Liberi pensieri sul IV Ritiro di Studi sulla Fotografia di Prato

Frame dal film Uccellacci Uccellini di Pier Paolo Pasolini

Frame dal film Uccellacci Uccellini di Pier Paolo Pasolini

Sono diversi giorni che prendo appunti, cercando di fissare idee e sensazioni, al fine di scrivere un testo che possa riassumere l’esperienza condivisa a Prato. Ma ogni volta mi sembra di perdere il filo, di togliere spessore alla verità. Per questo ho deciso di scrivere di getto, lasciando scorrere le sensazioni ancora vive. Probabilmente tralascerò alcune cose, non avendo preso nessun appunto scritto, e vi chiedo scusa in anticipo, ma vorrei  essere il più possibile sincero, compiendo un atto puramente estetico, nel senso di atto di pura percezione.

E’ stata la mia prima esperienza a Prato. Avevo molte aspettative, avevo anche paura di essere inadeguato a questo tipo di lavoro. Ma la cosa che subito mi ha stupito, cancellando ogni timore o dubbio (che comunque ognuno di noi dovrebbe avere sempre, per quella ricerca critica che permette la crescita) è stata una commovente (nel senso di movimento condiviso) unità di intenti. Anche per questo non sento l’esigenza di riportare sempre i nomi di chi ha portato cosa, proprio perché, come affermava Deleuze, l’io, il “je”, non ha alcun senso, perché non si può riallacciare a nessuna categoria. E anche perché ho sentito che in questi giorni c’è stato solamente il “noi”.

© Alfredo Covino

© Alfredo Covino

E partirò proprio da Deleuze, di cui abbiamo visto alcuni estratti video delle sue lezioni universitarie all’università di Parigi Vincennes, e al suo concetto di punto di vista, che definire illuminante è un eufemismo. Per Deleuze il soggetto è il punto di vista, inteso come quella piega della realtà (di cui non esistono delle varianti, ma che è una sola) che ognuno di noi vede con estrema chiarezza, e di cui gli altri possono avere solamente una visione nebulosa, entrando nel suo cono d’ombra. Di conseguenza la realtà è l’insieme dei punti di vista di tutti noi. E questa affermazione ci illumina sul fascismo imperante che cerca di vincolare l’arte secondo i dettami di pochi personaggi che hanno (pensano di avere?) potere, personaggi che non intendono proporre il loro punto di vista, ma imporlo.

La cosa più significativa che ho sentito è stata l’assenza di questa dittatura del pensiero, la possibilità di proporre il proprio punto di vista e di farlo intuire agli altri, per costruire una realtà condivisa. Questo modo di muoverci l’ho inteso come un atto di amore, proprio come un atto di amore è stata la prima fotografia che abbiamo visto, un’immagine che ritrae il fotografo e scrittore francese Denis Roche a passeggio con la moglie. Denis Roche realizza, tramite la tecnica dell’autoscatto ritardato e all’accostamento di contatti successivi, una serie di fotografie apparentemente quotidiane, familiari, ma profondamente complesse, che costruiscono la sua vita, che nel rapporto di amore con la moglie diventa una preparazione alla morte (esempio ne è la serie fotografica Le Pont-de-Montvert, 1971/2005).

© Giovanna Gammarota

© Giovanna Gammarota

Il tema della morte è stato centrale: inevitabilmente connesso alla fotografia (dall’uso di ritrarre i defunti, le cosidette “Sleeping Beauties” in epoca Vittoriana al concetto di fotografia come “memento mori”, come scriveva Susan Sontag), si è ampliato a molte altre riflessioni; una morte soprattutto intesa come fine di un percorso, che solamente con la delimitazione di un termine acquista un senso. Un percorso che può variare continuamente, a volte senza una presunta coscienza, per rivelarsi all’improvviso (fotografia come rivelazione, manifestazione), come nel lavoro fotografico che ci ha proposto Giovanna Gammarota, ripulito da impostazioni coscienti, che ha trovato la sua necessaria via di fuga verso l’intimità con il paesaggio.

Un percorso, come quello di Alfredo Covino, che si trova ad un bivio, ma che troverà la sua naturale continuazione, perché per lui la fotografia è necessaria come lui è necessario alla fotografia, dal momento che ha il coraggio di oltrepassare la visione monolitica e fallace di fotogiornalismo come ri-proposizione della realtà. Un percorso, quello di Orith Youdovich, che ci ha fatto riflettere sulle rovine, su come noi le percepiamo, su quello che ci raccontano e nascondono, sul diverso impatto che hanno le rovine antiche e quelle moderne, sulla luce piena che rivela il mistero.

La luce e il mistero rimandano alla ricerca di Medardo Rosso, che affermava: “Niente è materiale nello spazio..noi non siamo che scherzi di luce”. Lo stesso Rosso usava la fotografia per impressionare le sue opere, le quali, illuminate dalla luce artificiale, si smaterializzano e diventano evanescenti. Realtà apparente, morte, evanescenza: questi tre elementi si trovano nel realismo magico di Julio Cortàzar, nelle sue “case occupate” da qualcosa che c’e’ ma non si vede, come non si vede quel qualcosa che domina la casa ri-occupata da Marco Giovenale, che cerca di combattere i suoi fantasmi con le foto/poesie che raccontano il suo rapporto con uno spazio che non c’è più.

© Orith Youdovich

© Orith Youdovich

Forse chi leggerà questi pensieri, eccetto chi ha condiviso questa esperienza, difficilmente riuscirà a capirci qualcosa. Ma io voglio ulteriormente complicare le cose, e scrivere tutte le immagini che mi vengono in mente adesso: la corsa di Ninetto Davoli sulle rovine di un acquedotto romano, un angelo della borgata; lo sguardo da bambino curioso che ha sempre Pietro D’Agostino, e che è speciale e commuove; il dispiacere di essere privati della presenza di Silvia Bottani quasi subito; il volto pallido ed emaciato di Toby Dammit (contributo di Andrea Papi. n.d.r.) che va incontro al suo fantasma; la timidezza e l’umiltà di Valentina Trisolino, nascoste da un’apparente sicurezza; l’empatia per Alfredo Covino; la tensione e lo smarrimento di Ingrid Bergman; gli sciami di lucciole nella notte; le inquadrature “sbagliate” di Robert Bresson; i cigni e le papere che non si accoppiano; e poi altro e altro ancora. Alla fine di questo viaggio ci siamo chiesti: qual’è stato il senso di tutto questo? O come direbbe il nostro spirito guida Deleuze: qu’est-ce que ça veut dire?

Io non so se ogni cosa debba avere per forza un senso. A dir la verità non so quasi niente, e ne sono contento, perché sento la necessità continua di imparare. Credo che abbiamo gettato tutti la maschera, cercando di essere il più possibile puliti, come la protagonista de La Collectionneuse di Eric Rohmer, che vive le sue esperienze senza farsi domande, senza farsi appesantire da strutture borghesi benpensanti. Tutti abbiamo avuto voglia di mangiarci l’un l’altro, di divorarci. E, come dice sempre Maurizio G. De Bonis: abbiamo prodotto una gran quantità di escrementi.

 

                            

Copertina del libro Les preuves du temps di Denis Roche (contributo di Maurizio G. De Bonis)
Copertina del libro Brancusi – Opera al bianco (contributo di Silvia Bottani)
Copertina del libro La casa esposta di Marco Giovenale (contributo di Pietro D’Agostino)

 

              

Frame del film Toby Dammit di Federico Fellini (contributo di Andrea Papi)
Pagine interne di un libro di famiglia (contributo di Valentina Trisolino)

© Punto di Svista 05/2011


I PARTECIPANTI  al ritiro di studio sulla fotografia di Prato (maggio 2011)
Silvia Bottani / Alfredo Covino / Pietro D’Agostino / Maurizio G. De Bonis /  Giovanna Gammarota / Andrea Papi / Valentina Trisolino / Orith Youdovich

IL FOTOGRAFO di cui si è discusso durante il ritiro
Denis Roche

I FILM visionati e analizzati
L’argent di Bresson
La collezionista di Eric Rohmer
Serious Man dei Fratelli Cohen
Toby Dammit di Federico Fellini

SEQUENZE DI FILM
Incontri d’amore dei Fratelli Larrieu
Viaggio in Italia di Roberto Rosselini
Uccellacci Uccellini di Pier Paolo Pasolini

 

3 Commenti

  1. Maurizio G. De Bonis
    /

    Aggiungo a quanto detto molto bene da Andrea che le giornate di Prato sono un antidoto contro la tirannia del fare, sempre e a tutti i costi. L’atteggiamento agonistico e performativo di certo ambiente della fotografia e’ quasi sempre sterile. Dedicare qualche giorno allo studio e al confronto dialettico e’ operazione decisamente salutare.
    Dice Andrea che uno spirito estetico caratterizza le Giornate di Prato. I partecipanti avvertono questo “sentimento” della percezione e vivono tre giornate nell’ascolto senza aspettarsi dall’altro soluzioni assolute.
    Quello che conta e’ il lavorio comune e la scoperta di questioni che prima non si conoscevano.
    Ecco, se proprio devo accostare un termine alle Giornate di Studio sulla Fotografia di Prato devo usare la parola: conoscenza.

  2. Parlare di queste giornate raccontandole a chi non le ha vissute direttamente è molto difficile: il rischio è quello di auto-celebrarsi e questo non è lo spirito del gruppo. Che si tratti di un’esperienza al di fuori del comune è ormai un fatto, è stato detto in modo molto chiaro e esaustivo. Credo invece sia necessario dare seguito a questa esperienza non tanto con un commento su ciò che è stato, quanto cercando di esprimere quali sono i cambiamenti e il livello di approfondimento di chi vi partecipa, approfondimento sul proprio lavoro ma anche sullo scambio che permette la crescita. Per esempio personalmente ho scoperto alcune cose riguardo al mio modo di “fare fotografia” che vorrei provare a condividere in modo molto semplice. La cosa principale che ho scoperto durante il ritiro di Prato di quest’anno è che non mi interessa creare storie. Non più. Il mondo è pieno di simboli, immagini singole che esprimono uno stato d’animo. Qualcuno le appiccica una all’altra e crea una storia. Questo serve a far penetrare, a comunicare un concetto, un messaggio. Non voglio comunicare alcun concetto, men che meno un messaggio. L’immagine deve essere pura per poter arrivare all’anima. Il momento dello scatto fotografico per me esprime questo, dunque non potrò mai narrare una storia, non potrò mai inviare un messaggio o comunicare un concetto, perché vorrebbe dire “ingabbiare” il sentimento che invece deve essere libero per poter dare il meglio di se.
    Le storie così come le concepiscono i critici, gli addetti ai lavori, il pubblico, sono “spiegazioni”. Questo non dovrebbe accadere. Non dovrebbe accadere che qualcuno ti spieghi cosa stai guardando, dovresti invece farlo tuo, calartici dentro secondo il tuo modo di vedere, il tuo punto di vista. Le spiegazioni sono superflue nel momento in cui il tuo io è in grado di entrare completamente in ciò che hai di fronte.
    Entrare in una immagine deve essere un atto naturale e spontaneo, non si deve essere condotti perché così facendo assumeremmo un pensiero che non è il nostro, mentre la crescita del nostro “sentire” può risultare solo dalla commistione del nostro sentimento che incontra qualcosa di nuovo.
    Se ciò che hai di fronte, una immagine per esempio, ti viene spiegata, sarà l’idea di qualcun altro non la tua e tu non potrai in alcun modo crescere, sarai solo una copia. Questo vale sia per chi scatta l’immagine che per chi la fruisce. Occorre abbandonare la pretesa di dare sempre un significato preciso alle cose. Le immagini non sono più libere e gran parte di questa mancanza di libertà è data proprio del perpetuare l’idea di dover necessariamente narrare delle storie.
    Qualche giorno fa mi sono resa conto di quanto sia difficile comunicare questa diversità di opinione. Un amico fotografo, che per altro stimo, mi ha chiesto se poteva interessarmi collaborare a un progetto con alcune mie immagini, un progetto interessante. Ma mi sono imbattuta nella fatidica frase: “Credo che il tuo lavoro possa funzionare per questo progetto: quante immagini servono per raccontare una storia?” Ho cercato di spiegare che non aveva importanza il numero di foto ne che si dovesse necessariamente leggere una storia, ma lui non capiva. Questo episodio mi ha dato lo spunto per scrivere questa nota. L’ho fatto con l’intento di provare a spiegare cosa ho cercato di comunicare a questo amico immaginando di doverlo comunicare anche ad altri. Non so se ci sono riuscita.
    Alla fin fine quello di Prato è un esperimento e come tale i risultati possono convincere o meno. Certamente è un evento “non convenzionale” che implica un livello di lavoro molto profondo e un confronto senza via di scampo nel quale ognuno si mette a nudo con consapevolezza, certo di essere “ascoltato” e di “ricevere”: una condizione piuttosto rara negli ambienti della fotografia italiana.

  3. Pietro D'Agostino
    /

    Vorrei accennare di Deleuze. Di come il concetto di punto di vista da lui proposto si avvicini, ed in un certo senso si sovrapponga, al concetto di somma di storie nella teoria del Multiverso. Per Multiverso si intende un insieme di universi coesistenti e alternativi che nascono come possibile conseguenza di alcune teorie scientifiche, al di fuori del nostro spaziotempo , più comunemente conosciute come dimensioni parallele. Per introdurre un mio pensiero trascrivo ciò che Andrea Papi ha riassunto in maniera chiara e semplice nei liberi pensieri di cui sopra. ” Per Deleuze il soggetto è il punto di vista, inteso come quella piega della realtà (di cui non esistono delle varianti, ma che è una sola) che ognuno di noi vede con estrema chiarezza, e di cui gli altri possono avere solamente una visione nebulosa, entrando nel suo cono d’ombra. Di conseguenza la realtà è l’insieme dei punti di vista di tutti noi. ” In effetti nella teoria del Multiverso quello che sembra sia possibile, al contrario del Universo, unica direzione, è che non ci sia una storia unica e definita, ma siamo noi a rendere possibile qualsiasi storia con la nostra osservazione e pertanto a costruire la realtà che ci circonda e soprattutto le relazioni che potremmo attivare con essa, comprese quelle con i nostri simili. Vengo al punto; come giustamente osserva Andrea vi è una parte di umanità, in questo caso e ad esempio alcuni operatori nel campo dell’Arte, che pensano di avere il potere di imporre il loro punto di vista, dunque a celebrare e diffondere ciò che osservano, o più precisamente la loro relazione con la realtà. L’imposizione, come ben sappiamo, non è unilaterale, esiste quando qualcun altro la accetta e la fa propria. E’ mia convinzione che siamo in grado di attuare un Multiverso culturale partendo da due semplici presupposti; credere nella nostra storia personale e di come possiamo trasformarla; essere consapevoli che l’altro ha una sua storia e che la somma con la nostra crea un’altra possibile realtà.

I commenti sono chiusi.