Il destino del mondo tra luce e suono

Scusate l’intromissione in un campo (intendo dire quello della fotografia – sarà poi un campo bourdieano?) che pure ho incontrato, praticato ed attraversato durante la mia vita, che però non ho mai affrontato così profondamente come viene magistralmente fatto in questo contesto. Se lo faccio è solo perché l’interessantissimo “discorso” di Maurizio G. De Bonis (un estremo interesse che riscontro in tutti i “discorsi sulla fotografia” fin qui pubblicati) si chiudeva proponendo domande straordinariamente stimolanti; una di esse, in particolare, insinuava la possibilità dell’esistenza tra la fotografia e la musica di un rapporto più stretto di quello che normalmente si crede.

Devo dire che l’ambito musicale lo pratico quotidianamente da tanto tempo, ed ovviamente l’invito ad una riflessione che lo comprendesse era troppo attraente per rinunciarvi. Inizierei, quindi, premettendo (anche se sappiamo che ogni “dire” possiede infinite premesse che non possono mai essere tutte “dette”, e che dunque ogni “dire” è prima di tutto un “non-dire”) proprio da una delle considerazioni di De Bonis, e cioè che la musica così come la fotografia è plurale, molteplice e che probabilmente qualsiasi discorso che ne ricerchi una qualche forma di “essenza” è inevitabilmente destinato a fallire (perché in definitiva, come vedremo in seguito, una “essenza” della fotografia o della musica non esiste e non potrebbe esistere – essa è solo un’illusione offerta dallo “schema chiuso” della parola, che si palesa nella presunta onniformatività del linguaggio).
Circa la pluralità infatti, ora ed in seguito, quando mi riferirò alla musica intenderò unicamente il genere acusmatico, che è appunto l’ambito musicale nel quale opero da più tempo (anche se questo particolare genere musicale non andrà precisamente nella direzione che aveva in mente De Bonis; penso in particolare ai termini ritmo e fuga presenti nella sua domanda – anche se spero, in seguito, di soddisfare il senso metaforico che in quel particolare caso la parola “fuga” contemplava).

La musica acusmatica  prende il nome dal termine greco akousma che significa ascoltare senza vedere. Si tratta di una forma d’arte sonora dove non c’è nulla da vedere, non ci sono musicisti che eseguono partiture o che suonano strumenti; essa è totalmente concepita in uno studio di produzione sonora e diffusa tecnologicamente in ambienti totalmente oscurati. Si tratta in realtà di una distanza infinita che separa la fotografia dalla musica; la prima è un’arte esclusivamente visiva e la seconda unicamente uditiva, ma proprio questa distanza, in quanto infinita, le avvicina e le accomuna. Naturalmente tutto ciò apparirebbe contraddittorio se osservato attraverso la lente deformante (o come probabilmente scriverebbe De Bonis, anestetizzante, detergente, sterilizzante) del logos, spazializzato e geometrico, che ci narra di due punti, infinitamente lontani, come di due punti di massima distanza, ma che una “geometria eccentrica” (nel senso di fuori centro), di deleuziana memoria, ci restituirebbe come due punti di massima prossimità.

La fotografia silenzia il suono e la musica obnubila la luce, ma proprio per questo la fotografia si rivela un’arte estremamente assordante e la musica un’arte assolutamente accecante – sì! – è proprio questo che accade se ci si avvicina ad esse in maniera totalmente aperta ed accogliente, premurosi e fragili, senza ottundimenti o impalcature mentali, sedimentazioni o incrostazioni che limitino e devino il nostro “sentire”. Attraverso la luce accecante si intravede tutta la forza e lo spettro del visibile, e attraverso il suono assordante si percepisce tutto il potere e le tonalità dell’udibile. L’immagine rinvia massimamente al suono che non c’è, e il suono (che da sempre rinvia a ciò che lo produce) rimanda all’immagine che non c’è. In parte questo accade anche leggendo questo testo; esso rinvia ad una voce acusmatica che lo ha prodotto -  potrebbe essere la mia, se chi legge conosce il timbro della mia voce, o quella dello stesso lettore. Anche l’architettura, come la pittura, la scultura silenziano il suono, ma sono oggetti troppo artefatti per rinviare veramente ad esso. Viceversa, un testo rinvia alla voce in modo assolutamente consistente, ma la differenza con la fotografia e la musica è data dalla sua distanza dal mondo; è vero, esso sembra prodursi in un orizzonte di verità (perché “dire”, se non si dice il vero) ma, come ci ha fatto notare Giorgio Agamben, il sacramento del giuramento sottintende la possibilità della “falsa parola”. Dunque, il linguaggio non sembra consustanziale alla verità così come avviene per la luce o il suono – una foglia è in relazione con la luce in un modo non del tutto diverso da una fotografia di Pietro D’Agostino, e un bosco è in relazione con il suono in un modo non del tutto diverso da una composizione acusmatica di Lionel Marchetti.

Dicevamo, dunque, di questa assenza radicale che fotografia e musica ci rivelano massimamente. L’assenza è il vuoto, la mancanza che più di ogni altra cosa scuote in profondità il nostro essere. Se il nostro essere si percepisce come una parzialità, come un “punto di svista”, come un frammento disperso del mondo, non può che addolorarsi per questo. Ma fortunatamente la fotografia e la musica ci donano il potere dell’inversione, il soffio creativo della contraddizione. Ecco il punto di “fuga” (fuga dal “delirio paranoico”), ed ecco la bidirezionalità della quale scriveva De Bonis; ciò che crediamo di imprimere in un senso o in un verso nel nostro fare e pensare, ci viene, a sua volta, impresso e restituito: diamo e in realtà riceviamo; nascondiamo e in realtà sveliamo; sottraiamo e in realtà aggiungiamo; possediamo e in realtà perdiamo; prediamo e in realtà ci si scopre prede. La fotografia e la musica, grazie alle limitazioni che si auto-impongono (non è una loro qualità, è una strategia di fuga, una possibile breccia aperta verso il “delirio passionale?), mostrano in modo quanto mai chiaro la soglia sfumata entro e oltre la quale i due opposti si toccano, dove il solo parlare di sinestesie appare inappropriato, dove ogni direzione intrapresa si trasforma nella direzione opposta.

Insomma, la mia impressione è che nessun altro tipo di approccio alle cose del “mondo”, come la fotografia e la musica, ci racconti in un modo così efficace di questo limite estremo, dove ciò che appariva residuale si mostra in realtà come l’oggetto principale del nostro orizzonte o del nostro desiderio. Tutto ciò appare chiaramente (o dovrei dire si ritrae oscuramente, enigmaticamente) quando mi capita di contemplare le opere fotografiche di Pietro D’Agostino, dove tutta la materia del mondo sembra depositarsi all’interno (e ancor più all’esterno) di quei “frame” che limitano e perciò espandono la prospettiva del nostro sguardo/udito – che mostrano chiaramente il trascorrere del tempo, che sembrerebbe essere cosa musicale e non di certo fotografica (che il senso comune vuole fermato, ghiacciato, cristallizzato).

Per concludere, se esiste un destino del mondo esso sembra essere eminentemente quello di mostrare o di dimostrare come da qualsiasi prospettiva lo si guardi,  sempre che lo si faccia in maniera autentica e dunque originaria, esso si presenti sempre e comunque in tutta la sua interezza (che tutte le cose comprende, contempla); il ché significa, di fatto per noi, scorgerlo sempre in maniera incompleta, parziale, prospettica (perché il tutto non possiamo contenerlo). Un solo prodigio ci è però concesso, e cioè quello di intuirne e sentirne intimamente la deflagrante totalità. A dire il vero… esiste anche un altro finale che Jorge Luis Borges aveva fantasticamente previsto in una delle sue varianti nascoste e cioè, che date queste premesse, si potrebbe facilmente dedurre o sospettare che questo mondo è piuttosto un falso.

© Punto di Svista 06/2011

 

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© Elio Martusciello. Still dal lavoro sonoro/visivo To Extend The Visibility

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Elio Martusciello (Napoli, 1959), musicista e compositore di musica sperimentale, insegna musica elettronica al conservatorio di Cagliari. Ha studiato fotografia con M. Jodice e arti visive con C. Alfano, A. De Stefano e R. Panaro. La sua estetica musicale deriva dall’arte acusmatica. Martusciello compone per strumenti e live electronics e opera nell'ambito dei multimedia, delle arti visive e dell’improvvisazione elettroacustica. E’ membro di "IATO" (collettivi di musicisti), "IXEM" (musica elettronica italiana) e "Bowindo" (etichetta italiana).

18 Commenti

  1. Maurizio G. De Bonis
    /

    Caro Elio, il tuo contributo si posiziona perfettamente all’interno del percorso che Punto di Svista, grazie alla solerte cura di Pietro D’Agostino, sta effettuando con la sezione Discorsi sulla Fotografia.

    Mi sembra di grande interesse nel tuo articolo, il riferimento che fai all’akousma. E’ un tema di cui mi sono occupato molto all’interno del linguaggio cinematografico e il fatto che tu ti occupi di musica acusmatica mi sembra ancor più significativo. Evidentemente l’akousma può essere un ulteriore elemento di vicinanza tra musica e fotografia. Personalmente ho sempre avvertito un’essenza acusmatica nella fotografia.
    L’immagine ci fa vedere qualcosa, ma dietro questo qualcosa c’è sempre dell’altro che non vediamo.
    Ed ancora. Quando guardiamo un’immagine fotografica in verità vediamo lo sguardo dell’autore (cioè il suo punto di vista), senza vedere l’autore stesso (tranne nei casi in cui l’autore decide di entrare nell’inquadratura, ma in questo caso si presenterebbe il problema dello sguardo).
    E’ esattamente quello che accadeva agli allievi di Pitagora: sentivano la sua voce ma non lo vedevano. Così, noi quando guardiamo una fotografia, vediamo un punto di vista-uno ma non possiamo sapere esattamente per quale motivo quello sguardo soggettivo (carico di elementi particolari) abbia prodotto proprio quel punto di vista-uno e non un altro.
    Ed ancora, un punto di vista-uno ci fa vedere qualcosa di preciso. E se l’autore alludesse ad altro, a qualcosa che non vediamo?

  2. Cosa inserire nella cornice fotografica, quali segni prelevare dal reale, ma soprattutto cosa voglio dire e cosa diranno quei segni oltre me, oltre loro stessi?
    Questi articoli stanno sempre più chiarendo nella mia mente dei punti di domanda. Ogni volta arrivo in fondo alla lettura credendo di aver preso nella rete delle verità sfuggenti…. ma poco dopo mi ritrovo di nuovo con solo domande.

    Sicuramente questi interventi hanno lo scopo di ripulire un campo incolto e di porre una nuova semina, senza avere la pretesa di sapere cosa avremo in dono nella stagione della raccolta. Una situazione destabilizzante, che però potrebbe di nuovo rigenerare un rapporto a volte stanco e imbrigliato tra noi e la fotografia.

    Il limite dell’inquadratura, mi ha sempre portato a pensare a tutto cìo che non vedevo: l’autore dell’immagine fotografica, il contesto di quel punto di vista, una visione totalmente opposta, come era il mondo un attimo prima e dopo.
    Inutile dire che la fotografia non mi ha mai rilassato, a volte compiaciuto esteticamente, ma il sapore amaro di tutto ciò che non si è detto e che non si è saputo vedere rimane persistente nella mia mente.

    Sentimenti amari, sicuramente dettati dalla pretesa di tenere sotto controllo tutti gli elementi, non capendo che più si formalizza una ricerca e più ci allontaniamo da tutti quei “punti di vista” che ci circondano e che potrebbero renderci sempre diversi.

    In fondo a questa mia riflessione rimane un tremendo punto di domanda…. ma se il mio fare fotografia, la mia visione è dettata anche dall’errore, dalla mia cecità, come sarebbe la mia vera fotografia se avessi saputo leggere, vedere interpretare correttamente i segni e le mie emozioni?

    Penso spesso che tutto ciò che sono ora è dettato da tutto ciò che non ho capito e da tutto ciò che ho avuto la pretesa di capire.

  3. Maurizio G. De Bonis
    /

    Samuele,
    conosco benissimo il tuo percorso e come ti sei sempre posto il problema del punto di vista e dello sguardo soggettivo, e anche dei limiti dell’inquadratura. La tua riflessione è un punto di domanda? Ben vengano i punti di domanda, che a mio avviso non sono mai tremendi.
    Non so se esista una vera fotografia e non so se la vera fotografia consista nel “saper leggere i segni e le emozioni”.
    Mi piace invece concentrarmi su altre due parole che tu hai scritto: errore e cecità.

  4. Michele Smargiassi
    /

    Samuele: “ma se il mio fare fotografia, la mia visione è dettata anche dall’errore, dalla mia cecità, come sarebbe la mia vera fotografia se avessi saputo leggere, vedere interpretare correttamente i segni e le mie emozioni?”
    Chissà, magari peggiore. Perché lo spazio di non-compreso, di non-controllato che lei ha lasciato nelle sue opere non è rimasto vuoto, è stato riempito dal sapere della fotografia come strumento capace di creatività sua autonoma di strutturazione dell’immagine. Deve solo riconoscerla e decidere se questa “compresenza autoriale” le dà fastidio o invece la incuriosisce e la stimola.

  5. Lo spazio del non-controllato lo lascio al sapere della fotografia, questa zona che mi viene colmata dal mezzo espressivo stesso, la vivo anche nell’utilizzo del mezzo espressivo della pittura. Altra cosa per me è lo spazio non-compreso. Questa zona oscura colma di energia, non si lascia chiarificare e questo sentimento contraddittorio che vivo si protrae in continuazione. Se da una parte la visione di una stampa fotografica presuppone la chiusura di un processo è vero anche che ne apre subito un altro che porta con se nuove domande e non fa luce in nessuna zona.
    Allora provo a pensare che questa “luce” tanto cercata, quando incontra un elemento, un individuo, un pensiero, non può altro che generare un ombra, dove si vanno a collocare situazioni latenti pronte ad essere messe in movimento, fuori e dentro ad un contenitore che può essere anche la fotografia.

  6. “L’immagine rinvia massimamente al suono che non c’è, e il suono (che da sempre rinvia a ciò che lo produce) rimanda all’immagine che non c’è. In parte questo accade anche leggendo questo testo; esso rinvia ad una voce acusmatica che lo ha prodotto -  potrebbe essere la mia, se chi legge conosce il timbro della mia voce, o quella dello stesso lettore.”
    Queste parole di Elio Martusciello, mi hanno riportato alla mente l’esperienza di aver letto un libro per alcuni giorni con il timbro di Maurizio De Bonis (che ne era l’autore). Questa esperienza non l’avevo mai vissuta e in pochi giorni andò sfumando e la lettura continuò in un modo differente, era come se l’autore si fosse dissolto ed io ero meno attento alle parole scritte.
    Non so se questa esperienza, in una forma similare, la si possa vivere nel guardare una fotografia di un autore che conosco. Sicuramente ho presente il suono della sua voce, potrei immaginarmi il suono o il silenzio dell’ambiente in cui è stata raccolta l’immagine….. ma l’esperienza di legare il testo scritto al timbro dell’autore è stata unica.
    Ogni volta che mi sforzo di fare questa operazione, vedo solo i volti degli autori ma non come hanno visto e vissuto la loro immagine.
    In sostanza mi domando se si può avere in prestito qualcosa di un autore per leggere più vicino a lui le proprie immagini?

  7. Maurizio G. De Bonis
    /

    E’ stimolante la riflessione di Samuele, sulla voce, sul timbro e sulla lettura/visione legata al tono/timbro della voce del suo autore.
    La voce è un universo di assoluta complessità, poiché non ha bisogno del significato per comunicare qualcosa. L’ha dimostrato il bel canto, e il canto lirico in generale; l’hanno dimostrato alcuni cantanti jazz, forse Demetrio Stratos e in teatro Carmelo Bene che parlava di phoné. Facendo le debite differenze anche un’immagine fotografica, forse, potrebbe essere posseduta dal corrispettivo della phoné.
    Così come la voce è generata dalla laringe e dalle corde vocali, organi reali, anche l’immagine fotografica, ammettendo che possa partire da dati reali, genera quelle che possiamo definire risonanze. Anzi potrei dire che la fotografia è una cavità di risonanza che viene sostenuta da un “punto di vista-uno”.

  8. Flavio Romualdo Garofano
    /

    La ricerca della pluralità è un concetto per me importante. Io vengo dal teatro e ho sempre pensato che fosse il non luogo adatto per intraprendere questo discorso. Musicalmente non sono molto preparato, ma considero questo intervento molto interessante.
    Per quel che concerne le mie conoscenze posso portare a voi una mia esperienza. Lo scorso anno, mentre facevo il “fotografo” durante il “Vie” (Scena Contemporanea Festival) di Modena, ho avuto il piacere di assistere ad una performance di Daniel Linehan, ballerino statunitense. Il titolo della performance è “Montage for Three” e si basa sul tentativo di unire la fotografia che fisicamente è priva di spazio e di tempo alla danza che al contrario si sviluppa nello spazio e nel tempo. L’insieme dei corpi statici delle fotografie è il pretesto per la coreografia e i corpi dei due ballerini in scena, di rimando, donano movimento alla fotografia.

    qui potete trovare la scheda dello spettacolo (è il sito del festival edizione 2010): http://www.viefestivalmodena.com/italiano/spettacolo.asp?T02_CidSpett=194

    Leggendo l’intervento mi è venuto naturale pensare a questa mia esperienza.

  9. Michele Smargiassi
    /

    “[...] la fotografia che fisicamente è priva di spazio e di tempo [...]”

    Qualsiasi fotografia è un oggetto materiale che occupa uno spazio fisico ed è stata prodotta e viene osservata in un momento specifico del tempo. Se fosse “fisicamente priva di spazio e di tempo” non sapremmo neppure com’è fatta. Perfino una fotografia digitale per essere vista deve occupare per un certo tempo lo spazio fisico di un monitor. Continuo a trovare piuttosto insensate e vuote certe definizioni da catalogo di galleria. Caro Flavio, finché il linguaggio del sistema dell’arte sarà questo che riferisci, servirà solo a riempire inutilmente lo spazio di un foglio di carta e il tempo sprecato per leggerlo.

  10. Flavio Romualdo Garofano
    /

    Gradirei un discorso un po’ più equilibrato signor Smargiassi.
    Io non credo che la fotografia si sviluppi nello spazio (è il supporto al massimo) e nel tempo, proprio per definizione, ma ne riporta al massimo con se l’idea. Credo che non abbia avuto neanche l’accortezza di leggere la scheda tecnica della performance, dove si parla di fotografie proiettate.
    Gradirei, visto che lei non mi conosce, che utilizzi un tono più rispettoso (come faccio io) pur non condividendo le idee.
    Sono definizioni di un ragazzo che è fuori da qualsiasi discorso sia galleristico che giornalistico (grazie alla malsana idea di fotografia degli editori e galleristi italiani) e che ha la fortuna di proseguire tale discorso con la propria testa e le proprie mani.
    Se poi qualcuno vuole condividere con me il percorso, fosse anche una galleria, ben venga.
    Non sono io che utilizzo questa definizione, ma uno dei più grandi artisti di teatro danza nel mondo.
    Se mi permette di contraddirle lo “Spazio fisico di un monitor”: credo che tutti conosciamo il significato di “virtualità”.

  11. Preferisco pensare che la fotografia non ha uno spazio e un tempo ben delineato, ma piuttosto che ha un pluri-spazio e un pluri-tempo. Forse Flavio intendeva questo? la fotografia può essere come l’acqua che prende la forma del suo contenitore e la limpidezza del suo interlocutore?
    In questa logica però penserei che anche una performance svolta in momenti differenti, prende forme differenti.

  12. Flavio Romualdo Garofano
    /

    All’interno di una performance dal vivo il concetto di spazio è inteso come movimento che si sviluppa sulla scena e il concetto di tempo è quello di inizio, svolgimento e fine. In una foto non c’è una storia che si sviluppa (la evoca) né un movimento in uno spazio (anche esso evocato)…la danza traduce in effetto quello che nella foto è evocato…spero di essere stato più chiaro. Ma quando si parla di performance non ci si può sbagliare su tali definizioni.

  13. Maurizio G. De Bonis
    /

    Vorrei riproporre di nuovo quanto avevo detto nel precedente mio commento: Immagine fotografica come cavità di risonanza, oppure come un contenitore di serie infinite di verità che si ripiegano su loro stesse. Direi che, per dialogare con Samuele, un’immagine fotografica più che l’acqua che prende forma nel suo contenitore è il contenitore stesso.

  14. “In una foto non c’è una storia che si sviluppa (la evoca) ”
    Ciao Flavio, io penso alla storia che si manifesta tramite lo spettatore e la fotografia, penso al suo tempo che ha un inizio ed una fine nel guardare una fotografia. La perfomance di una fotografia inizia e finisce con il fruitore e ogni volta si manifesta una nuova storia.
    Per rispondere a Maurizio, vorrei chiarire che quando dichiaravo che la fotografia come l’acqua mi riferivo alla sua possibilità infinita di essere visionata su supporti e modalità differenti, mentre sono completamente in accordo sul concetto più profondo che la fotografia è un contenitore.
    Un saluto

  15. Orith Youdovich
    /

    Romulo, ho seguito il link che hai lasciato nel tuo commento e ho sentito il danzatore parlare della sua danza/performance intitolata “Montage for Three?. Devo dire che mi ha lasciata abbastanza perplessa perché dire che la fotografia sia priva di spazio e tempo mi sembra davvero riduttivo. Come trovo ancor più riduttivo asserire, in risposta al tuo commento, che spazio e tempo in fotografia abbiano a che fare con il supporto (o peggio con lo spazio nel/del monitor)… perché è materia e necessita del tempo per guardarla.

    La fotografia contiene al suo interno sia lo spazio che il tempo, cioè lo spazio e il tempo interiori dell’autore, osservati e vissuti poi dal fruitore. L’autore si muove all’interno dello spazio, si relaziona con lo spazio che è imprescindibile dal tempo. Ed è “ascoltando? la luce, “camminando? con la luce che l’esperienza dello spazio e del tempo mutano. Ed è così che si creano il ritmo, il vuoto e il pieno, le pause e per dirla ancora con Deleuze: nell’immagine è proprio lo spazio-tempo a diventare un vero personaggio. Come nel cinema di Antonioni, con cui dialogo fotograficamente in “Come devo vivere?, oppure in quello di Ozu o di Bresson, solo per citare qualche esempio.

  16. Flavio Romualdo Garofano
    /

    attenzione, credevo di essere stato chiaro, ma mi sbagliavo, io non metto in questione nessun tempo e nessuno spazio interiore…io parlo di dati fisici, materiali. Un approccio con una disciplina la si fa prima di tutto dal punto di vista tecnico…alla domanda qual’è la differenza materiale tra arte figurativa e arte dal vivo? perchè a sto punto posso mettere in discussione anche il fatto che la foto sia priva di suono e la tipologia di musica in questione priva di immagine. A questo punto avrebbe ragione Smargiassi.

  17. Michele Smargiassi
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    Caro Flavio, eccome che la fotografia si sviluppa nello spazio (e anche nel tempo necessario per produrla, comunicarla e leggerla, come giustamente osserva Orith), altrimenti sarebbe solo una immagine mentale. Dire che non è la fotografia che si sviluppa nello spazio ma solo il suo supporto è come dire che un’automobile non si muove, si muove solo la sua carrozzeria.
    Avevo visto il link allo spettacolo, che non parla affatto di fotografie “fisicamente prive di spazio e di tempo”, ma di fotografie come sostanza di un’assenza, che è senz’altro una definizione più appropriata. Forse lei voleva semplicemente dire che la fotografia non è un’arte cinetica o eprformativa, ma nello spettacolo che cita, in qualche modo lo diventa attraverso la proiezione, dunque a maggior ragione in quello spettacolo la fotografia assume anche una dimensione temporale oltre che spaziale precisa.
    Caro Flavio, il monitor di un pc è una sostanza fisica dura, si chiama hardware, e senza di esso la virtualità di un’immagine non si rende visibile, e l’immagine fotografica none siste. Nel momento in cui al guarda assume dunque un posto e un tempo nel mondo fisico.
    Le mie osservazioni non erano rivolte a lei, ma alla vacuità del gergo di tanta critica d’arte contemporanea.

  18. Flavio Romualdo Garofano
    /

    Ma è appunto quello il risultato voluto: dare una misura (fisica) di spazio e tempo alle fotografie…è proprio quello il concetto! E’ il processo dei “tableaux viavants”, credo dell’epoca vittoriana, solo che qui il tutto avviene tramite una danza. Ricordo che parlo dal punto di vista tecnico, non semiotico o concettuale.
    Che poi la fotografia su un altro livello sia spazio, tempo storia, non lo metto in dubbio, anzi. Ho fatto ad ottobre scorso una “installazione clandestina” a Bologna sui fatti del ’77 (l’omicidio Lorusso). Ho preso spunto dalle foto dell’epoca e ho rifatto quegli scatti per vedere la mediazione tra il presente e il passato installando gli scatti nelle vie del centro che hanno vissuto quei momenti. Ma qui il discorso per me è diverso.

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