.

Alfredo Covino dirige la sua azione creativa verso l’area industriale di Settecamini (Tiburtina), luogo, occupato da una fabbrica, vicino al quale si trova un insediamento di duecentocinquanta famiglie. La presenza di questo “satellite? della metropoli è percepibile proprio dove, ancora oggi, esiste una fonte di lavoro che probabilmente lascerà agli abitanti la tragica eredità di un inquinamento di cui non si conoscono ancora con precisione gli effetti sulla popolazione.

Pietro D’Agostino intende muoversi a sud-est della Capitale, tra rovine, caseggiati e palazzine alla ricerca di quel senso di spaesamento che l’intervento umano, spesso scriteriato e violento, ha generato a causa del suo smanioso desiderio di modificazione della natura dei luoghi.

 

 

 

Pietro Guglielmino documenta lo sviluppo di particolari zone della città, sviluppo basato sui concetti di nuova urbanizzazione e centralità che determinano la conformazione di “quartieri” caratterizzati da desolazione e incompiutezza. La vita sembra essersi spostata altrove: nei centri commerciali, labirinti architettonici organizzati come spazi di perdita di coscienza nei quali gli individui si aggirano in uno stato ipnotico indotto da merci, brand, marchi sempre più stimolanti, a livello visivo, e aggressivi, a livello psicologico.

Orith Youdovich si spinge ai margini della città di Roma. Esplora strade, evidenzia confini impalpabili, cerca e trova luoghi senza senso nei quali urbanizzazione scomposta e spazi ancora liberi mettono perfettamente a fuoco le contraddizioni di una “crescita” senza direzione. La linea di demarcazione tra l’area della città e la sua provincia diviene territorio di raffigurazione del concetto ambiguo di fine/inizio, spesso utilizzato in modo semplicistico e subdolo da chi detiene il potere per creare steccati che di fatto non esistono.

Gli sguardi di Alfredo Covino, Pietro D’Agostino, Pietro Guglielmino e Orith Youdovich convergono all’interno del percorso di ricerca di Punto di Svista e vanno a comporre un mosaico che oltrepassa la tragica ingenuità di Riccetto e il cinismo distaccato e osceno di Eric Packer nel tentativo di fornire al Progetto Roma un impulso alla comprensione collettiva della città, forse per un futuro migliore.

Il titolo Quattro cose che so di lei fa riferimento al quasi omonimo film di Jean-Luc Godard del 1967 (Due o tre cose che so di lei), un’opera/saggio sulla “condizione” della regione parigina e della capitale francese, simboli di una società basata sulla pratica della prostituzione, del corpo, della mente, degli individui, dell’intera collettività.

© Punto di Svista 07/2012
For the English text: Four Things I Know About Her. A Photographic Project curated by Punto di Svista


TUTTE LE IMMAGINI

© gli autori

CREDITI
Progetto: Quattro cose che so di lei / A cura di Punto di Svista
Autori: Alfredo Covino, Pietro D’Agostino, Pietro Guglielmino, Orith Youdovich
Coordinatore: Maurizio G. De Bonis

LINK
FACEBOOK. Quattro cose che so di lei
Il sito di Pietro D’Agostino
Il sito di Pietro Guglielmino
Il sito di Orith Youdovich

 

Maurizio G. De Bonis Vedi tutti gli articoli

Maurizio G. De Bonis è critico delle arti visive, curatore e giornalista. È direttore responsabile di Cultframe – Arti Visive, direttore di CineCriticaWeb e responsabile della comunicazione del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. Insegna Linguaggio Audiovisivo presso Officine Fotografiche Roma e l’Istituto Superiore di Fotografia. Ha pubblicato saggi sui rapporti tra cinema e fotografia (Postcart), sulla Shoah nelle arti visive (Onyx) e ha co-curato Cinema Israeliano Contemporaneo (Marsilio). È Vice Presidente di Punto di Svista - Associazione culturale.

14 Commenti

  1. oggi va così, m’impunto su punto di svista, mi perdonerete…
    leggo però una sorta di dicotomia tra le sempre condivisibili e acute linee di maurizio, e il poetico silenzio delle immagini. non sono in grado di analizzare oltre ma, così d’emblée, mi chiedo se la trasfigurazione iconografica degli autori, che non sarà estetizzante, ma che ha una grammatica estetica, non finisca poi per diventare elemento di fascinazione. che in fondo scavalca gli orrori.
    è solo una banale riflessione. ma è un punto che mi ha sempre confuso.

  2. Maurizio G. De Bonis
    /

    Non c’è bisogno di perdonarti, anzi la tua riflessione è per noi uno stimolo. Allora, per prima cosa si tratta di un work in progress e dunque quello che vedi è solo l’inizio di tutto il lavoro (sarà molto ampio).
    Poi diciamo che la mia riflessione (presentazione) è di tipo concettuale. I film di cui parlo sono solo per gli autori uno stimolo al pensiero visivo, cioè a cercare di vedere in modo autonomo e personale (il problema, certo, è riuscirci).
    I fotografi faranno la loro ricerca rispettando il loro stile (quello sul quale hanno costruito il loro percorso) che non è estetizzante ma estetico (e per estetica intendiamo sentimento della percezione).
    “Quattro cose che so di lei” non intende dunque tirar fuori il marcio della metropoli in modo ovvio e meccanico quanto piuttosto percepire con lo sguardo spazi della città che sono luoghi di straniamento e alienazione. Per questo stiamo percorrendo margini e confini, il vuoto insulso che si trova ai limiti della città. Si tratta di aree nelle quali si trova un miscuglio di natura ( a volte anche selvaggia) e di urbanizzazione/commercializzazione.
    Ci stiamo lavorando e stiamo cercando di trovare una strada per tirar fuori ciò. So che è difficile. Ci vuole un po’ di tempo.
    Dico stiamo, ma in realtà dovrei dire stanno lavorando (i fotografi). io mi limito a coordinare.
    In ogni caso grazie per lo stimolo che ci hai fornito con il tuo commento. Lo terrò sempre presente.

  3. Pietro D'Agostino
    /

    Quello che Efrem Raimondi chiama e intende, sente come confusione è tema centrale.
    Ci si chiede: ma come, il tentativo è di mettere in evidenza i malesseri delle nostre città, i nostri malesseri, e invece mi trovo di fronte a delle immagini che sembrano mostrarmi questi luoghi a volte anche in maniera algida, fascinosa. A mio avviso il motivo è quello del tempo dell’osservazione, dello sguardo. Al contrario di immagini in cui si afferra istantaneamente cosa esse ci vogliono comunicare, pertanto già incasellate in un contenitore di memoria in cui la riflessione non ha luogo, le immagini proposte dagli autori di Punto di svista hanno bisogno di un tempo di osservazione. Si potrebbe obbiettare che non si ha una necessità di impiegare del tempo da dedicare all’osservazione di queste immagini. Giusto, niente da ridire. Tranne il mettere in evidenza che una riflessione si è innescata, una decisione è stata presa, non avere tempo per osservare questa immagini, invece di inghiottire meccanicamente una comunicazione già vista, pronta ad essere consumata “meccanicamente” come dice Maurizio. Oppure soffermarsi e domandarsi in tutta umiltà, non banalmente, in maniera confusa, come ha fatto Efrem, ma perché?

  4. caro maurizio, sul fatto che ci riusciate non ho dubbi. così come credo sia un progetto complesso. ma questo è un plus. anche sulla strada da percorrere: mi sembra ben avviata.
    le quattro cose che ho scritto non le ho però pensate come a uno stimolo… non credo neanche possano esserlo. nè hanno la pretesa di esserlo… esprimevo solo un problema personale, irrisolto. e forse irrisolvibile. ma molto tranquillamente, come una roba detta sovrappensiero. senza accenti. e qui mi rivolgo anche a pietro d’agostino… vi assicuro, molto umilmente (forse c’è un equivoco).
    facciamo così… mischio un po’ tutto. che magari mi esprimo meglio.
    se pirlo in giro, proprio a zonzo, e m’imbatto in luoghi di alienazione, ecco che automaticamente slitto sullo straniamento. cioè sulla inevitabile tentazione che è propria di chi non si rassegna alla realtà. e magari, dico magari, ha i codici per farlo. come un fatto automatico. mica mi obbligo.
    ora, il problema che mi si pone, e che è più una menata intellettuale (che in genere non mi appartiene), è che guardo una cosa e ne vedo un’altra, dato che il piano del vedere trascende, a volte, quello della mera funzione. e questo è il mio problema nello specifico: com’è che riesco a bearmi di una visione che annulla lo scempio? e non è vero, perdonami pietro, che il tempo di queste immagini, le vostre intendo, hanno bisogno di una osservazione diversamente lunga, o diversa… le vedo e istantaneamente dico: figata!
    se guardo le immagini di orith (cito lei solo per conoscenza diretta), penso che mi piacerebbe essere lì. per fare, se i mezzi me lo permettono, delle fotografie.
    forse è un problema morale? e sto cannando tutto…
    quello che questo articolo, nel suo insieme, mi ha stimolato, è proprio questa impressione di impossibilità di conciliazione tra ciò che guardo e ciò che vedo. e ciò che vedo, quando vedo, mi piace di più.
    banale forse, ma non so prescinderne. se è di fotografia che si parla.
    il conta caratteri dice che ho esaurito. quasi esaurito…

  5. Pietro D'Agostino
    /

    Salve Efrem,

    nell’apparente banalità dell’andare a zonzo sarà anche una menata intellettuale il guardare una cosa e vederne un’altra ” questa impressione di impossibilità di conciliazione”, questo, dal mio punto di vista, nella sua semplice e non voluta quotidianità è avere, anche inconsciamente, la consapevolezza delle possibilità dello sguardo.

  6. Maurizio G. De Bonis
    /

    E’ interessante questa discussione che è stata avviata. Efrem, ti assicuro che con i tuoi interventi mi hai stimolato e quando mi sento stimolato per me è sempre un fatto positivo. E sono molto contento della tua partecipazione al dialogo su Punto di Svista.
    Poni il problema “dell’impossibilità di conciliazione tra ciò che guardo e ciò che vedo”. Questo è un tema importante che è sempre al centro dei ragionamenti di tutti noi di Punto di Svista.
    Il problema dello sguardo è uno degli elementi oscuri (ma non troppo) della fotografia (per fortuna, aggiungo). Può essere affrontato da diversi punti di vista. Ma penso anche ogni fotografo debba risolverlo a suo modo. Come?
    A mio avviso, semplicemente identificando una poetica e uno stile. Fatto ciò, il tipo di sguardo viene di conseguenza. Cioè cosa si guarda, come si guarda e cosa si vede diventano fattori che si autodeterminano.
    Per quel che concerne “Quattro cose che so di lei”, continueremo a lavorare sapendo che possono esserci degli “sfasamenti”, ma forse proprio questi ultimi ci forniranno le indicazioni per seguire la strada giusta.

  7. no no! andare a zonzo non è per niente una menata! se intellettuale o meno non so… è invece fondamentale, almeno per me per perdere coordinate e facili certezze.
    ma è un bighellonare comune credo, o che ci accomuna azzardo. è la consapevolezza dello sguardo… vero pietro. e in questo non presumo, perché lo uso. e lo riconosco negli altri. per questo, aggiungo, che di questa inconciliabilità forse ce ne si può fregare. anche perché diversamente non sarebbe possibile. perché se il cranio non se ne fa una ragione, l’occhio se ne frega. e continua a vagare. e almeno in questo son salvo. perciò non posso che ringraziarvi per avermi aiutato a risolvere il problema… appunto, ma chi se ne frega di questa divergenza!
    il solo rischio vero è che si cada nell’autocompiacimento. che qui non c’è. ma che laddove compare diventa talmente evidente che te ne accorgi anche tu. e davvero ti smarrisci. e allora giù di maniera! finché regge. spero non mi venga mai rinfacciato.
    a margine: punto di svista è luogo che frequento anche quando non metto becco. perché mi piace molto.

    ma quanto tempo pensate duri questo lavoro “quattro cose che so di lei”? e avete anche un’idea di quantità? e confluisce poi in qualcosa di cartaceo?

  8. Sono molto interessato anche io dalla discussione che si è innestata.
    Per me Efrem non c’è contraddizione in quello che dici. Non so se in assoluto, ma sicuramente per me, per la mia esperienza personale. La cifra estetica è la conseguenza dello sguardo. Non importa se la scena dovrebbe ispirare, per non ben precisate ragioni sociali, una ripulsa, un’indignazione, una riverenza o il loro esatto contrario. Io fotografo ciò che prendo a cuore. Alla fine mi pare che ci sia sempre un desiderio a fondamento della pulsione di fotografare; forse un desiderio di pervenire ad una conoscenza diversa della realtà. Poi forse l’immagine può diventare un’altra cosa, ma in principio nasce (x quanto mi riguarda) quasi come uno sfrido del processo di “guardare diversamente il mondo”. Questo desiderio ti fa vedere le cose belle, nonostante i loro oggettivi limiti estetici, in quanto emanazione della propria psicologia attraverso lo sguardo.

  9. Finalmente riesco a leggere questo articolo, e tutti i commenti seguenti. Interessante iniziativa così come lo è la scelta del registro che Punto di Svista intende percorrere all’interno di questo progetto. Devo ammettere che sento molto vicine sia le tematiche che le poche immagini mostrate sino ad ora – a parte Guglielmino – conosco molto bene gli autori con i quali ho grande affinità di ricerca e di pensiero. Io credo che si debba arrivare poderosamente a una immagine che esprima il significato più profondo del “guardare”. Cosa significa? La questione delle immagini estetizzanti la considero, nel dibattito di questo spazio, superata, e dunque non la prendo nemmeno in considerazione. In quanto all’estetica invece, cioè quella cosa che, guardando una fotografia, ti fa pensare che stai guardando “la cosa giusta” è un concetto assolutamente ancora poco esplorato. Ci chiediamo perché alcune immagini ci affascinano più di altre o se è corretto che questo accada con fotografie che all’apparenza paiono rappresentare scarsamente il disfacimento di un luogo, ebbene: ciò fa parte di un “modo” di guardare che, a mio avviso, non può più appartenere al futuro delle immagini, se vogliamo che un futuro esista. Da tempo avverto una sensazione di fastidio nell’andare a visitare mostre, sia fisiche che virtuali, perché mi rendo conto che non esiste alcuna volontà di trasformare la fotografia in arte. E quando dico questo, lo dico perché il mezzo è ininfluente, si continua a rapportare la fotografia a eventi, fatti che accadono, registrazioni di documenti, e via discorrendo. Questo progetto, e la sua declinazione negli intenti dei fotografi di Punto di Svista, mi pare interpreti molto bene la difficile ma affascinante strada che a mio avviso occorre percorrere per uscire dagli stereotipi del comune vedere, proprio per gli stimoli che inducono il fruitore a porsi la domanda: “perché mi affascina?” Forse perché invece di “far vedere” ciò che è già visibile, ci sprona a cercare di capire ciò che “non si vede” ma che c’è, esiste nelle sottili pieghe del quotidiano occultato.

  10. stefano simoncini
    /

    Eccomi… Speravate di farvi la vostra bella discussione in disparte senza che io me ne accorgessi? Scherzo!! Solo per dirvi che ho molto da imparare, e soprattutto che è meglio dire 4 cose e dirle bene che non 5 mila senza la nitidezza e il rigore di queste immagini. Un caro saluto a tutte-i.

  11. Grazie Stefano anche per l’impulso che hai dato a questo progetto. Lo scambio su questa pagina merita un maggior approfondimento difficile da esaurire nello spazio di una pagina web. Sono argomenti che noi di Punto di Svista abbiamo discusso in varie occasioni e non ne mancheranno altre in futuro.

    Approfitto di questa mia incursione tardiva per rispondere alle domande (giustissime) di Efrem: “ma quanto tempo pensate duri questo lavoro “quattro cose che so di lei?? e avete anche un’idea di quantità? e confluisce poi in qualcosa di cartaceo?”

    Per ora sembra un lavoro senza fondo. Quando e se finirà lo sapremo nel momento in cui ciò accadrà. Oltre al fatto che fa e farà parte di “Naked City Project”, “Quattro cose che so di lei” è anche un lavoro autonomo che spero abbia vita lunga. Per come vedo io le cose, non mi preoccupo ora di che fine farà. Mi piace vivere quest’esperienza davvero particolare che non so dove ci porterà.

  12. Salve a tutti
    Ritengo la vostra iniziativa estremamente importante e innovativa. Finalmente ,dopo il grande Luigi Ghirri, c’è qualcuno che sta portando avanti con il proprio stile e nel proprio solco dei lavori importanti di ricerca che riguardano il proprio territorio e i suoi cambiamenti.Immagini a…. km 0 che documentano, e perchè no denunciano anche ma che soprattutto mi proiettano Al di là del fotogramma. Pensate di fare opera di divulgazione, di presentare il progetto o gli stati di avanzamento?
    Sono disponibile a portarvi la borsa nelle vostre uscite.
    Saluti

  13. Maurizio G. De Bonis
    /

    Salve Luigi,
    grazie per il tuo messaggio. Noi continuiamo a lavorare seguendo alcuni riferimenti precisi (cinematografici e letterari) e rispettando lo stile del singolo fotografo. Non fotografiamo Roma (non è infatti fotografabile), la sezioniamo, la smembriamo, la studiamo nei suoi spazi dimenticati, dunque veri.
    Organizzeremo altri appuntamenti di divulgazione e ne daremo notizia su Punto di Svista e con la nostra newsletter. Continua a seguirci e grazie ancora.

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