Idee, concetti e direzione dell’atto creativo

Cosa è la fotografia? Intorno a questa domanda è possibile stilare una serie di risposte, a mio avviso, tutte degne e possibili. Così come il cinema, la fotografia è disciplina complessa, in grado di spingere le sue ramificazioni in altri contesti, in altri ambienti espressivi. Ma allo stesso tempo è territorio attraversato da innumerevoli elementi provenienti dall’esterno, e ognuno di questi è generatore di un’ulteriore dimensione enigmatica. In sostanza, da qualunque parte la si prenda la fotografia restituisce una faccia diversa di sé, e a volte queste facce sono in contraddizione tra loro.

Personalmente, ho sempre avversato duramente la concezione della disciplina fotografica intesa come “luogo” deputato esclusivamente alla rappresentazione della realtà, meno che mai degli eventi sociali e della storia, così come mi sono però sempre domandato se sia possibile ricondurre la fotografia a un mero discorso linguistico/semiologico. E mi chiedo ancora: è così significativo analizzare il procedimento fotografico per comprendere la natura della fotografia? Ebbene, tutti questi fattori (che certamente possono contribuire alla comprensione e all’approfondimento e possono rivelarsi importanti) sembrano ruotare intorno a quelli che per me sono i due cardini della riflessione sulla fotografia.
Il primo è riassumibile in questa affermazione: il problema non è tanto capire cosa è la fotografia quanto piuttosto comprendere cosa vuol dire esprimersi attraverso la fotografia.
Il secondo cardine parte invece da un’altra personale constatazione: l’immagine fotografica, qualunque sia l’impianto analitico/culturale attraverso il quale la si studia, è qualcosa di inafferrabile, indeterminato, sfuggente, impossibile da decifrare con certezza (il che comunque non vuol dire che non si debbano prendere posizioni precise, salvo avere l’elasticità di mutare tali posizioni in presenza di nuovi elementi).

Ma ritorniamo al primo cardine che ora poniamo sotto forma di domanda: cosa vuol dire esprimersi attraverso la fotografia? Per rispondere (ma ogni risposta non è certamente assoluta e definitiva) prendo in prestito alcune elaborazioni di Gilles Deleuze (sapendo che probabilmente lo tradirò) che con prudenza vorrei cercare di usare per il mio discorso.

In primo luogo, fare fotografia (ma ciò vale per qualsiasi forma d’arte) significa stare in agguato (in senso animalesco). In sostanza, così come l’animale agisce secondo un istinto innato, il fotografo aspetta, e fa suo, qualcosa non tanto che gli si profila davanti (sarebbe un’attività fin troppo banale) quanto piuttosto che riconosce. Attenzione, questo discorso non ha niente a che vedere con la raffigurazione superficiale della realtà e neanche con l’istante decisivo (che a mio avviso non ha alcun significato ed è stato fin troppo sopravvalutato). L’elemento che il fotografo in agguato riconosce, infatti, è l’idea, intesa come forma pura in grado di innescare il meccansimo della conoscenza del mondo.
La parola idea viene dal greco antico ed ha a che fare con il vedere, e il vedere è connesso al sapere/conoscere ma anche a un altro termine: intuizione. Anche in questo caso devo fare una puntualizzazione. Per sapere/conoscere non intendo la comprensione della realtà attraverso la presunta e sterile visione di oggetti, cose, persone, fatti, quanto piuttosto il vivere l’esperienza dell’incontro con l’idea. Scendo più in profondità. Quando il fotografo “trova” un’idea si relaziona con un concetto, cioè con qualcosa che ha a che fare con il pensiero e non con la sostanza banale delle cose. Esprimersi con la fotografia, quindi, potrebbe voler dire semplicemente: incontrare un’idea/concetto e vivere liberamente questa esperienza soggettiva.

Andiamo al secondo cardine, cioè: l’immagine fotografica è inafferrabile e sfuggente. A mio parere, non può che essere così, visto che il fare fotografia non vuol dire rappresentare cose e fatti quanto piuttosto incontrare idee/concetti. Ebbene, ho in precedenza detto che il fotografo è un “animale in agguato”, ma forse è possibile sostenere come, in molti casi, il fotografo pensi ingenuamente di essere in agguato. Potrebbe invece essere a sua volta vittima di un agguato, cioè sarebbe l’idea a riconoscerlo e a catturarlo.

Ricapitolo: l’idea è un elemento che ha a che fare con il pensiero; l’immagine fotografica potrebbe essere niente altro che il risultato di un processo creativo attivato dal pensiero. Allo stesso tempo, non mi sento di escludere il contrario, e cioè che l’idea, che può preesistere al fotografo per molti motivi, possa prendere possesso del pensiero del fotografo. Dunque, è come se l’immagine fotografica fotografi il suo autore, crei il suo presunto artefice. E questa ipotesi invertirebbe la direzione del processo creativo, che comunque rimarrebbe deleuzianamente un atto di fabbricazione.
Mi spingo, così, provocatoriamente a dire che arte/fotografia e creatività non per forza debbano avere un rapporto unidirezionale, anzi il più delle volte questo rapporto sarebbe bidirezionale. La mia impressione è che le idee/concetti possano essere nelle nostre menti (e in questo concordo in fin dei conti con Pietro D’Agostino) da sempre (gli archetipi?) e che riconducano le nostre specualzioni mentali sempre verso le stesse problematiche.

Dunque, il prossimo argomento che mi piacerebbe sviluppare è il seguente: posto che il fotografo/artista spesso (o sempre) utilizza (e a sua volta può essere utilizzato) le stesse idee, bisognerebbe spostare la riflessione sulle differenti modalità soggettive utilizzate per affrontare la spiazzante esperienza bidirezionale dell’incontro con le idee. E così, probabilmente contraddicendomi (ma lo faccio volontariamente e razionalmente) con quanto scritto all’inizio, bisognerebbe tornare, come fa Giulio Marzaioli nel suo testo, al linguaggio, al come, lasciando da parte il perché ma soprattutto il cosa.
Ebbene, quest’ultima considerazione mi porta a dire che la fotografia (così come l’arte), utilizzando ancora una volta una formula deleuziana, potrebbe far parte di un “delirio paranoico” all’interno del quale non si può fare altro che saltare da un livello a un altro, senza poter uscire da questo circolo vizioso fatto da cerchi concentrici/livelli che ruotano intorno a una matrice tirannica (di cui adesso non mi occupo). Dunque, come trasformare, ammesso che ciò abbia senso,  questo “delirio paranoico” in quello che Deleuze definisce “delirio passionale”, fatto di segmenti che si dispongono uno dietro l’altro nell’ambito una linea retta che va in una direzione, creando  un ritmo, un percorso, una fuga?
Non è che il rapporto tra fotografia e musica sia molto più stretto di quanto si sia portati a immaginare?
E’ questo il quesito conclusivo che lancio, nella speranza che qualcuno lo raccolga.

© Punto di Svista 06/2011

 

Maurizio G. De Bonis Vedi tutti gli articoli

Maurizio G. De Bonis è critico delle arti visive, curatore e giornalista. È direttore responsabile di Cultframe – Arti Visive, direttore di CineCriticaWeb e responsabile della comunicazione del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. Insegna Linguaggio Audiovisivo presso Officine Fotografiche Roma e l’Istituto Superiore di Fotografia. Ha pubblicato saggi sui rapporti tra cinema e fotografia (Postcart), sulla Shoah nelle arti visive (Onyx) e ha co-curato Cinema Israeliano Contemporaneo (Marsilio). È Vice Presidente di Punto di Svista - Associazione culturale.

28 Commenti

  1. Michele Smargiassi
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    Caro De Bonis, la ringrazio per avermi risposto mutando un po’ i toni sgradevoli della sua prima replica. Abbiamo idee diverse, non è un male, l’importante è rispettarsele reciprocamente, e noto con piacere che si sta sforzando di farlo. La tranquillizzo, non ha bisogno di assicurarmi nulla sull’ampiezza delle sue letture e sulla costanza dei suoi interessi, non sono un commissario d’esame, né un esaminando del resto. Vorrei solo ripeterle che il concetto di segno “insubordinato” riferito alla fotografia non è mia, anche se la condivido: è di Benedetto Croce (che non era un autore che si è occupato solo di fotografia). Può provare a rivolgere a lui l’intimazione “Ma di cosa sta parlando?”.
    Non ho altro da aggiungere perché credo di avere spiegato bene le mie, di idee, che per quanto le paia strano, come tutte le idee, non mi fanno orrore. Spero che eventuali lettori abbiano gradito questo dialogo e si siano fatti un’idea propria, la ringrazio dell’ospitalità e a rileggerci in altre occasioni. Sono diventato un lettore assiduo di Puntodisvista, trovo questo spazio molto stimolante anche se per avviare un dialogo bisogna superare un po’ di fuoco di sbarramento. Cordialmente,
    m.s.

  2. Michele Smargiassi, pur sapendo che Maurizio De Bonis non ti avrebbe risposto, hai voluto comunque, come previsto, avere l’ultima parola e approfittando di questo, hai come al solito girato le cose a tuo favore. E per essere precisi, De Bonis non ha cambiato affatto tono. Ti faceva solo comodo dire così perché sapevi che non avresti avuto una risposta. E siccome lo trovo scorretto, la risposta l’avrai da me.

    Da quando abbiamo aperto lo spazio intitolato “Discorsi sulla fotografia? a cura di Pietro D’Agostino, lo seguo davvero con molto interesse sia come direttore responsabile di Punto di Svista che come fotografa. Quello che tu leggi su queste pagine non è che il risultato di incontri, studi, riflessioni, scambi con persone coinvolte direttamente e non, come d’altronde è il nostro modo di fare da sempre, da anni.
    Ho trovato tutti e tre i testi davvero stimolanti. E se mi devo riferire a quello di De Bonis (di questo stiamo parlando su questa pagina) lo considero un testo di ampio respiro, che pone delle domande, che ci mette davanti ai problemi. E lo fa non dall’alto, ma facendoci partecipare al ritmo delle sue riflessioni.

    Ora, non voglio parlare in merito ai tuoi pensieri perché i tuoi commenti non mi permettono di approfondirli. E perché questo? Perché leggendoli, traspare immediatamente e in maniera inequivocabile il tuo spirito polemico e il tuo atteggiamento provocatorio fine a se stesso. Il tuo “ribaltamento della frittata?, come dice De Bonis, è così palese che potrebbe, senza entrare ora in questioni psicologiche, essere imputabile a due motivi: o usi questo meccanismo semplicemente per rafforzare la provocazione, che è il tuo obiettivo primario, oppure non leggi bene e in profondità il testo a cui fai riferimento. In un caso o nell’altro, il risultato è davvero fastidioso. E non può, nel migliore dei casi, che ricevere una risposta adeguata nei toni, e nel peggiore dei casi non riceverla affatto. C’è chi ha deciso per la seconda soluzione perché respinto, e non da oggi, dai tuoi modi di affrontare una discussione, di attribuire al tuo interlocutore, a tuo uso e consumo, concetti che non ha espresso. Oltretutto, usando un tono sprezzante, più o meno velato. Se proprio dobbiamo dirla tutta, quando parli di sgradevolezza, dovrei dire: “da che pulpito viene la predica?.

    Ora, non so se tu sia posseduto da questo vizio solo quando intervieni su Punto di Svista e il fatto che ci leggi e ti senti stimolato dai nostri discorsi mi fa sperare che sotto la superficie ci sia dell’altro. Spero che tu continuerai a frequentare Punto di Svista e che vorrai partecipare ai dibattiti con la passione che ti contraddistingue ma anche con un’autentica volontà di concentrarti sulle idee nel pieno rispetto di tutti noi.
    I “fuochi di sbarramento? non ci appartengono ed essere indicati come quelli che li mettono in atto è assolutamente inaccettabile.

    Orith Youdovich

  3. Michele Smargiassi
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    Caro De Bonis, possiamo riprendere la discussione sul merito del suo articolo, che continuo a trovare pieno di stimoli, e che mi interessa di più delle questioni di metodo dialettico?
    Replicando a una mia obiezione (sulla paura del “creatore supremo? nei confronti del “segno indisciplinato? che è la fotografia) lei mi risponde: “Io per primo mi batto affinché il fotografo sia recettore piuttosto che ‘divino creatore’?. E questo mi obbliga ad adeguare il mio ragionamento. Mi sembra di capire che quando lei parla di intuizione si riferisce più all’accezione bergsoniana che crociana del termine, una specie di istinto predisposto ad accogliere concettualmente i doni della realtà come fonte di eventi imprevedibili. Qualcosa del genere, riferito alla fotografia, lo dice Barthes quando in una delle sue sintesi straordinarie sostiene che una foto “mi avviene?.
    Ma se è così, lei che cosa pensa che “avvenga? all’artista che prende, o prende in prestito, una fotografia per farne un uso espressivo? Che cosa “riceve? dalla fotografia il suo “recettore?? Davvero solo un’idea come “forma pura?, solo “un concetto, cioè qualcosa che ha a che fare con il pensiero e non con la sostanza banale delle cose?? Non pensa che il segno fotografico porti inevitabilmente con sé qualcosa di più, quella traccia di reale che la fotocamera assorbe senza e oltre la volontà del fotografo, quel supplemento di prelievo, quella grafia achiropita e involontaria che non può essere “spelata via? come una buccia dalla superficie dell’immagine fotografica?
    Negarne l’esistenza, secondo me, è solo il rifugio di un timore, il timore dell’artista, anche nella sua condizione “recettore?, che quella traccia “sporchi? quell’“atto di fabbricazione? con qualcosa di non controllabile, ancora selvaggiamente appartenente a quello che lei chiama “la sostanza banale delle cose?. Mentre io penso che, se un artista accetta la fotografia come suo mezzo di espressione, lo faccia consapevole e anzi ansioso di accettarne la sfida. Un artista che non la accetti non è neanche, a mio avviso, quel “recettore? che lei stima: è solo un cultore impaurito e un po’ anacronistico dell’arte per l’arte.
    Cordialmente, m.s.

  4. Maurizio G. De Bonis
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    Allora Smargiassi, se riportiamo la discussione sul piano dei contenuti del mio articolo e dell’ascolto dell’altro, sono disponibile a riprendere il dialogo.
    Partiamo dai riferimenti filosofici (che in realtà sono molto più ampi). Certamente mi interessa (nel caso specifico) molto più Bergson rispetto a Croce. Ma a parte ciò provo a spiegarle, sperando di essere più chiaro possibile, la mia posizione personale.
    Esiste, secondo la mia concezione, un grado iniziale di analisi dell’immagine fotografica ed è quello a cui lei fa riferimento: “la traccia sporca del reale?, formula a cui io toglierei l’aggettivo sporca. Una traccia del reale non è né sporca né pulita. É se stessa. Nel suo ultimo commento lei sostiene sotto forma di quesito: “Non pensa che il segno fotografico porti inevitabilmente con sé qualcosa di più??. Certo che il segno fotografico porta con sè qualcosa in più. Voglio essere però più preciso: il segno fotografico non porta qualcosa in più con sé, ma porta qualcosa in più fuori da sé, oltre sé.

    Mi spiego, spero, ancora meglio. A mio avviso questione fondamentale è quella del “punto di vista?: un segno, una traccia, un punto di vista. Ma un (solo) punto di vista è appunto “uno? e un “punto di vista-uno? non è generatore di realtà. La realtà, ammesso che questa parola abbia un senso, è generata dalla molteplicità infinita dei punti di vista e dalle variazioni infinite della verità.
    A questo punto bisogna fare un piccolo sforzo e passare a un’altra dimensione. Se il segno fotografico è un “punto di vista-uno? è chiaro che ne esistono infiniti altri ed è a questo punto che l’autore entra in gioco, come recettore possibile (ma non certo infallibile). Si tratta di un processo di invenzione/utilizzazione delle possibilità/calcolo delle probabilità che si innesta in quel processo di evocazione di altri punti di vista che è generato dal “punto di vista-uno?. Si procede dunque, grazie all’attività di ricezione dell’autore, a un processo di deterritorializzazione/riterritorializzazione.

    L’immagine fotografica è dunque, a mio avviso, un territorio che può trasformarsi in un altro territorio. È un processo, questo, che ha anche fare con le idee generate (che si auto-determinano, si auto-scrivono) grazie all’evocazione degli infiniti punti di vista e delle infinite articolazioni della verità. L’immagine fotografica è come una sostanza che dopo essere passata attraverso il filtro dell’autore/recettore/spugna esce fuori da questo filtro mutata e riposizionata in un nuovo territorio.
    Questo procedimento ha senso sia se è un soggetto a scattare una fotografia, sia se la fotografia è stata scattata da qualcun’altro. Non importa.

    Ricapitolo: punto di vista-uno, evocazione punti di vista-infiniti/variazione infinita della verità/ filtro dell’autore/spugna, riposizionamento in un nuovo territorio.
    Per andare avanti in questo percorso è necessario tradire determinati codici (sporcare, appunto), considerare l’atto di fabbricazione artistica qualcosa che ha a che fare con il divenire incontrollabile del già esistente. L’idea/invenzione dell’autore consiste in sostanza nella scelta della direzione della riterritorializzazione che oltretutto non è mai definitiva ma è sempre, appunto, in divenire.
    Pongo un ulteriore problema. Questo processo a mio avviso potrebbe avere le caratteristiche della bidirezionalità e potrebbe essere al centro di un meccanismo non decifrabile con esattezza. L’autore (con tutto il carico delle sovrastrutture culturali, psicologiche, sociali e politiche che lo riguarda) sceglie sempre oppure, a volte (o spesso), è scelto dalla sua opera? E tale domanda, a cui è diffcile dare una risposta, è esattemente ciò che rende indefinibile e sfuggente la sostanza dell’immagine fotogtafica.

    Mi scuso se mi fermo qui, ma mi pare di aver spiegato a sufficienza la mia posizione che, solo per chiarezza, vuole essere solo la mia e niente altro. Rispetto ovviamente quelle altrui.

    Dimenticavo solo di dire che, a mio modesto avviso, solo se si inserisce in questo tipo di discorso la fotografia può dialogare con altre forme espressive; e proprio quest’ultimo macro-territorio ad interessarmi da sempre e ad essere il cardine della sezione Discorsi sulla fotografia di Punto di Svista.

    Cordali saluti

    Maurizio G. De Bonis

  5. Michele Smargiassi
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    “Sporco? non ha per me un significato negativo, significa solo che la traccia fotografica del reale non può mai arrivarci pura, incontaminata, “naturale?. Quando un autore prende una foto, che sia per un suo scopo espressivo o meno, si ritrova fra le mani sempre un “pacchetto? in cui si mescolano impronta otticamente prelevata, connotazioni depositate dall’“inconscio tecnologico? della macchina e del processo, connotazioni impresse dalle sue scelte consapevoli. Se non le piace “sporco? , diciamo che è questo un cocktail che l’autore si trova già mescolato nel bicchiere, ed è difficile, credo, distinguere il “ricevuto? dal “cercato?. Se la sua definizione di “deterritorializzazione? significa il tentativo dell’autore di disboscare questo intreccio per ricavarne un punto di vista che sia “mutato?, nuovo e suo (dell’autore), continuo a pensare che si tratti di un’operazione di filtratura ed espulsione delle “scorie? di realtà che disturbano perché, appunto, restano pervicacemente legate al “loro? territorio e non a quello dell’autore.
    È un processo legittimo, sia chiaro: ogni artista fa quel che crede, e non credo che né io né lei possiamo dire “solo se fa X e Y la fotografia può dialogare con altre forme espressive?. Ma è un processo che a me non piace, perché mi pare finisca inevitabilmente per trasfigurare, cioè negare, il dono più importante che ci fa la fotografia, che è appunto l’insubordinata, impertinente invadenza dell’elemento incontrollabile: l’impronta. L’impronta è la cenerentola dell’arte, è la via che è rimasta sbarrata, il binario morto, bandita dagli artisti e relegata fra le pratiche artigianali un po’ sospette come le maschere mortuarie, c’è un bellissimo saggio di Didi-Huberman che rivaluta la dignità negata dell’impronta.
    Io ritengo che il modo più coerente (e le concedo, non l’unico) per accogliere la fotografia tra le pratiche artistiche sia accettare la competizione/collaborazione dell’impronta, accettare cioè di non essere unico e solo autore, o recettore, o riterritorializzatore, come preferisce, dell’immagine finale. Ma questo condominio non piace agli artisti. Non piace neppure a tanti fotografi-fotografi, perfino a quelli che con l’impronta dovrebbero guadagnarsi la pagnotta quotidiana, come i fotoreporter, che troppo spesso fuggono anche loro dietro all’illusione della fotografia superbamente autoriale, e fanno solo delle stilizzazioni, tradendo sia l’arte che il reportage.
    (Caro De Bonis, come vede io non ho mai smesso di stare ai contenuti, e mi fa piacere che sia possibile di nuovo farlo assieme). Cordialmente, m.s.

  6. Maurizio G. De Bonis
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    Neanche per me sporco è un termine negativo così come pulito non è positivo. Le mie sono solo constatazioni analitiche.
    Riguardo l’impronta, personalmente non la ritengo un dono ma solo l’effetto che produce un “punto di vista-uno”. E’ un elemento del processo di fabbricazione dell’immagine fotografica. Niente altro. Inoltre, penso che le scorie della realtà non restino “pervicacemente legate al “loro? territorio”, semplicemente perché la realtà non produce scorie. La realtà è la moltiplicazione infinita dei punti di vista e delle variazioni di verità. Dunque, nell’impronta/punto di vista-uno non c’è realtà ma la allusione/evocazione a quel fuori di sé, oltre sé, che potrebbe far intravedere la realtà nella sua struttura, diciamo così, universale.

    Questione che mi interessa è quella che lei ha definito “stilizzazione” perché, a mio avviso, è sempre determinata da un’operazione posticcia. Da non confondersi invece con lo “stile”, fattore di fondamentale importanza. Ma certamente sullo stile (non sulla stilizzazione, ovviamente), i discorsi da fare sarebbero molti.

    (Caro Smargiassi, anche a me piace stare ai contenuti, e l’ho sempre fatto. Continuiamo a farlo insieme).

    Alle prossime. Cordialmente.
    Maurizio G. De Bonis

  7. Pietro D'Agostino
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    Voglio inserirmi in questa interessantissima discussione proponendo un altro punto di vista. Partendo da una ripresa fotografica, non da una foto, ( e per foto mi riferisco alla mia riflessione che ha dato il via ai Discorsi sulla Fotografia) e riproponendo che la parte ottica dell’apparecchio fotografico non è altro che la riproduzione del nostro apparato visivo, con tutte le conseguenze legate in maniera diretta tra apparato ottico e massa cerebrale. Questo uno dei territori in cui si stanno muovendo le ricerche in neurofisiologia. Se così fosse l’osservabile dovrebbe essere una proiezione che la nostra mente riversa e riconosce della realtà, insomma una sorta di copia incolla culturale. A questo punto se il visibile è ciò che la nostra mente proietta, riflette e ricompone della realtà è allora possibile essere sia chi vede sia quello che può essere visto. Mi chiedo, quello che si “deposita” sul materiale sensibile del dispositivo fotografico cosa è?
    Una traccia, un’impronta ineliminabile di ciò che ci circonda o una virtualizzazione ante litteram? C’è comunque da tenere in considerazione un altro elemento importante; la riconoscibilità della realtà condivisa, e cioè la sua descrivibilità attraverso uno o più linguaggi comuni a tutti gli esseri umani. E come è possibile questa riconoscibilità se non attraverso un susseguirsi ininterrotto di attraversamenti, esperienze, di stratificazioni culturali travasate, di generazione in generazione, in tutti noi. Altro elemento fondante; il punto di vista individuale. Come ci è ben illustrato da Deleuze, ciò che noi definiamo realtà non è altro che la somma di tutti i punti di vista possibili ed esistenti. Detto ciò sembrerebbe che il tutto sia dettato e guidato in maniera irreversibile dalla nostra mente. Ma mi viene un dubbio. Il dubbio me lo solleva un elemento che considero cardine e che invece viene poco, anzi per niente, preso in considerazione, la “luce?, elemento senza il quale del nostro dispositivo non ne rimarrebbe altro che una usuale grafia. Cosa ne sappiamo della luce noi che ci occupiamo di fotografia? Come ci rapportiamo con essa? Ci accontentiamo della lunghezza d’onda, se a colori o in bianco e nero, del bilanciamento e dell’esposizione? O se è sporca, pulita, e potrei continuare così per un bel pezzo. O potremmo andare a bere alla sorgente, a dissetarci andando ad indagare che in primis la luce, oltre a fonte di vita, è una trasportatrice di informazioni di tutto ciò che attraversa, compresi noi stessi? E che cosa è “l’informazione? se non fonte di vita? Dare forma, dare vita. “ Tutto ciò che m’attraversa sono? da un verso de Le voci tatuate di Marco Ariano. In effetti i problemi, se così vogliamo definirli, cominciano ad essere più evidenti quando di questo prelievo della realtà si cominciano a determinare dei problemi di riconoscibilità, la cosidetta fotografia “astratta?, che così non è lecito chiamare, e uso questo termine tanto per intenderci. Di solito se ne dice; una fotografia altra, un’altrove, la componente casuale, accidentale e via discorrendo. E di primo acchitto sembrerebbe così. Dal mio punto di vista questi termini sono stati inventati per non rimanere senza parole di fronte a qualcosa di sconosciuto, di non nostro. E che diamine! come sarà mai possibile non determinare, non assoggettare, non “possedere? una manifestazione della realtà? Sarà bene inventare un termine, dei “linguaggi?,da cui nulla potrà sfuggirci, compresa “casualità?. Ed ecco cosa intendo; che le cose si relazionano tra di loro anche senza la nostra presa di possesso, anche senza il nostro “io?, e sono lì a segnalarci altre possibili storie, di cui poi volenti o nolenti già ne siamo parte. Esistono altri punti di vista oltre a quello degli esseri umani? L’informazione trasportata dalla luce può essere considerata tale? Per essere chiaro sono consapevole, come tutti del resto, non sono un Marziano, che la nostra posizione all’interno della realtà così detta è logica e funzionale, non fosse altro perché siamo qui a disquisire in termini e linguaggi che ci sono comuni. Buon tutto, sempre.

  8. Michele Smargiassi
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    Caro Pietro, in realtà le recenti ricerche sulla neurofisiologia della visione tendono a negare recisamente l’analogia tra apparato visivo e funzionamento di una fotocamera: non esiste nessun luogo del cervello in cui l’immagine venga più o meno virtualmente “proiettata?, “stampata? e poi “riconosciuta?, neppure l’immagine che si forma sulla retina viene realmente “vista? così com’è, ma scomposta, elaborata e ricomposta da varie aree del cervello dopo un trattamento che coinvolge la memoria, l’esperienza e una serie di “software? di compensazione (quelli ad esempio che ci fanno riconoscere la costanza di un colore sotto le diverse illuminazioni, o la costanza della forma di un oggetto in movimento). C’è uno studio di Semir Zeki, “La visione dall’interno?, che fa giustizia di molte idee comuni su questo.
    Ma al di la di questo, e del discorso sulla luce di cui abbiamo già piacevolmente discusso, sono molto d’accordo con la sua precisazione: “la realtà? non è “il reale?, è l’interpretazione più o meno condivisa, sociale, del mondo fisico. In questo instabile rapporto la fotografia è esplosa come un’arma nucleare a metà dell’Ottocento, illudendoci di avere trovato il giudice super partes. Non era così, e la delusione ora ci ha condotto all’eccesso opposto, a relativizzare integralmente il “dono della camera oscura?. Purtroppo o per fortuna la fotografia è un segno scivoloso, intrattabile e ribelle, un indizio di realtà tutto da indagare, e va preso così com’è, bisogna farci i conti. Il caso della fotografia “astratta?, che lei giustamente trova illecito chiamare così, e che avevo richiamato anch’io parlando di Minor White, è centrato: è lì che quell’ambiguità viene messa alla prova, per il tanto peggio o per il tanto meglio. Il meglio, secondo me, si ha quando l’autore mantiene anzi esaspera la tensione fra riconoscibilità e forma, quando ci rende difficile ma non ci toglie, anzi, il tormento della domanda “se questa è una fotografia, allora cosa sto vedendo??
    Il miglior uso possibile della fotografia nelle pratiche artistiche deriva a mio parere dall’accettazione e dal rilancio di questa tensione irrisolta. Il peggiore viene dalla sua negazione, o soppressione. Purtroppo si vede in giro (in qualche caso, mi rincresce dirlo, anche su questo sito) troppa fotografia d’artista senza alcuna tensione, senza spessore, che altro non è che un modo molto facile (molto più facile che produrle con le mani) per produrre immagini gradevoli e piazzabili, per riempire una galleria o un catalogo e ottenere qualche recensione pneumatica. Un saluto, m.s.

  9. Pietro D'Agostino
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    Gentile Smargiassi,
    di fatto non ho comparato l’apparato visivo con il funzionamento di una fotocamera, ho soltanto asserito che l’apparato ottico non è altro che la riproposizione del nostro sistema visivo. In effetti se la nostra massa cerebrale funzionasse come la parte chimico/fisica del dispositivo fotografico non penso saremmo qui a discutere delle sue possibili conseguenze, non ci accorgeremmo delle differenze. Dal mio punto di vista l’analisi a cui “ci? stiamo sottoponendo, e ho virgolettato -ci- proprio per sottolineare, a mio avviso, che stiamo parlando della nostra relazione con ciò che ci circonda, non è rivolta alla relativizzazione del “dono della camera oscura? ma, al contrario, al tentativo di esperirne ulteriori possibilità. Ribadisco a mio avviso la fondamentale importanza del nostro conoscere e sapere sulla luce, dell’attraversamento di esperienza a cui essa può condurci come portatrice di informazioni, chiaramente se tutto ciò viene avvertito come necessità . Al riguardo di autori, come lei afferma, senza tensione o spessore, lasciandone da parte per il momento l’artisticità o meno, penso che convenga domandarsi se in certi casi l’effetto straniante dell’astrazione, e qui la cito con questa espressione giustamente caratterizzata “se questa è una fotografia, allora cosa stò vedendo?? non la si ritrovi anche in immagini di autori che si sono posti di fronte al problema del loro rapporto con la realtà in maniera autorevolmente diversa, e cioè da un altro punto di vista e con esperienze e percorsi la cui direzionalità va ricercata proprio in, e qui la cito di nuovo completando tutto il suo periodo “ Il meglio, secondo me, si ha quando l’autore mantiene anzi esaspera la tensione fra riconoscibilità e forma, quando ci rende difficile ma non ci toglie, anzi, il tormento della domanda “se questa è una fotografia, allora cosa sto vedendo?? Qui aggiungo per completezza una mia nota su riconoscibilità; come per un qualcosa che non riusciamo a comprendere, ed in questo caso il così detto astratto, anche l’evidente riconoscibilità, magari un’immagine senza tensione, senza spessore, come lei afferma, ci pone di fronte ad un qualcosa di cui non ne capiamo la sostanza e pertanto ci rifiutiamo di accettarla come fattore di una produzione “faticata?. A mio avviso è una gran fatica e un duro lavoro togliere, “sottrarre? l’accumulo di senso culturalmente stratificato per tentare di avvertire la nascita, un vagito, di una possibile eco o evocazione di senso da esperire. E’ un duro lavoro perché non si sta agendo solo contro un’esteriorità che ci soverchia ma anche contro un’interiorità che ci condiziona. Molti, come lei, le possono definire delle immagini banali, da un certo punto di vista niente da obiettare, comunque penso che una differenza sostanziale sia da ricercare nella sottilissima linea di demarcazione, magari non sempre completamente avvertita, a volte solo intuita, tra la consapevolezza o meno di quello che si stà facendo e la presa di responsabilità o meno delle proprie scelte. Una questione di “etica?. E sono fermamente convinto che su questa questione non si può prescindere, a monte delle attività o delle competenze di ognuno di noi.
    Un saluto a lei.

  10. Maurizio G. De Bonis
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    Pietro, mi sembra che in questa tua frase (che riporto tra virgolette) ci sia qualcosa di molto interessante: “la fondamentale importanza del nostro conoscere e sapere sulla luce, dell’attraversamento di esperienza a cui essa può condurci come portatrice di informazioni, chiaramente se tutto ciò viene avvertito come necessità”.
    Quante cose non sappiamo e non conosciamo della luce? Quante informazioni ci perdiamo per strada? Quali esperienze questo processo di conoscenza può portare? Sono domande che, appunto, hanno senso solo se sono avvertite come necessarie; e se si vive nella curiosità di cercare, scoprire, trovare. E’ una questione di apertura e disponibilità alla conoscenza che è una caratteristica di tutta l’attività di Punto di Svista. A noi interessa, e continuerà a interessare, la fotografia, tutta. Senza pregiudizi. Ci interesseremo sempre a ogni nuova idea, non badando ai confini e ai codici dominanti.

  11. Flavio Romualdo Garofano
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    Che cos’è la fotografia? questa domanda è fondamentale perchè serve a prendere coscienza del fatto che se la domanda è unica, le risposte sono molteplici. C’è chi arriva ad una soggettiva definizione attraverso la propria esperienza, c’è chi ci arriva per esclusione. Ma si arriva sempre a definire il proprio pensiero e il proprio approccio. La domanda Che cos’è la fotografia è il contenitore diciamo delle poetiche degli artisti. E se nascono nuove poetiche la domanda sopravvive al tempo e con essa la pratica. E’ importante però che una poetica non tenti di minimizzare le altre perchè tutte vere. Sono tutte risposte esatte.
    Ma non sono solo i “fotografi” ad essere portatori di risposta, lo sono anche i fruitori. E’ fondamentale la relazione tra opera e spettatore. Uno spettatore non è solo uno che guarda e passa, è un portatore di desiderio di conoscenza. Porta delle altre risposte attraverso le proprie idee. Porta altre definizioni. Porta altri metodi.

    Ed ogni risposta è vera perchè ha il suo limite che è dovuto alla soggettività e nessuna risposta è più o meno vera.

    Quando faccio una foto dal reale (mamma mia come odio scrivere questa cosa) ho una volontà di fare quella cosa (per un qualsiasi motivo e non solo per riconoscibilità, perchè non anche curiosità? che è l’esatto opposto, ma comunque giusto).
    Quando poi guardo il lavoro finito, sistematicamente mi rendo conto di aver fatto altro, ho creato una cosa che di reale ha solo la traccia…ho portato quella cosa dal piano soggettivo ad un piano universale, perchè le sensazioni, le “emozioni” sono diverse rispetto al momento scatto (processo produttivo). Ho tradotto la mia idea in un codice più universale. Ed è per questo che non ho difficoltà a dire che la fotografia è arte.
    Ho un po’ di difficoltà a dire reale…perchè il mio cervello e le mie mani lo modificano costantemente e ciò che per me è un bicchiere d’acqua è dell’acqua in un bicchiere per un altro.

    Ora il mio metodo si è aperto a nuove prospettive, perchè la mia risposta è ancora aperta o meglio ho capito che possono esserci tante risposte vere. Ora lavoro sul reale per portarlo ad un piano ancora più falso ma riconoscibile, se prima era una traccia ora è la traccia a subirne delle conseguenze. La realtà è in funzione del tempo e tutte le nostre realtà sono modificate dal tempo come le rocce dei fiumi e non sono più vere, non sono più come le abbiamo conosciute.

    Ho voluto solo dare il mio punto di vista parlando del mio approccio.
    a presto.
    romulo.

  12. Michele Smargiassi
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    Caro Romulo, lei scrive (mi scusi se le ripeto una parola che le dispiace tanto) “Quando faccio una foto dal reale…”. Di cosa altro potrebbe fare una foto? Non ho mai visto fotografie del non-reale. Ho visto a volte foto che alludono all’irreale, partendo da un previevo dal reale.
    Del resto anche lei sa che quando ha prodotto un’immagine di derivazione fotografica che la soddisfa ha “creato una cosa che di reale ha solo la traccia”, ma quel “solo” è tanto: è quel che la fotografia regala davvero all’autore, e che l’autore può, se vuole, provare a stravolgere e cercare di annullare, ma non ci riuscirà mai fino in fondo, salvo negare la fotografia per intero e sostituirla con altro. Il suo “universale” poggerà sempre su una traccia di “reale”, se lei usa una fotografia. Il suo lavoro “contro” la traccia del reale avrà sempre tra i piedi la traccia dell’acqua e del bicchiere, se lei lavora con la fotografia.
    La fotografia può essere usata per fare arte, ma gli autori dovrebbero liberarsi da quel complesso di espropriazione da parte di questo segno ribelle che è la fotografia, per cui “se non trascendo la fotografia, se non la modifico, se non la nego, se non la falsifico, se non la universalizzo, non sono un artista”.

  13. Flavio Romualdo Garofano
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    a me la parola dà fastidio semplicemente perchè non c’è un modo solo di vedere il dato di fatto. Ciò che si fotografa è l’attimo che di fronte al tempo non credo possa essere più reale…è una questione di significati ma concettualmente siamo lì…è la forma che detesto (ogni persona ha una visione diversa dell’esistenza, poi se io fotografo un riflesso, tecnicamente quello non è reale è solo un riflesso di realtà, una copia modificata). Il mio punto di vista è diverso: io voglio dimostrare che una foto che si pone su un piano non del tutto realistico può essere pura (è il mio lavoro su SATURA).
    Mi perdoni ma questo periodo “ma gli autori dovrebbero liberarsi da quel complesso di espropriazione da parte di questo segno ribelle che è la fotografia, per cui “se non trascendo la fotografia, se non la modifico, se non la nego, se non la falsifico, se non la universalizzo, non sono un artista?.” è esattamente il contrario di quello che penso…tutte le risposte sono esatte ma nessuna è quella vera veramente. Ogni approccio è giusto altrimenti non si potrebbe porre la domanda “che cos’è la fotografia?”.

  14. Michele Smargiassi
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    “se io fotografo un riflesso, tecnicamente quello non è reale è solo un riflesso di realtà, una copia modificata”
    Certo solo uno sciocco può sostenere che la fotografia “è reale”, io sono goloso ma non mangerò mai la fotografia di un gelato… Una fotografia è la raccolta di un’impronta luminosa proveniente da un oggetto del mondo fisico. Niente di più , ma neanche niente di meno.

  15. Flavio Romualdo Garofano
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    mi spiego meglio : se ad esempio uso una doppia esposizione non fotografo la realtà, ma creo un falso. In quel momento. E lo propongo come se ci fosse realmente stato quel momento. Ridurre la fotografia al solo fatto della luce è come diffondere la religione cattolica sottraendole il libero arbitrio. Come si dice tra noi giovani…bisogna essere un po’ più easy su queste cose. Io mi appassiono e va bene. Ma non credo che ad un ventenne un discorso del genere oggi possa interessare. Vuole solo conoscere e sperimentare senza troppi chiacchiericci, magari da pipa in bocca (perdonatemi l’ironia) e anche molto in fretta (purtroppo).

    Comunque che ogni traccia deriva dal reale questo è normale. Tutta la nostra conoscenza, tutta la nostra fantasia, tutte le nostre speranze partono da dati reali. Questo è ovvio. Non credo che necessiti di un dibattito, basta aprire qualche libro di filosofia, ma basterebbe un po’ di buon senso e smetterla di pensare agli alieni e ai cerchi nel grano. Ed è applicabile anche ad ogni arte. Anche la mitologia partiva da dati reali eppure era la cosa più trascendentale del mondo!

  16. Pietro D'Agostino
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    Salve Romulo,
    chiunque si pone dei quesiti, a prescindere dall’ambito in cui si trova ad interrogarsi o ad interrogare, e non si ritiene soddisfatto della prima risposta che gli capita sottomano è un curioso. E un curioso non è necessariamente uno afflitto da problemi, come tanti cercano, inutilmente, di dimostrare. Sono d’accordo con lei nel ritenere il fruitore parte integrante di un processo di conoscenza e che tramite la pratica del confronto si raggiungono e aggiungono altre conoscenze, definizioni, metodi. La ringrazio per avere dato il suo contributo, il suo punto di vista a questa discussione che si nutre del dialogo e delle differenze.
    Le auguro un buon tutto, sempre,

    Pietro D’Agostino

  17. Michele Smargiassi
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    Caro Romulo, nell’America di fine Ottocento William Mumler faceva doppie esposizioni e le “proponeva come se ci fosse stato realmente quel momento”. Erano fotografie spiritiche, erano false, e lui finì sotto processo. Quel “momento” della sua frase può riferirsi solo a un momento del suo pensiero, non a un “realmente”. Chi guarda la sua immagine non “vedrà” il “momento” in cui ha realizzato il montaggio delle due imamgini, vedrà un presunto “momento” in cui quell’immagine che si presenta come una fotografia potrebbe essere stata “reale”. Chi cadeva negli inganni fotografici di Mumler “vedeva” fantasmi dietro le spalle di persone viventi.
    Lei ovviamente piò contare proprio su questo effetto e questo inganno: cosa che in una galleria d’arte è legittima, in altri ambiti sarebbe una menzogna, ma in entrambi i casi, come lei riconosce, è un falso che approfitta di immagini “credibili”.
    Mumler confezionava truffe ai danni di creduloni e lei oggetti d’arte, e l’arte ha il diritto alla menzogna. Era solo per dirle che quando si ha a che fare con le fotografie il rapporto con il “realmente” è molto molto ambiguo, ed è da maneggiare con cura anche per un artista.

  18. Flavio Romualdo Garofano
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    “Era solo per dirle che quando si ha a che fare con le fotografie il rapporto con il “realmente? è molto molto ambiguo, ed è da maneggiare con cura anche per un artista.” Diciamo la stessa cosa. E’ il nocciolo del perchè a me non piace usare la parola “reale”.

    Ma la mia domanda (per capire il suo punto di vista) è: qualsiasi approccio alla fotografia, sia esso puro, sia esso di “manipolazione”, sia esso simbolista o surrealista, è fotografia? La mia risposta è senza dubbio sì! certo trovo difficoltà a mettere sullo stesso piano la grafica digitale, proprio per una diversità tecnica.
    E c’è un altro dubbio: io posso continuare il discorso di “purezza” (fotografare il “quotidiano” è la cosa che mi piace di più perchè mi lascia più estro in fase di creazione, paradossalmente), ma in Italia io personalmente sono deluso dalla “massa” che si applica in questa tecnica. Vedo poche capacità (posso anche sbagliarmi, ma lo faccio secondo una mia coscienza critica) narratrici. Ma vedo anche pochi maestri. Vedo poco chiaro il discorso editoriale. Vedo riduttivo il discorso portfolio. A me risulta che ogni evento può essere racchiuso in una sola immagine. Questo discorso dell’unicità purtroppo è comune alla fotografia e alla “fotografia artistica” (per me la fotografia, ribadisco è una sola e ha sempre valore artistico).

    Chiedo scusa se alimento il discorso con altri dubbi, uscendo fuori traccia, ma sono miei dubbi che si concretizzano sempre di più.

  19. Maurizio G. De Bonis
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    Come dice Pietro D’Agostino confronto e curiosità. Basterebbero queste due parole per ritornare al tema del mio articolo. Constato, purtroppo, che non si riesce a uscire dal “delirio paranoico”. Si salta da una cosa all’altra ma sempre ruotando intorno a una matrice chiara che corrisponde a un concetto troppo rigido di fotografia (per alcuni l’unico, per me no).
    Forse bisognerebbe allontanarsi dal centro di gravità permanente, dalla matrice, e vedere tutto ciò che è anche intorno alla fotografia. Si scoprirebbero territori molto interessanti…
    Per esempio gli elementi che possono unire discipline diverse (come si evince dall’articolo di Elio Martusciello). Perché non provare a parlare di questo?

  20. Michele Smargiassi
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    Caro Flavio, la fotografia rimane fotografia anche se sottoposta ad un intervento manipolativo (tutte le fotografie sono inn questa condizione, anche le presunte fotografie “dirette”). Lo rimane fino a quando conserva una sia pur minima traccia dell’impronta luminosa del mondo fisico che l’ha prodotta (e questo vale anche nel sistema di captazione digitale). Quando anche quell’ultimo residuo viene cancellato, non è più una fotografia, è una pittografia.

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