Una questione di assenza

Nelle riflessioni che si sono succedute in questo spazio variegato di interventi, si manifesta una dinamica di fondo; cercare di esperire un’essenza. Questa essenza, proprio per le sue proprietà, spunta e si ritrae, appare e scompare, tra le righe scritte. A mio avviso l’essenza che emerge è in effetti un’assenza. Come ha individuato Elio Martusciello: “L’assenza è il vuoto, la mancanza che più di ogni altra cosa scuote in profondità il nostro essere”. E come ripristiniamo questa mancanza destabilizzante? Come riempiamo questo abisso? Con i linguaggi. Il linguaggio è prendere possesso, ancora prima di essere uno strumento di comunicazione, e tramite il possesso tentiamo di colmare il vuoto per poi attivare il controllo su quella che definiamo, a torto o a ragione ed a seconda dei punti di vista, la nostra concreta realtà.

Non starò a dilungarmi su quello che i linguaggi hanno significato e significano per l’umanità, non fosse altro per il fatto, tutto concreto, che non potremmo, qui, ora, attuare e proporre argomentazioni e disquisizioni in materia senza il loro uso. E tra l’altro non vi saremmo giunti senza studiare e analizzare i loro diversi aspetti.  Altresì la preponderanza dei linguaggi, ad esempio quella dei media, produce una totalizzante assuefazione ai codici del linguaggio stesso e questo crea un distacco sempre maggiore dalle possibili molteplicità della realtà, la quale può essere vissuta anche come una esperienza primaria, aurorale. Il vuoto, la luce, il suono come irrompono all’interno della possibile esperienza primaria in cui possiamo addentrarci? Irrompono come portatori di informazioni a cui possiamo accedere senza i filtri imposti dai linguaggi.

Per una definizione di vuoto riprendo ed uso questo significativo commento filosofico Taoista:

“facile è accorgersi della presenza del vuoto, difficile è accorgersi che il vuoto costituisce parte integrante e costitutiva dell’essere”

“facile è vedere il vuoto del vaso, difficile è ammettere che tale vuoto costituisce il vaso al pari del pieno”.

Cogliere appieno la inevitabilità del vuoto per la costruzione di ogni cosa è fattore determinante, questa assenza è necessaria quanto quella del pieno e la loro messa in relazione crea il sapere dialettico. Nella nostra concezione il vuoto è assimilabile al nulla, alla vacuità, al contrario nelle filosofie e nelle pratiche orientali esso ha una propria efficacia, agisce all’interno di ciascuna forma materiale e ne costituisce l’essenza. Non solo. L’efficacia del vuoto è dovuta proprio alla sua forma, sembrerebbe un paradosso ma così non è, dalla quale emergono tutte le altre. Il motivo di questa “efficacia” è dovuto al fatto che il vuoto è portatore di tutte le forme, come la luce è portatrice di tutte le immagini per la fotografia, come il suono è portatore di tutti i suoni per la musica. Le informazioni, le risonanze che da queste essenze ci pervengono sono la conoscenza del sistema verso cui ci dirigiamo, e gli elementi costitutivi di un sistema non sono solo scambi di energia e di materia ma anche scambi di informazione, come ci dimostra il concetto di sintropia. Oltremodo la nozione di campo e la ricerca della cosi detta materia oscura, da parte di staff di scienziati di tutto il mondo, ci danno una spiegazione scientifica della presenza del vuoto come costituente di quello che percepiamo e ci dicono che la nostra percezione non ne è che una infinitesima parte.

A questo punto il pensiero esposto da Maurizio G. De Bonis: “Esprimersi con la fotografia, quindi, potrebbe voler dire semplicemente: incontrare un’idea/concetto e vivere liberamente questa esperienza soggettiva” visto da questa prospettiva che si sta tentando di esaminare potrebbe assumere un significato ben preciso e cioè, che l’incontro della nostra soggettività avviene con una informazione, una risonanza già presente nella luce e di cui ci perviene l’eco, l’evocazione di un’idea/concetto. E ancora; quando Giulio Marzaioli scrive: “Non è infatti possibile condurre linee di sguardo con la parola scritta; non è insomma possibile concepire un grado 0 nel dialogo con il lettore (osservatore) se non attraverso la formulazione di un codice culturale, o quantomeno linguistico, di comune riferimento” ci può indurre a pensare che quel grado 0 non sia altro che il vuoto, che con il linguaggio già totalizzante e chiuso della scrittura non ha modo di intessere alcuno scambio di informazioni, oltre a quelle del sistema stesso. Oppure la frase con cui Elio Martusciello si avvicina in maniera inequivocabile alla centralità della questione: “Dunque, il linguaggio non sembra consustanziale alla verità così come avviene per la luce o il suono” essendo essi stessi luce e suono “vuoti”, portatori di tutti i pieni.

A questo punto se, come si è detto e ipotizzato, il vuoto è il contenitore di tutte le forme e delle relative informazioni è lecito supporre che anche l’essere umano ne è parte. Allora questa esperienza ci potrebbe proiettare radicalmente nel vuoto, e se noi siamo parte del vuoto essa sarà un viaggio all’interno di noi stessi come nel tutto. Il vuoto, la luce, il suono, al di là della loro praticabile trasformazione in linguaggi o rappresentazioni, possiamo renderli efficaci anche con delle esperienze primarie dirette ad incontrare e ad essere attraversate da ulteriori possibili condizioni di esistenza, e cioè di rivelazioni allo stato nascente. L’ipotesi contenuta nella riflessione di apertura in questo spazio di discussione potrebbe esserne un esempio verificabile.

© Punto di Svista 07/2011

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Pietro D’Agostino è attivo nel campo delle arti visive e nel tempo matura un rapporto intimo e inconscio con la luce usandola, attraverso la fotografia, il video ed altri dispositivi tecnologici, come strumento espressivo e di indagine. Partecipa e collabora a varie iniziative performative con musicisti e poeti di area sperimentale e di ricerca. Dall'ottobre 2016 è Presidente di Punto di Svista - Associazione culturale

15 Commenti

  1. Alessandro Vescovo
    /

    Caro Pietro,

    con questo articolo hai fatto proprio centro!!.. (affermazione suggerita da Nicola Forenza)

    I miei più sentiti complimenti al tuo scritto che credo, con allarmante semplicità, spessore e potenza, vada al nocciolo delle questioni fondamentali che assillano l’uomo nel suo lungo percorso di conoscenza. E non esagero! Credo anche che questo tuo articolo possa essere di base per avviare tra autori e creativi, che hanno piena consapevolezza su quanto esponi magistralmente, un dialettico e vitale ripensamento delle nostre concezioni e credenze che possano innescare prolifici apporti verso un nuovo paradigma di cui abbiamo tanto bisogno.

    Ti confesso che ho letto il tuo articolo solo oggi (dopo ben tre mesi) sotto indicazione di Nicola Forenza, dicendomi che avevi scritto qualcosa di talmente azzeccato che nessuno, anche dopo mesi, aveva lasciato nessun commento. Sì, sembra proprio un paradosso, ma quando le cose espresse sono così fondanti, penso che la maggior parte di noi rimane impaurito o destabilizzato quasi, come tu affermi, avvenga col trittico essenza/assenza/vuoto.

    Scusami per il ritardo nel commentarti, ma purtroppo snobbo gran parte degli scritti che si vedono sull’arte, ritenendoli (a parte alcune mirabili eccezioni) triti e ritriti, incomprensibili disquisizioni fini a se stesse che si arrovellano in spirali senza fine di sofismi, che penso producano il vero “vuoto” culturale che oggi ci assilla. Non è forse una questione di linguaggio?

    Con grande stima, Alessandro Vescovo

  2. Maurizio G. De Bonis
    /

    Sinceramente non capisco cosa voglia dire Alessandro Vescovo quando scrive “snobbo gran parte degli scritti che si vedono sull’arte, ritenendoli (a parte alcune mirabili eccezioni) triti e ritriti…”.
    Che vuole dire snobbare articoli e saggi? Vuol dire considerarsi al di sopra delle idee, dei dibattiti e delle discussioni?
    Non mi sembra, questo, un modo costruttivo di dibattere su temi culturali e artistici. il mio timore è che dietro un’affermazione di questo tipo non ci sia altro che un qualunquismo pseudoaristocratico che, questo si, che non serve proprio a nulla.
    Ogni tanto, Alessandro, bisogna stare in mezzo alle cose (alla gente) e sporcarsi le mani. Troppo facile stare fuori dal mondo e dire di “snobbarlo”.

  3. michele smargiassi
    /

    Alessandro Vescovo sta intervenendo in una discussione, quindi non mi pare voglia stare fuori dal mondo. Esprime un’opinione nei confronti di una tendenza culturale generale, senza accusare nessuno in particolare, ma come spesso avviene in questo luogo riceve in cambio un giudizio personale, mirato, pesante e sgradevole.
    Penso che la sua fosse invece una reazione comprensibile, condivisa da molti, me compreso, nei confronti di una pratica e di un linguaggio, quelli della critica d’arte corrente, sempre più noiosi, vuoti e autorerefenziali: potrei fare molti esempi. Sono quel tipo di linguaggio e di pratica che non si sporcano, non stanno in mezzo alla gente e alle cose, credendo però di stare al centro del mondo, mentre molto spesso stanno solo al centro di un mercato.

  4. Giustamente Alessandro ha ?esaltato? uno scritto di Pietro che a mio parere pone molti interrogativi, e forse proprio su quelli è opportuno confrontarsi.
    Fortunatamente, essendo adulti e attenti lettori abbiamo la capacità di differenziare le incomprensibili disquisizioni e gli scritti triti e ritriti, da ciò che invece oggi è importantissimo dibattere in maniera costruttiva.
    E’ vero che spesso ci capita di leggere cose poco interessanti e vuote, basti pensare ai numerosi blog di fotografia che impazzano sul web.
    Ma bisognerà pur selezionare no? siamo capaci di farlo? cioè individuare per bene ciò che è vuoto e ciò che invece è utile per proseguire il dibattito culturale su questi temi.
    Dunque non sono affatto d’accordo sulle generalizzazioni di Alessandro Vescovo, che a mio parere sembrano un po’ dettate dal malessere generale che attanaglia il mondo contemporaneo della fotografia, propio quello nel quale oggi è difficile confrontarsi, discutere, dibattere.
    Credo che Punto di Svista ma non solo (ci sono anche altre realtà ) invece si occupi di questo, lasciando spazio a chi ha interesse di diffondere idee, pensieri, domande slegate dai soliti discorsi e concetti impacchettati, ma bisogna farlo con coraggio, prendendo una posizione ben precisa.

  5. Michele Smargiassi
    /

    Mi pare che Vescovo volesse proprio dire che lui ha “selezionato” tra quel che gli pare vuoto e quel che gli pare utile, ma il suo diritto di scelta e di libero giudizio (non i contenuti delle sue scelte, proprio il suo *diritto* di scegliere cosa leggere e cosa no) è stato immediatamente definito “qualunquismo pseudoaristocratico”.

  6. Per continuare il discorso di Alfredo Covino, selezionare fonti, opinioni e idee è un atteggiamento più che positivo. “Snobbare?, come sostiene Alessandro Vescovo (con cui tra l’altro abbiamo una conoscenza di molti anni), è un atteggiamento elitario e superficiale.

  7. Michele Smargiassi
    /

    Dunque aggiungiamo alla lista dei trattamenti agli ospiti: dopo “qualunquismo pseudoaristocratico?, ora “elitario e superficiale”.
    “Snobbare” è sicuramente un termine provocatorio, ma indica comunque una scelta libera e motivata da un giudizio d’esperienza, così almeno mi par di capire, anche se non conosco Vescovo e non voglio certo fare il suo avvocato d’ufficio. Mi pareva comunque un giudizio sul piano generale, ricambiato però con apprezzamenti personali.
    Non capisco davvero perché debba essere trattato in questo modo chiunque osi in questo luogo sfiorare con un dissenso la sacralità della Critica d’Arte in quanto tale. Perché tanta suscettibilità? Puoi ammettere, Orith, che esista anche una critica d’arte superficiale, autoreferenziale e poco interessante, oppure è tutta, per principio insindacabile, buona e giusta?

  8. Ahhhhha, ora ho capito…. Grazie per avermi illuminata sul significato della parola “snobbare?…

    E grazie per aver scelto Punto di Svista

  9. Michele Smargiassi
    /

    Grazie per la risposta, Orith. Speravo in qualcosa di più argomentato, come risposta a una domanda seria. La ripeto, perché a me interessano gli argomenti pubblici e non le ironie private: è un reato di lesa maestà discutere della qualità media della critica fotografica corrente in Italia? Pensi davvero che sia tutta da difendere così in blocco, per presupposto, tanto da bollare ogni dubbio come “qualunquismo pseudoaristocratico elitario e superficiale??
    Ho riletto in questi giorni “Thinking Photography” di Victor Burgin, una bella antologia che ha già vent’anni ma (non a caso forse) non è mai stata tradotta in italiano. Riporto una sua considerazione critica che fa al caso nostro:
    “La critica fotografica [...] si limita a un rendiconto dei pensieri personali e dei sentimenti del critico di fronte al lavoro di un fotografo, allo scopo di convincere il lettore a condividerli. [...] Gli ‘argomenti’ proposti sono raramente argomenti, spesso sono solo asserzioni di opinioni e presupposti personali presentate come verità insindacabili”.
    Non è così, purtroppo, in tanti casi, anche da noi? La critica non dovrebbe essere una specie di servizio intellettuale pubblico, chiaro e condiviso, di fornitura ai lettori di strumenti per avvicinare un’opera? Perché tanto spesso (posso fare esempi) si rivela un esercizio narcisistico di prosa tanto ermetica quanto vuota, il cui scopo sembra essere, almeno epr come la vedo io, solo gratificare l’ego del critico e creare attorno all’oepra una cortina fumogena profumata?

  10. Redazione Punto di Svista
    /

    Il Comitato di Redazione ritiene che il tema della critica d’arte sia stato già discusso in varie occasioni sulle pagine della testata. Si aprirà un dibattito più ampio su questo tema quando la redazione lo riterrà opportuno.

    Pertanto, su questa pagina pubblicheremo solo eventuali commenti che faranno riferimento esclusivamente al contenuto del testo di Pietro D’Agostino.

    Grazie,
    Redazione Punto di Svista

  11. Che tristezza leggere persone che fanno della polemica a tutti i costi lo strumento privilegiato con il quale dibattere, un perfetto specchio dell’epoca nella quale oltre venti anni di “nulla” culturale ci hanno gettati. Così l’interessante e stimolante articolo di Pietro D’Agostino viene oscurato e l’obiettivo di questo spazio annullato.

    “Facile è vedere il vuoto del vaso, difficile è ammettere che tale vuoto costituisce il vaso al pari del pieno?.

    Quanta verità in questo concetto! Il vaso esiste perché esiste il vuoto e viceversa. Perché però paragonare l’assenza al vuoto? Questo è un errore. L’assenza è una condizione sensoriale, qualcosa che manca e di conseguenza crea sofferenza (stati d’animo insofferenti), almeno nella filosofia del vivere occidentale. Il vuoto viceversa è un “elemento” denso di significato oserei dire vivo! Talmente forte da far paura ma al tempo stesso attraente come una calamita. Immergersi in esso equivale alla stessa sensazione che si proverebbe gettandosi in acque profonde o tra altissime fiamme. Avviene l’inevitabile amalgamarsi che rende simili, uniti tutti “i pezzi” perché al suo interno tutto appare in una dimensione “giusta”, una dimensione di non supremazia. Il linguaggio dunque diventa lo strumento per “comprendere” e “codificare” ciò che ci spaventa, che non ci è chiaro perché non osiamo abbandonarci. Ma se il linguaggio si sbagliasse? Se raccontasse di uno stato soggettivo? Certo che sì. Come fare allora affinché l’essenza che disperatamente cerchiamo attorno a noi in elementi che spesso ci sono estranei (come apparentemente lo è il vuoto), non si trasformi in assenza/sofferenza? Il linguaggio distorce le sensazioni facendo scivolare il pensiero, e spesso anche la creatività, in una serie di categorie preconfezionate senza possibilità di scampo. Occorre liberarsene, renderlo “assente” affinché la vera essenza possa esprimersi.
    Dunque alla fine l’unica assenza di cui forse dovremmo esultare è quella del linguaggio laddove si riesca a far parlare “il vuoto” cioè non la mancanza, perché questo è il significato più comune che gli si attribuisce, bensì la presenza, con tutti i rischi del caso. Ma è proprio questa la parte più eccitante.

    Sono libero di stare al centro del vuoto e osservare cosa succede, emergeranno delle forme in una qualche veste e che qualcuno può anche chiamare “linguaggio”, ciò che però mi rende vivo appartiene all’essenza del mio stare lì in un atteggiamento di ascolto e apertura, l’unica condizione che mi consente di esprimermi attraverso le immagini.

  12. Condividendo in toto lo spirito, i princìpi e il contenuto dell’articolo provo a riformularlo con una sintesi personale che forse può aiutare qualcuno e, al tempo stesso, corroborare gli studi dell’autore.

    Il vuoto è il grafema del mistero. Se il vuoto è il vaso o il simbolo, il mistero è il contenuto o significato. E’ per questa ragione(mistero) e per via di questo mezzo (vuoto) che la comunicazione avviene in modo così efficace e viscerale. L’uomo che cos’altro deve domandare a se stesso e quindi all’arte, se non un piccolo lume sul mistero che gli appartiene e al tempo stesso non conosce mai abbastanza?

  13. Pietro D'Agostino
    /

    Gentile Marco Castoldi,

    la ringrazio vivamente per l’attenzione che ha manifestato per quanto ho scritto e per gli interessanti concetti che ne ha elaborato. A tal proposito: quando lei usa “grafema” o “simbolo” il loro rimando è sempre relativo a qualcosa di già compiuto, determinato. E’ chiaro che, per esprimere dei concetti, si debba necessariamente ricorrere alla metafora e che essa stessa già è simbolo o immagine di qualche cosa. Mentre la mia attenzione va verso un vuoto, che è sì pieno di tutto, ma non ancora espresso, non detto, non nostro e in special modo che non fa mistero di sé.

  14. Si Pietro, era chiarissimo. Quando usavo “grafema” intendevo osservare quel vuoto da parte dell’artista. Per l’artista il vuoto diventa strumento per veicolare la comunicazione, a mio avviso, e pertanto viene utilizzato esattamente come un simbolo, o una parola, o…
    Mediante la reticenza, la sottrazione, la sospensione, il non detto, il tralasciato e suggerito arriva a porre l’attenzione proprio sul vuoto; in qualche modo a nominare l’innominabile.

  15. Mi chiedo: “quando si ammette l’esistenza di un vuoto, si considera l’esistenza di un contenitore visibile ma inesplicabile?”.

    Ancora: “se l’universo è il contenitore, l’esperienza dell’essere umano è capace di instillare delle gocce al suo interno per contribuire alla riduzione del vuoto?

    Ancora: “Il vuoto diminuisce o si espande?”

    Ancora: ” il vuoto è quell’immagine che non riusciamo ad afferrare per via della nostra esperienza umana?”

    Infine: “se il 100% si può considerare pieno e lo 0% vuoto, perché il contenitore dell’essere umano non può essere colmo d’acqua?”.

    La domanda contiene la risposta una volta che si apre il “rubinetto” del nostro pensiero.

    Grazie per avermi stimolato la sete.

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