Grandi fotografi a 33 giri. Fotografie e copertine di dischi. Un libro a cura di Raffaella Perna

Da molti anni il veicolo di comunicazione maggiore concepito per la diffusione di cd musicali (supporto ormai quasi superato) è senza dubbio il videoclip. Mezzo promozionale potentissimo e territorio di sperimentazione visuale, il videoclip è lo strumento attraverso il quale si costruisce l’immagine di un/una cantante o di una band. Nei casi che riguardano artisti più popolari anche le apparizioni televisive contribuiscono ad alimentare un fenomeno di divizzazione che specie nel nostro paese riguarda ormai solo quei musicisti (o presunti tali) particolarmente appetibili per un pubblico giovanile, addirittura adolescenziale.
Prima dell’era mp3, e prim’ancora dell’avvento del cd, esistevano per i Long Play, dischi a 33 giri in vinile che fornivano all’ascolto una sensazione di dinamica del suono, seppur non perfetta, caratterizzata da una timbrica e una morbidezza che i file digitali certo non possono raggiungere.

Negli anni Sessanta e Settanta, dunque, non esistevano molti veicoli promozionali per vendere dischi. L’appassionato di musica spesso si recava nei negozi e oltre ad acquistare in maniera consapevole (seguendo i propri gusti e conoscenze) a volte si lasciava catturare dalla “bellezza? delle copertine dei vinili. Il rapporto tra l’ascoltatore e il disco era dunque contraddistinto anche da una sorta di atteggiamento quasi feticistico che nei decenni ha generato una “malattia” da collezionismo di LP, che anche chi scrive per qualche tempo ha avuto e di cui molti tutt’ora non si sono liberati.
Il fatto era che le immagini collocate sulle copertine dei Long Play erano elaborate in maniera raffinata e intelligente. Ancor di più. Le fotografie, che spesso contenevano anche il nome dell’artista e il titolo del disco, erano vere e proprie opere autoriali, firmate da fotografi di grande spessore internazionale, i quali operavano mantenendo inalterato il loro stile.

Dimostra ciò, con assoluta chiarezza, il libro Grandi fotografi a 33 giri (Postcart Edizioni, collana Postwords). La curatrice Raffaella Perna (anche della mostra allestita a Roma presso la sala espositiva dell’Auditorium Parco della Musica), ha selezionato decine di copertine di 33 giri, attingendo da tutti campi della musica: pop, rock, jazz e classica. Ne è venuto fuori uno stimolante affresco creativo di raro interesse per chiunque si occupi professionalmente di comunicazione visuale.

In particolar modo, è emerso come il mondo del jazz degli anni cinquanta/sessanta ponesse particolare attenzione nei riguardi delle immagini di copertina. Lee Friedlander fu autore di fotografie scattate per John Coltrane (Giant Steps – 1959), Ornette Coleman (This is Our Music – 1960) e Miles Davis (In a Silent Way – 1969). Ed ancora, ritroviamo Friedlander artefice delle copertine di due  capolavori della storia del jazz: The New Tristano di Lennie Tristano (1960) e The Jimmy Giuffré Clarinet di Kimmy Giuffrè (1956).
Ma passiamo al rock. Se Annie Leibovitz è stata autrice della comunicazione di Born in the Usa di Bruce Springsteen (1984), il nome di Anton Corbijn è invece legato agli U2 (The Unforgettable – 1984,  All I Want Is You – 1988). Il trasgressivo Robert Mapplethorpe collaborò con Patti Smith (People Have the Power – 1988, Dream of Life – 1978), mentre si incontra il kitsch patinato di Pierre e Gilles nei dischi di Marc Almond e Mathématiques Modernes.
Non poteva mancare l’universo della musica classica con le copertine concepite da Luigi Ghirri per la RCA italiana, opere assolutamente autonome dal punto di vista espressivo e linguistico che fornivano un valore aggiunto alle pubblicazioni dell’etichetta passata nel 1987 sotto il controllo della BMG.

I fotografi che potremmo citare ancora sono innumerevoli da Helmut Newton a Irving Penn, da Richard Avedon a David Bailey, fino addirittura a Andy Warhol. Ma ciò che vogliamo sottolineare è un fatto. Possedere una collezione di Long Play originali, datati tra la fine degli anni cinquanta e tutti gli anni ottanta, spesso vuol dire avere contemporaneamente una preziosa collezione di immagini d’autore. Un modo questo per coniugare la passione per la musica con quella per la fotografia.

© Punto di Svista 06/2012

IMMAGINI
1 Fotografia di Anton Corbijn sulla copertina del disco degli U2 – The Unforgettable, 1984
2 Fotografia di Lee Friedlander sulla copertina del disco di Miles Davis -  In a Silent Way, 1969.

CREDITI
Titolo: Grandi fotografi a 33 giri / Sottotitolo: Fotografie e copertine di dischi / Autore: Raffaella Perna (a cura) / Casa editrice: Postcart Edizioni / Collana: Postwords / Anno: 2012 / Pagine: 168 / Foto: 135 / Prezzo: 12,50 euro / ISBN: 978-88-86795-92-0

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Postcart Edizioni

 

Maurizio G. De Bonis Vedi tutti gli articoli

Maurizio G. De Bonis è critico delle arti visive, curatore e giornalista. È direttore responsabile di Cultframe – Arti Visive, direttore di CineCriticaWeb e responsabile della comunicazione del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. Insegna Linguaggio Audiovisivo presso Officine Fotografiche Roma e l’Istituto Superiore di Fotografia. Ha pubblicato saggi sui rapporti tra cinema e fotografia (Postcart), sulla Shoah nelle arti visive (Onyx) e ha co-curato Cinema Israeliano Contemporaneo (Marsilio). È Vice Presidente di Punto di Svista - Associazione culturale.

7 Commenti

  1. ho molti dischi senza copertine perchè ad alcuni interessa solo la copertina , partendo dai beatles,i piu collezionati

  2. in effetti è come dici maurizio… ricordo quanto tempo passato a sfogliare gli album. e il grande piacere nel farlo. alcuni percorsi erano delle vere e proprie short story.
    non ho frequentato il jazz, per cui non so dire, ma in ambito rock addirittura si è creata una vera e propria immagine di genere. mi riferisco al punk, dove la fotografia è stata copartecipe.
    nella classica invece, altro genere che frequento, a parte l’esperienza di ghirri, ho sempre trovato piuttosto banale l’apporto fotografico. se non addirittura fuori contesto e a volte imbarazzantemente kitcsh. mai capito perché.
    c’è da chiedersi se l’attuale produzione di vinile, che ha ripreso proprio per i fanatici come te, intende continuare sulle stesse orme. sbirciando a volte mi pare di sì.
    visto che in fondo si è destinati a nicchia, vediamo se si riesce a godersela.

  3. Maurizio G. De Bonis
    /

    Si Efrem, il jazz è stato sempre un territorio che ha stimolato il lavoro dei fotografi chiamati a realizzare le copertine ed è altrettanto vero che nell’ambito della classica il kitsch è spesso imbarazzante.
    A dire la verità ero un fanatico del vinile, in anni passati mi sono convertito al cd ma ho conservato alcune “chicche” originali.
    Da un po’ di tempo mi sta tornando fortemente la voglia del suono caldo del Long Play.
    E se gracchia un po’…che importa.

  4. Maristella Campolunghi
    /

    “ho molti dischi senza copertina”… Fulvio mi hai dato un cazzotto al cuore!

    Ho più di 500 LP e vi garantisco che ognuno di loro porta con sè la sua stupenda storia fotografica.
    A mancarmi ora, non è tanto quel gesto sacro del prendere il vinile e poggiarlo con eleganza sul piatto, a volte con il pollice e il medio al centro, altre volte con le due mani a palmi aperti, mi mancano proprio loro: le copertine degli LP. Così grandi, così piacevoli.
    Alcuni, quelle con la facciata apribile, l’interno ti offriva un pezzetto in più della storia del mito. Per quelli a busta speravi di trovare nell’interno le parole delle canzoni…. e così via…

    Ecco qua mi avete obbligato a riprenderne uno… vi scrivo con la musica di Jim Morrison An American Prayer…. fotografia poesia musica…. cosa voglio di più?!
    Awake
    shake dreams from your hair……

  5. se gracchia è perché non se ne è avuta cura… c’erano certe puntine in giro!
    infatti i primi che ho preso un po’ ne risentono. ma la profondità resta intatta.
    faccio spesso un’analogia con l’ambito fotografico, proprio nel confronto digitale – “analogico”.
    credo che il problema sia piuttosto ampio, e abbia a che fare con una malintesa ricerca di perfezione.

  6. Maristella Campolunghi
    /

    Efrem, ricordi le prime pubblicità dei cdr? ci passavano sopra con i chiodi, con scritte indelebili… ne ero scioccata. Io che, come te, calibravo la puntina del mio Thorens, mi sembrava una cosa assurda!
    Come te spesso torno a quei momenti quando penso alle diversità nel campo fotografico.
    Personalmente non mi piace neppure il termine “a na logico”. non si poteva scegliere un termine un po’ più simpatico?! mah!!
    Santa Pellicola cosa t’hanno fatto!

  7. E’ vero. In passato le cover dei dischi erano capolavori dell’immagine/immaginario (da queste enormemente alimentato!). Nel caso del Jazz, soprattutto la casa discografica Blue Note del cui catalogo posseggo un fantastico libro – “The cover art of Blue Note Records. The collection” – ha prodotto anche una rivoluzione epocale nell’ambito della grafica editoriale.
    Più recentemente, ma non troppo, ci pensa il catalogo ECM a mantenere in vita questa pregevole tradizione anche sui CD. E’ questa infatti un’etichetta che personalmente ho spesso acquistato proprio per la fascinazione procuratami dalle immagini in bianco e nero delle copertine nonostante, a volte, non conoscessi i musicisti (prendendo per altro qua e la qualche cantonata feroce). In ogni caso anche le immagini utilizzate a tale scopo si sono pesantemente svalutate nei contenuti andando a esplicitare concetti e modelli prettamente estetici, aspetti che in molti casi hanno contaminato anche l’immagine pubblica dello stesso artista e dunque in copertina abbiamo fantastici musicisti e cantanti “tirati” a bellezze favolose anche quando oggettivamente non potrebbero esserlo.
    Che dire: l’estetica, ma solo quella legata alla persona, impera, così come l’identità di un quotidiano effimero che di reale ha poco o nulla e di affascinante meno di niente.

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