6 commenti


Michele Smargiassi

4 novembre 2011

Affascinante terreno di indagine, come tutti quelli che affrontano con coraggio l’imbarazzantissimo (per gli artisti di stampo romantico-idealista) campo dell’inconscio tecnologico. Bella anche l’ipotesi di lavoro: utilizzare lo still, il fotogramma fermo, come arma per decostruire il flusso panottico delle immagini di sorveglianza. Posso complicare il quadro? Bisogna tener conto anche della finta automaticità di quelle immagini apparentemente “senza autore”. Il flusso di immagini automaticamente generato dalle webcam e in genere dalle telecamere di sorveglianza è in realtà sottoposto in partenza a una lunga e severa serie di connotazioni formali e ideologiche, stabilite da precise autorità e persone, che ne preordinano la forma e ne condizionano il “messaggio” (inquadratura, ottiche e loro deformazioni, definizione, velocità ecc.). Sotto quelle lenti, il teatro collettivo della vita quotidiana (come ce lo ha raccontato Erving Goffman) diventa film: la performance sociale diventa opera. Un lavoro di decostruzione come questo dovrebbe tener presente che sta lavorando su un “testo” compiuto e in qualche modo “firmato” da autori veri e propri (i titolari della sorveglianza e del potere che essa protegge), non su materiale semi-inerte e anonimo.
Bellissimo argomento.


Aurelio Rizzo

5 novembre 2011

Complichiamo ancora di più il quadro proseguendo nel suggerimento di Michele Smargiassi: gli autori del testo compiuto che, in qualche modo, “firmano” le riprese, sono in effetti ingannati dalla loro stessa costruzione.

Predispongono infatti le loro inquadrature, le loro tempistiche, le loro risoluzioni con lo scopo di scoprire l’intrusione, l’effrazione, il “nemico”, ma, invece, riprendono soprattutto l’indifferente passante.
Questi sistemi di ripresa automatici documentano, invece di ciò per cui sono stati progettati e installati, altre storie, altre persone, altre attività.

Non quindi candid-camera o riprese libere da pregiudizi, ma riprese diverse dallo scopo, in qualche modo errori, scarti di una realtà che non interessa, che possono per altro divenire storie esse stesse, realtà interessanti per altri scopi, per altri autori, per altre firme.

Allora l’autore che usa quelle immagini di fatto inutili all’autore che le ha prodotte, se ne appropria per creare un’altra visione, un’altra realtà, che nulla ha più a che fare con quella dell’iniziale intenzione.

E così il passante indifferente, guardato con occhi indifferenti dagli autori primi, diviene protagonista di immagini e/o di storie di autori secondi.
Scartato da una parte, ne acquista un’altra, sempre e comunque a sua totale insaputa.

Sì, davvero un bellissimo argomento.


Maurizio G. De Bonis

5 novembre 2011

Perfomer inconsapevoli…forse. Passanti si…certo. Queste apparizioni fantasmatiche, come sottolinea Fassetta, “ruotano attorno alle loro inquietudini come se appartenessero ad un qualsiasi reality show”.
Ebbene, questa ultima frase mi ha costretto a riflettere, perché è l’unico punto di questo lucido e magnificamente sintetico articolo di Fassetta sul quale ho una posizione non proprio vicina alla sua (ma ciò non ha molta importanza).

Quando si dice che i corpi (li definirei così, più che soggetti o individui) che entrano nella porzione di realtà catturata da una webcam “ruotano intorno alle loro inquietudini come se appartenessero a un qualunque reality show”, si fa un’affermazione carica di elementi, e tali elementi a mio avviso non sono automaticamente attribuibili a immagini create da una telecamera posta asetticamente sul mondo.
Si tende, in sostanza, a sovrapporre a registrazioni di corpi in movimento in un determinato spazio una drammaturgia simile a quella dei reality show. Questi ultimi hanno certamente una loro drammaturgia precisa, anzi sono costruiti secondo le regole classiche della narratologia applicate al genere soap opera. I personaggi dei reality sono in definitiva personaggi a tutti gli effetti (cioè elementi costitutivi del racconto) collocati dentro una narrazione edificata in maniera ferrea, esattamente come pretendono, più che gli autori, gli inserzionisti pubblicitari che di fatto “producono” i reality show.

Nel caso dei corpi catturati dalle webcam questa impostazione non è riscontrabile a meno che si faccia (e ciò è comunque possibile) un’operazione di tipo, diciamo così, filosofico. In tal senso, i corpi potrebbero strutturare (?) un racconto casuale ed evocare allo sguardo esterno sensazioni interiori e personali. Ed ancora: i corpi potrebbero evocare inquietudini soggettive (ma certamente non hanno inquietudini) in chi li guarda.

Se dunque è possibile dire che quelle delle webcam sono immagini che si autocostruiscono dal punto di vista visivo non è possibile dire la stessa cosa sotto il profilo narrativo. Sono, infatti, immagini che non sono generate da un racconto ed è proprio questo fattore che conferisce loro mistero e forza.


Michele Smargiassi

5 novembre 2011

Se siamo d’accordo che ogni “reality show” televisivo, come giustamente osserva De Bonis, è solo la costruzione sceneggiata di un *effetto* di spontaneità (ma ormai, vorrei dire, non è neanche più questo: gli spettatori sanno benissimo che nella casa del Grande Fratello si segue una sceneggiatura, e gli va bene saperlo e far finta di non saperlo), non mi sento di dire che quel registrano le videocamere di sorveglianza o alle webcam siano “immagini non generate da un racconto”. Sono anch’esse generate da un racconto, da ciascuno dei copioni non scritti, più o meno consapevolmente interpretati, che governano ogni nostra apparizione sulla scena pubblica (non ho citato Goffman a caso).
La realtà delle nostre esposizioni sociali è già costruita culturalmente quando si svolge davanti a uno di questi occhi. Nessun gesto, nessun abito, nessuna fisionomia nello spazio sociale è “naturale”.
Il salto di qualità, semmai, è il fatto nuovo che queste recite personali, e la loro interazione con le recite degli altri, quando ricade nel campo visivo di una telecamera automatica non è più fugace ma può diventare permanente sul cd di un ufficetto di sorveglianza. Da performance sociale effimera, diventa opera. Ma un’opera preterintenzionale e misconosciuta: ai vigilantes la maggior parte delle “recite” non interessa un bel nulla, ha ragionissima Rizzo, sono scarti, sovrabbondanze, cascami inevitabili ma ingombranti.
Che un artista voglia approfittarne per recuperarne il senso, è un buon progetto. Mi piacerebbe però che non fosse un puro e semplice ribaltamento di valori (lo scarto che diventa la cosa importante, interessante), ma anche un’occasione per capire se e come i nostri comportamenti sociali, una volta trasportati in immagine, cambiano significato e contenuto.


Massimo Stefanutti

6 novembre 2011

E sì, sono strutture formali imposte da altri (inquadratura, angolo di campo, luogo di ripresa, momento di ripresa, ecc.): in fondo un “autore” ( nel senso di colui che fa) c’è. E c’è anche un fruitore (l’addetto alla sorveglianza o che altro) che, ad un certo punto, può diventare anche “autore” in quanto sceglie un determinato momento e stampa una fotografia dalla quale si traggono elementi per una identificazione ( p.e. il presunto assassino o rapinatore della banca). E poi c’è un utilizzo giudiziario coerente con la filosofia invasiva e sorvegliante del sistema.
Ma, dopo 48 o 72 ore, arriva la morte : una macchina (questa volta) cancella automaticamente le registrazioni precedenti e si fa, a sua volta, autrice dell’oblio.
Il “deus ex machina” del sistema è proprio il fotografo che, arrivando dal cielo (immaginate Pierpaolo Fassetta con le ali da angelo) salva dalla distruzione i file con le immagini. Ma qui il discorso cambia: basta “” Decidere di fermare un’immagine, scomporla, ingrandirla, intervenire su di essa mediante procedimenti di stampa, in parte manuali, significa ritornare a metodologie operative artigianali, non seriali, che nella loro rituale gestualità ci permettono di entrare nella dimensione di un tempo lento dove lo sguardo è libero di vagare riconoscendo la dignità della memoria racchiusa in ogni singola foto”" ? No, non basta. Occorre destrutturare il flusso ed eseguire una scelta, sia essa narrativa o simbolica. Ricordo un interessante esito con immagini tratte da Google Street, sul tema degli amanti.


Giovanni Andrea Martini

29 novembre 2011

Argomento senza dubbio intrigante. Autore e soggetto dell’opera sono inconsapevoli di quanto farà l’artista, di quali scelte opererà. E l’artista diventa naturalmente autore di qualcosa di diverso da quello che era nelle intenzioni dell’occhio meccanico. L’elemento di maggior passività è sicuramente il soggetto ripreso o fissato nel fotogramma che diventa icona di un presente che sfugge, ma che l’artista può far diventare perenne.
Pier Paolo Fassetta propone un gioco di ruoli davvero interessante, traduzione di tanta realtà di rapporti interpersonali che molto spesso fissano realtà che sono assolutamnente lontane da quanto i protagonisti, consapevoli o inconsapevoli, vorrebbero.

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