Perché la fotografia?

Silenzio, vuoto, assenza. È opportuno riprendere l’articolo di Pietro D’Agostino – Una questione di assenza – pubblicato in questo spazio, perché il tema è, a mio avviso, di grande interesse proprio in relazione all’utilizzo di certi linguaggi nonché rapportato al mezzo meccanico utilizzato per “fare fotografia”. Parto dal mezzo meccanico perché ritengo che in generale si dia ad esso un’importanza eccessiva quando si parla di arte fotografica. Analogico, digitale, ottiche, piccolo formato, medio formato, più luce, meno luce, post-produzione, stampa a mano, e via discorrendo: tutto questo ha davvero poco valore perché si tratta solo di “strumenti”, come lo erano i colori a olio e i pennelli per i pittori di un tempo. Ma a volte si fa l’errore di elevare tali strumenti a mezzo di comunicazione o, peggio, di linguaggio, come se fossero loro a parlare anziché la mano che scatta o l’occhio che guarda. Chi realizza immagini basandosi primariamente sullo sfruttamento degli apparti tecnici, produrrà fotografie ordinarie, quelle che ogni giorno ci vengono proposte sui giornali o nelle trasmissioni televisive.

Poi c’è il linguaggio, il modo di codificare ciò che il pensiero tenta di esprimere attraverso il mezzo meccanico. Mi piacerebbe insinuare qui – quale altro spazio è più adatto? – una provocazione: il linguaggio è morto! Cosa significa? Non vi è più un linguaggio in grado di lasciare “libero” l’artista, men che meno il pubblico. Ogni sua forma è contaminata e subisce a sua volta una codifica che la colloca all’interno di un contenitore sul quale è stata apposta un’etichetta. Dunque di cosa si parla quando si menziona la “libertà dell’artista”? In fotografia tutto si riduce a tre semplici concetti: luce, spazio, presenza e a come questi concetti si fondono/relazionano all’autore. Se la relazione si stabilisce allora ciò che ne deriverà arriverà dritto all’anima di chi osserverà quelle immagini. Sì, perché “fare belle fotografie” è alla portata più o meno di tutti coloro che sanno usare bene il mezzo, diverso è “comunicare” e farlo senza cadere negli stereotipi offerti dal linguaggio è impresa quasi impossibile. Voglio citare un brano di John Waters tratto dall’introduzione al libro di fotografie di Ragnar Axelsson Immenso e fragile. Un racconto dal Nord che ben definisce cosa è stato capace di fare il linguaggio codificato alla fotografia.

“Esistono fondamentalmente due generi di fotografia. Uno è generato da una macchina fotografica che cattura ciò che le sta davanti: non si tratta necessariamente di uno scorcio casuale, ma senza dubbio è una visione oggettivizzata che si pone in relazione a qualche artificio umano, un realismo sociale che non suscita altra reazione che una sorta di coinvolgimento politicizzato. […] Questo tipo di immagini applica una logica derivata dagli stratagemmi umani in un mondo che si ritiene ormai scontato, dalla convinzione aprioristica di avere il completo controllo della realtà e della creazione dei suoi significati. Poi c’è il genere di fotografia che ti interrompe, che ti trascina dentro sé, in una storia che intuisci esistere come eredità di qualcosa antecedente alle macchinazioni dell’uomo”.

Ecco: “le macchinazioni dell’uomo”, una di queste è senza dubbio il linguaggio e, più subdolamente, come è opportuno che esso venga utilizzato. La fotografia è l’arte, oserei dire, che più di ogni altra subisce tale nefando ricatto. La fotografia è schiava del linguaggio che le è stato appiccicato. A questo punto sorge spontanea una domanda: possiamo ancora tornare a quel “sentire” primordiale che giace sepolto sotto strati e strati di codici? Quell’ascolto che si è smaterializzato dal modo attuale per fuggire chissà dove in un’altra dimensione? Può l’osservazione semplice dello spazio che ci circonda suggerirci le immagini pure [dai codici e dai linguaggi] che così affannosamente cerchiamo? Perché queste sono le immagini che inconsciamente vorremmo vedere ma che ci vengono negate. Come fare a trovarle, come fare ad entrarvi anziché subirle?

Si tratta di effettuare una ricerca interiore. Cito ancora Waters: “Una vera fotografia del mondo esteriore ci parla di quello interiore”. Ma la ricerca interiore non pone al centro l’uomo perché non è questo il punto di partenza. Tale ricerca deve necessariamente porre l’uomo all’interno di una struttura melodica fatta di molteplici elementi, tutti in relazione tra loro, solo così si può comporre una fotografia che esca dal “banale” e diventi “arte”. Gran parte delle fotografie che guardiamo ogni giorno sono invece il frutto di un non-ascolto generato dall’ansia di trovare risposte a quesiti che nemmeno hanno più importanza nella complessità del mondo in cui viviamo. Tale complessità si ripercuote inevitabilmente sulle espressioni artistiche le quali effettuano goffi tentativi di esorcizzarla aggrappandosi ai linguaggi codificati dall’uomo stesso: la paura del vivere si attenua e l’uomo artista/osservatore gode di un momento di tregua. Così il cerchio si chiude senza però riuscire a soddisfare l’ansia, e la domanda rimane sospesa: “Come devo vivere”?, prendo a prestito il titolo di un lavoro di Orith Youdovich perché in questo frangente non posso farne a meno. La domanda non indica però la “centralità” dell’uomo, bensì lo mette in relazione con lo spazio attorno a sé sporgendolo sul ciglio di un abisso, e quanto più saremo umili nella ricerca della relazione tanto più vicini arriveremo alla melodia corale che ci permetterà di vedere ciò che una normale immagine non può mostrare.

Ho citato la luce, lo spazio e la presenza come elementi che caratterizzano, a mio modo di vedere, la fotografia: solo questi, liberi da sovrastrutture, il loro senso riconduce alla vita, a un’idea di vita cosmica apparentemente tanto distante ma in realtà l’unica vita che potrebbe sollevarci da tutte le nostre ansie. Siamo in grado di afferrarli questi elementi, amalgamarci con essi senza tentare di dominarli? Come comporli poi all’interno del nostro personale modo di ritrarre il mondo dovrebbe rispondere alla semplice domanda: perché la fotografia?

© Punto di Svista 02/2012

 

IMMAGINI
© Giovanna Gammarota

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CULTFRAME. La metafora del paesaggio nel Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini e nelle immagini di Giovanna Gammarota
CULTFRAME. Immenso e fragile. Mostra di Ragnar Axelsson

 

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Giovanna Gammarota, fotografa, ha sviluppato negli anni diverse ricerche fotografiche legate al rapporto tra fotografia, cinema e letteratura e alla questione della memoria. Tra le sue ricerche: "Sopraluoghi in Lucania. Sulle tracce del Vangelo secondo Matteo di P.P. Pasolini", "A piccoli passi", "Di case e di alberi. Camminando con Beppe". È membro di Punto di Svista e redattore di Punto di Svista – Arti Visive in Italia e di Cultframe – Arti Visive.

6 Commenti

  1. Maurizio G. De Bonis
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    Sentire primordiale, in relazione alla fotografia (o meglio all’espressione artistica). Proprio in questo periodo mi sto occupando della questione del linguaggio e dei codici culturali. Il problema e’ notevole, ma non nuovo. Se ne sono occupati in parecchi. Cara Giovanna, avremo modo di affrontare queste tematiche in occasione dei nostri scambi e dei nostri studi condivisi.

  2. Può essere che ci avviciniamo al sentire primordiale tramite l’esperienza di forti sentimenti?
    Se questa potesse essere una parte della risposta, poi ci rimane il difficile compito di come metterci in condivisione tramite la fotografia.

    Ma se le forti emozioni ci colgono quasi sempre di sorpresa, questo non accade quasi mai con l’atto fotografico.

  3. Scusami Samuele aiutami a capire cosa intendi quando dici che: “le forti emozioni ci colgono quasi sempre di sorpresa, questo non accade quasi mai con l’atto fotografico”, personalmente sono “sempre” colta di sorpresa nell’atto fotografico. Se poi al sentire primordiale ci si possa avvicinare attraverso forti sentimenti, questo non lo so. A mio parere non necessariamente. E’ un sentire in modo disincantato/incantato. Si tratta di coinvolgimento e questo può avvenire sia che si fotografi d’istinto sia mettendo a punto la scena. Come ho tentato di spiegare nel mio scritto, se si mette al centro l’uomo si perde di vista tutto il resto e sono i linguaggi artefatti che ancora una volta finiscono per prevalere. Credo che a volte si perda il senso del rapporto tra l’uomo e gli ambienti in cui vive, non c’è più una relazione reale e dunque tutto sembra più complicato, mentre invece basta solo “ascoltare” e l’ascolto è verso l’interno quanto verso l’esterno. Pensiamo di dover avere bisogno di forti emozioni per essere colti di sorpresa, ma non è così. Scusami Samuele forse ho un po’ trasceso l’argomento, ma per me tutto è fotografia perché penso che non debbano esserci più barriere che imbrigliano (i famosi linguaggi), è per questo che la fotografia non decolla e francamente penso sia un problema estensibile a tanta altra arte.

  4. Forse facevo una riflessione legata troppo alla mia fotografia?
    Io non ho il sentimento di sentirmi sorpreso durante l’atto fotografico, eventualmente una forma di sorpresa può esserci solo dopo che mi rapporto con l’immagine a video o stampata. E’ più probabile che mi senta emozionato, ma questo dipende ovviamente da quello che mi evoca fare un tipo di riflessione fotografica.
    Ma mi auguro che quel sentimento che mi allerta a volte mi permetta anche di essere meno presente, meno imbrigliato.

  5. Tutto giusto, eppure niente di nuovo (come per altro precisa De Bonis).
    Tutto l’articolo fa pensare che ci sia una grande sfiducia o scoramento nelle possibilità che una fotografia (o un’arte) autentica possa esistere. Ogni puro tentativo sembra schiacciato dalla miopia contingente o dall’agire iperpragmatico.
    Sebbene questo panorama sia, seppur generico, un fatto, non trovo un gran senso ad ergerlo come elemento di riflessione. Innanzitutto non è una novità e non è specifico della fotografia. Ma ancor di più si mischia l’espressione artistica in quanto urgenza privata di dar voce a se stessi con qualche mezzo, all’arte pubblica, vale a dire alle opere che fanno parte di un circuito istituzionale (in senso lato) e da esso traggono riconoscimento.

    La questione artistica è più semplice: l’artista trova in sè le ragioni della sua espressione, indipendentemente da come viene giudicato. Che questa voce piaccia o non piaccia, nel momento in cui è il risultato di un’indagine o un percorso sentito, è autentica.
    Si dirà che nel momento in cui tuttavia quest’opera, seppur autentica, non trova risonanza, rimarrebbe ben poco. Forse! Noi non facciamo mai i conti col Tempo, supponiamo di avere sempre tutti gli elementi per capire il nostro tempo. Ci si sforza, questo sì; eppure la storia è piena di casi clamorosi di artisti dei quali è stata sancita la grandezza totale post mortem o addirittura secoli più tardi. Siamo sicuri che si possa parlare di arte contemporanea con tutta questa sicurezza? Siamo sicuri che siamo legittimati ad essere scoraggiati mentre constatiamo un panorama artistico che mediamente non ci gratifica, ma che qualche decennio di pazienza potrebbe revisionare e sconvolgere?

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