Fotografia di massa vs fotografia d’autore: una querelle senza senso

Che aria tira nel mondo della fotografia italiana? Quali sono i messaggi che trovano spazio sugli organi di informazione del nostro paese?
Se lasciamo da parte il mondo delle riviste specializzate, che istituzionalmente è costretto a produrre contenuti su un settore che ha scarsa visibilità sui mass-media generalisti, ci accorgiamo che è possibile leggere ben poco e che quel poco che rintracciamo faticosamente ne La Repubblica o nell’inserto domenicale del Sole 24 Ore veicola idee parziali (ma questa non è una colpa), punti di vista su cui, di volta in volta, si può essere democraticamente d’accordo o meno. Tali punti di vista sono spesso lanciati nel mare magnum dell’informazione cartacea non specializzata e sono abbandonati lì, alla deriva, nell’oceano nullificante della solitudine culturale (non per causa loro, certamente) che li avvolge.  È solo il confronto dialettico/pubblico in grado di far diventare quello che è un punto di vista (del tutto legittimo, si intende), un luogo di confronto e di dialogo. E Punto di Svista ci prova sempre nella convinzione che agire nella dialettica sia sempre e comunque un valore culturale imprescindibile.

Eccoci, dunque, a tentare di stabilire un punto di contatto con un corposo e vivace articolo di Michele Smargiassi pubblicato su La Repubblica il 29 dicembre 2010. Il titolo e il sottotitolo sono molto chiari: “Lo scatto del dilettante – Se la vera storia della fotografia la fanno i nostri album”. Il pezzo ha occupato un’intera pagina di R2-Cultura e rappresenta una sorta di visione personale sulla Storia della Fotografia da parte del giornalista de La Repubblica. Da notare che l’autore dell’articolo ha ripubblicato il suo approfondimento sul suo blog Fotocrazia e dunque riconosciamo a Smargiassi il merito di non essersi limitato a lasciare il suo pensiero alla deriva nell’ambito dell’informazione cartacea.

Ma procediamo con ordine. Diciamo subito che il testo in questione ci ha fatto riflettere su una determinata tendenza che sta prendendo piede in Italia, una tendenza la cui natura è a nostro avviso non condivisibile.

Michele Smargiassi si lancia in una riflessione nella quale si sostiene che, di fatto, le opere dei grandi fotografi non abbiano nulla di significativo rispetto alle immagini scattate da sconosciuti che documentano la loro vita privata e quella dei loro familiari.
L’attacco, molto deciso, procede con frasi come la seguente: “Le foto che per gli studiosi hanno fatto la storia… sono solo un’infima minoranza rispetto ai miliardi di fotografie che il mondo ha visto e ha amato davvero in questi centosett’anni. La fotografia che, dopo la rivoluzione Kodak, ha riempito la vita di milioni di famiglie  non è quella che si vede nei musei: è quella dei weekend di vacanza, degli album d famiglia, delle prime comunioni, dei viaggi…”. Ed ancora: “le foto più viste oggi non sono i giocattolini concettuali di artisti annoiati ma i sette milioni di scatti di fotofonini caricati ogni giorno su Facebook”. E infine: “Fare la storia della fotografia è raccontare come la tecnologia ha trasformato ognuno di noi in un produttore  e assieme in un consumatore di immagini operative e non speculative”.
Le affermazioni che abbiamo isolato rappresentano solo degli estratti di un articolo molto lungo che ovviamente non possiamo riportare per intero e che avrebbe meritato  tante risposte quanti sono i concetti, scritti con molta convinzione, da Michele Smargiassi.

Dire che la fotografia che è riuscita a riempire la vita delle famiglie sia quella privata è ovvio. E allora? Sarebbe come sostenere che i prodotti audiovisivi a cui la gente è più affezionata sono i video girati in vancanza piuttosto che i film di Ingmar Bergman o di Michelangelo Antonioni. Scrivere che gli artisti che utilizzano la fotografia creino dei “giocattolini concettuali” e siano “annoiati” appare una frase gratuitamente sprezzante e vacua, poiché, oltre che non essere supportata da un’argomentazione strutturata, esaurisce il suo senso nel giudizio inappelabile che veicola. Utilizzare una frase del genere significa assumersi la responsabilità culturale di fare di tutt’erba un fascio. Possibile che tutti, ma proprio tutti, gli artisti siano annoiati? Possibile che gli autori di fotografia realizzino solo “giocattolini concettuali”? Cosa si cela realmente dietro questo disprezzo nei riguardi della fotografia autoriale? E poi, perché mai una storia della fotografia dovrebbe privilegiare le immagini operative (ma che vuol dire operative?) e non quelle speculative? In base a quale principio critico/storico bisognerebbe operare in tale senso? Esistono forse delle immagini che non siano speculative?

La posizione di Smargiassi ci sembra troppo semplicistica. Vengono, infatti, messe insieme questioni diverse che andrebbero collegate in un contesto culturale più elastico. Sostenere che l’uso di massa della fotografia sia il vero elemento di interesse di questa forma di espressione ci lascia interdetti. Ciò ha il sapore di una visione vagamente populistica. Si tratta, infatti, di un luogo comune consolatorio e ammiccante, di gran moda ai giorni nostri. Esattamente come il cinema è industria commerciale, linguaggio, arte, così la fotografia ha al suo interno componenti differenti, ognuna con la sua dignità. Le convinzioni di Smargiassi potrebbero alludere a una presa di distanza da una concezione elitaria propagandata dalla fotografia artistica. Ma è proprio il suo modo di concepire la “vera storia della fotografia” a nostro avviso a essere snob, al contrario.
Se da una parte siamo d’accordo che la fotografia non possa essere ridotta a una sterile “museizzazione” e a una noiosa “accademizzazione”, appare però priva di senso una generalizzazione che pone su un piedistallo la fotografia “privata” e non artistica e svuota di significato il complesso rapporto che esiste (perché esiste) tra fotografia, filosofia, poesia ed estetica.

A noi sembra che dalla visione del giornalista de La Repubblica emerga il problema di sempre della fotografia e di chi ne scrive sui quotidiani: il tentativo autolesionistico di incatenare questa forma di espressione, allo stesso tempo bassa, commerciale, poetica e artistica, alla sola dimensione sociologica e comunicativa.
E perché mai bisognerebbe ragionare solo così? Perchè gli artisti che usano la fotografia devono essere sminuiti in tal misura? Sarebbe come dire che siccome molti appassionati di arte figurativa dipingono la domenica sia più emozionante edificare la storia dell’arte attraverso i prodotti di questi ultimi piuttosto che grazie ai percorsi espressivi di Caravaggio, Renoir, Picasso e Pollock.

Il nostro parere è che la fotografia è un grande, libero, contenitore pieno di flussi che si sfiorano e a volte si intrecciano e che andrebbero analizzati con lucidità e non con prese di posizione “lapalissiane” come quelle di chi ha deciso che “le solarizzazioni di Man Ray” e “i ritratti di nadar sono un’infima minoranza  rispetto ai miliardi di fotografie che il mondo ha visto”. Ciò non vuol dire nulla criticamente e storicamente e non porta nulla di nuovo alla crescita della cultura fotografica. E’ così scandaloso fare dell’arte con la fotografia? E’ cosi intollerabile considerare la fotografia di massa un fatto sociologico da studiare approfonditamente che non abbia per forza un valore maggiore rispetto alle applicazioni artistiche della disciplina in questione?

Nell’impostazione di Smargiassi si manifesta un’evidente “sfocatura culturale” che non può che far male alla fotografia e che invece, certo senza alcuna consapevole e razionale volontà da parte del giornalista, farà molto bene a tutte le multinazionali che producono smartphone e macchine digitali.
Così tutti saranno autorizzati a dire: siamo fotografi e come tali entreremo nella “vera storia della fotografia”. Evviva.

© Punto di Svista 01/2011

IMMAGINE
Frame del film One Hour Photo di Mark Romanek

 

Maurizio G. De Bonis Vedi tutti gli articoli

Maurizio G. De Bonis è critico delle arti visive, curatore e giornalista. È direttore responsabile di Cultframe – Arti Visive, direttore di CineCriticaWeb e responsabile della comunicazione del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. Insegna Linguaggio Audiovisivo presso Officine Fotografiche Roma e l’Istituto Superiore di Fotografia. Ha pubblicato saggi sui rapporti tra cinema e fotografia (Postcart), sulla Shoah nelle arti visive (Onyx) e ha co-curato Cinema Israeliano Contemporaneo (Marsilio). È Vice Presidente di Punto di Svista - Associazione culturale.

30 Commenti

  1. condivido riga per riga.
    aggiungo una roba molto banale…l’ammiccamento populista sembra abbracciare l’anonimato forse anche per il motivo che taluni quotidiani capitolini pare abbiano l’abitudine di fottersene amabilmente di immagini e autori. più precisamente ricordo un articolo illuminante di smargiassi, l’insostenibile leggerezza del pixel. dal sapore un po’ apologetico…almeno così m’è parso.

  2. Sandro Bini / Deaphoto
    /

    Caro Maurizio che storiografia ufficiale abbia perlomeno trascurato (salvo alcune importanti eccezioni) i fenomeni fotografici di massa sociali e familiari mi sembra piuttosto evidente, così come il fatto che che esista e sia sempre esistita una elite autoriale gelosa dei propri “privilegi artistici”. Per questo invito a leggere l’articolo di Smargiassi non come una querelle contro la fotografia d’autore ma come un invito rivolto agli studiosi a considerare maggiormente i fenomeni vernacolari all’interno della comprensione del fenomeno fotografico tout cour. Del resto la fotografia cosidetta artistica ha fatto e fa ampio ricorso dei linguaggi popolari all’interno della propria pratica. Credo insomma che un approfondimento in tal senso faccia bene a tutto il movimento. La storia della fotografia a spesso registrato reazioni elitarie di fronte alla sua democratizzazione e credo prpoprio che anche nel’era del digitale stia succedendo lo stesso…

  3. “L’insostenibile leggerezza del pixel” era una dimostrazione marcata di ignoranza spacciata per espressione intellettuale. Sono anni che i giornali sia sul cartaceo sia (ma ancora meglio) sul web tendono a sottrarre le immagini senza dare i giusti riconoscimenti, economici e non.
    Bisogna smettere di dare ragione a certi ragionamenti e peggio ancora a certi giornalisti.
    Dire che l’immagine è leggera e di tutti perché caricata su internet è una grossa menzogna. Lo riprova il fatto che il giornale di Smargiassi ruba costantemente (e ne abbiamo tutti le prove) le immagini solamente da Flickr o dai siti personali dei fotografi. Come mai l’immagine non è leggera o di tutti se caricata nel sito di una agenzia? A questa domanda naturalmente non viene data una risposta seria. Peccato che non tutti hanno compreso il pericolo di tale pensiero e modus operandi.

  4. Non posso che condividere in pieno.
    Purtroppo l’articolo di Repubblica di mostra solo e sempre la stessa cosa: la mancanza totale di cultura dell’immagine in Italia. E la ristrettezza mentale di molti giornalisti che invece di essere promotori della cultura la riducono all’amatorialismo.
    All’estero la fotografia è considerata arte a pieno titolo, e perchè mai non dovrebbe esserlo? Solo perchè si usa uno strumento per produrla? Beh, credo che basti guardare alla Pop Art per capire che se questa è la base.. beh, il ragionamento non sta in piedi.
    Che l’articolo sia un monito per gli studiosi, ne dubito. Credo che soprattutto in Italia la fotografia venga vista solo per il suo lato commerciale/culturale dell’uso familiare.
    Qui manca cultura estetica e concettuale. Ma dal paese che vuole eliminare storia dell’arte dai programmi scolastici cosa ci si può aspettare?

  5. Maurizio G. De Bonis
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    Questo post è in risposta al commento di Michele Smargiassi all’articolo da me scritto. Il suo commento in questione è stato pubblicato esclusivamente sul suo blog.

    Gentile Michele Smargiassi, rispondo al suo commento al mio pezzo, perché mi pare importante poter confrontare opinioni diverse. Voglio dire con molta chiarezza che rispetto le idee di tutti e dunque anche quelle determinate dal gusto personale (compreso il suo, si figuri un po’). E dico anche in modo netto che nell’elaborazione culturale delle idee non possono esistere atti di lesa maestà (quindi non li commette mai nessuno, nemmeno lei). E di solito quando dialogo non mi permetto mai di dire al mio interlocutore cosa deve leggere. Non mi sembra il caso di fare a gara a chi è più colto e informato. È un po’ triste mettersi a discutere su questo piano. Non trova?
    Detto ciò, penso che in qualità di giornalista culturale, critico cinematografico e fotografico e operatore culturale del mondo della fotografia, oppure semplicemente in qualità di essere umano, io abbia tutto il diritto di continuare ad avere opinioni che non combaciano con le sue. E’ la sostanza della democrazia, caro Smargiassi, cioè mettere una di fronte all’altra posizioni differenti. E inoltre considero di gran lunga più costruttivo uno scambio franco e diretto piuttosto che i soliti minuetti a cui si assiste da anni in determinati ambienti fotografici. Ma questa è un’altra storia.
    Inoltre, è lei che sbaglia bersaglio quando sostiene che io farei una caricatura delle posizioni altrui; è lei che sbaglia anche quando afferma che gli allargamenti di orizzonte mi spaventano. È stato invece proprio lei a trasformare in caricature gli autori quando li definisce “artisti annoiati” che fanno “giocattolini concettuali”. Comunque, mettere la discussione su questo piano, non mi pare interessante.

    Andiamo alla sostanza delle questioni. Nel mio articolo ho espresso opinioni che chiaramente possono non essere condivisibili. Punto e basta.
    Però, tanto per essere chiari, anche io come lei sono contrario alla museizzazione e accademizzazione della fotografia (forse le è sfuggito questo passaggio nel mio articolo?). E io per primo dico che la fotografia è una disciplina che contiene molti generi e livelli espressivi e che è articolata grazie a modalità e usi differenti. Esattamente come succede per i linguaggi audiovisivi: cinema e video.
    Ciò che dico io è che non c’è nulla da aggiungere e riequilibrare: una cosa è la fotografia di massa, un’altra è la fotografia che ha a che fare con la poesia e l’estetica. I due ambiti non vanno uno contro l’altro; a volte possono sfiorarsi, altre volte sono distanti anni luce, altre ancora possono intrecciarsi. Dunque, non vedo la fotografia ristretta al campo dell’arte, tutt’altro; invece mi sembra che sia lei a vedere la fotografia solo ristretta al campo dell’uso di massa della fotografia stessa.
    Inoltre, penso che non sia corretto sostenere che nessuno si occupi del fotografico non artistico in Italia. Anzi, personalmente mi sembra esattamente il contrario, visto che dalle nostre parti non si fa altro che parlare di fotogiornalismo e reportage (tanto per fare un esempio). A meno che lei non consideri questi generi fotografi come artistici. Ma anche questo forse è un argomento troppo vasto per esaurirlo con una semplice frase.
    Infine, una sua affermazione a mio avviso più che discutibile: “Naturalmente, se questo allargamento d’orizzonte la lascia “interdetto”, la spaventa, lei come chiunque è libero di interessarsi solo a una parte di quell’orizzonte, quella d’autore. Lo fa abbondantemente l’industria culturale che ne diffonde le opere, lo fa l’industria dei materiali fotografici che ne ha bisogno come modello da proporre ai fotoamatori che comprano i suoi prodotti”.
    L’industria dei materiali fotografici per vendere i suoi modelli ai fotoamatori utilizzerebbe la fotografia d’autore? Mi scusi, ma questa posizione mi suona proprio strana, non corretta.

    Bene, si potrebbe continuare all’infinito ma post troppo lunghi, lei mi insegna, non sono facilmente fruibili sulla rete.
    Voglio chiudere facendo una considerazione: continuo ad essere del parere che dialogare anche in modo vivace su temi culturali che ci appassionano (altrimenti non staremmo qui a scriverci) sia un fattore molto positivo, purché ci si concentri sulla sostanza dei contenti.

  6. Mi verrebbe da chiedere a Smargiassi (ma anche ad altri) che film abbia visto …

    La Storia della Fotografia è fatta dal quotidiano e dalla “Fotografia di Massa” iniziata già all’inizio del ’900 (già con le “box”, le Kodak Brownie, ma anche le Agfa, etc.) con la semplificazione tecnica della fase di scatto (il punta e scatta ha più di 100 anni). Negli Anni ’50 poi siamo a livelli di diffusione paragonabili a quelli di oggi, con modelli prodotti in molti milioni di pezzi in tutte le fasce di qualità e prezzo.

    L’unica differenza oggi è rappresentata dalla possibilità (e dalla parossistica volontà) di rendere pubbliche le immagini … ma anche e soprattutto dalla quasi assente qualità d’immagine (in qualsiasi senso) che ha abbassato la “cultura dell’immagine” e il senso critico (quest’ultimo non solo in Fotografia purtroppo).

    Da persona(/associazione) che fa corsi, ho visto aumentare l’interesse per i corsi stessi ma come tendenza generale (l’autodidattismo è praticamente estinto), che in Fotografia assume forme particolari solo perché le attrezzature digitali tendono a nascondere sempre di più i meccanismi logici e tecnici alla base della Fotografia stessa (pellicola o digitale che sia).

    E trovo raccapricciante la tendenza a voler mettere in una bacheca museale attrezzature e immagini di pochi anni fa (e 20-30 anni volano). Infatti, annesso al nostro Centro didattico e di ricerca, abbiamo anche un piccolo “Museo” con circa 200 pezzi dagli Anni ’10 a oggi, quasi tutti funzionanti, ma che non restano a prendere polvere perché vengono regolarmente usati e voglio vedere le costosissime “ammiraglie” dove saranno fra 20 o 30 anni (ma noi abbiamo un parco macchine attivo degli Anni ’50 con alcune degli Anni ’30) … nella spazzatura difficile da riciclare ;-)

    Dunque, diatriba sterile.

  7. nel mio museo, nella mia galleria, sul pianerottolo di casa mia, nel mio garage… cioè nella mia mente, non c’è spazio per la fotografia massificata. e non c’è tempo per chi la celebra: non faccio il sociologo!
    e visto che sguardo e cranio sono roba mia, frega niente della democrazia e delle circostanze.
    non mi frega altresì niente di chi conosce la grammatica, né tantomeno di chi oggi usa mezzi che fanno ciarlare senza bisogno di conoscerla: mi frega di chi usandola, la grammatica, produce espressione, linguaggio.
    condivido spesso il suo punto di svista, maurizio. il suo e non quello di altri che, ammicca di qui e sgomita di là mi sembrano avere mira ottima ma fiato, spero, corto.
    perciò, mi scusi, non capisco i duetti. da parte sua almeno…so sorry.
    mentre mi piacerebbe sapere com’è che i fotografi, salvo rare eccezioni, non si esprimono.
    non capisco…

  8. Pietro D'Agostino
    /

    Ma esistono i fotografi? O esistono solo quelli che usano il più concreto dispositivo fotografico? O invece vi sono degli individui che cercano, chi più, chi meno, di rapportarsi su scala diversa con la realtà che li circonda, sia per accertarsi che essa esista effettivamente, o invece no e trovano altro, o semplicemente per accumulare dei ricordi e belle foto? E se invece di osservare e analizzare i soliti dilemmi del chi è più meritevole o meno di essere preso in considerazione attraverso la produzione di immagini fotografiche, prendessimo in esame la più banale relazione tra chi osserva e l’oggetto osservato? Magari potremmo accorgerci che non esistono poi così tante differenze tra gli esseri umani che si cimentano con il dispositivo in questione cercando chissà che cosa, ognuno alle prese con le proprie necessità. Nell’articolo viene citato, giustamente, il fotografico. Allora, chi sente chi avverte il “fotografico?? Anche perché siamo sicuri di poter parlare di segni? Siamo certi che tra il “banale? rapporto tra chi osserva e l’oggetto osservato vi sia la consapevolezza del fotografico come cognizione filosofica ed esistenziale. Ed insisto, siamo certi di questa presa di coscienza culturale delle caratteristiche del dispositivo che stiamo usando? Chissà magari c’è qualcuno che, come me, potrebbe incuriosirsi e vorrebbe saperne di più.

    Pietro

  9. Smargiassi ci ha ricordato che esiste un fenomeno sociologico detto “fotografia di massa” e per questo lo ringrazierei, ci mancherebbe a volte fa bene rinfrescare la memoria.
    Sappiamo anche bene che da molti più anni questo fenomeno ha fatto una parte della storia della fotografia.
    Quello che non capisco è perché nel suo articolo smargiassi mette da parte gli autori (li mummifica) e invece prima esalta un fenomeno legato esclusivamente all’uso domestico di apparecchiature fotografiche, dicendoci che la tecnologia trasforma gli esseri umani in sterili e superficiali produttori/consumatori e poi verso la fine dell’articolo lancia appelli a nuovi studiosi e storici perché il pericolo è quello di essere travolti da infinite immagini senza qualita’.
    Questa sarebbe la nuova storia della fotografia?
    Per me invece questo fenomeno è legato esclusivamente al consumo di massa al concetto di capitalismo capace di distruggere tutto ciò che incontra per trasformarlo in oggetto di consumo ed è qui che la fotografia e il concetto di mezzo espressivo perde senso.
    Credo anche io che i due mondi, autoriale e quello legato al fenomeno di massa a volte (ma non sempre) possano incontrarsi .
    Come fotografo e quindi autore, non condivido parole come: “artisti annoiati” che fanno “giocattolini concettuali”, non dico che la sua affermazione non possa essere reale, ma purtroppo è un enorme generalizzazione, che poco a che fare con l’approfondimento e l’analisi che ci aspettiamo da un articolo su un quotidiano autorevole come La Repubblica.
    ci dovrebbe dire cosa intende per artisti annoiati e a che tipo di “giocattolini” si riferisce, forse potrà essere più chiaro per tutti.
    Rispondo a Sandro Bini, caro sandro è vero che la fotografia artistica/autoriale fa ricorso o attinge dai linguaggi popolari ma questo è un discorso molto più complesso, eviterei altre generalizzazioni, che non ha certo a che fare con le fotografie scattate da mia madre mentre mia nipote spegne le candeline.

    alfredo covino

  10. da quello che leggo sembra quasi che il sig smargiassi abbia voluto trattare un tema già più volte affrontato dalla critica fotografica e artistica in generale e che viene definita ‘pratica sociale’. quindi mi pare nulla di nuovo all’orizzonte tranne la superficialità dei commenti del giornalista de la repubblica che rispecchiano meglio la temperie culturale nella quale viviamo più del tema del suo articolo.
    credo, a mio parere, che si sia dimenticato un elemento fondamentale: anche gli artisti utilizzano la pratica sociale in fotografia. il fatto sta che loro lo fanno consapevolmente, analizzando il perché della sua esistenza e cercando di farne una critica costruttiva e, infine, facendo riflettere noi tutti, che con la bella testolina che abbiamo utilizziamo la pratica sociale in fotografia senza nessuna reale cognizione.

  11. Maurizio G. De Bonis
    /

    Pubblichiamo la risposta di Maurizio G. De Bonis a un commento scritto da Michele Smargiassi sul suo blog.

    Caro Smargiassi,

    decido di comune accordo con il direttore di Punto di Svista di pubblicare questo mio post sia sul suo Blog che sulla nostra testata giornalistica. In fin dei conti, la polemica su dove devono essere pubblicati i commenti ci distoglie dalla sostanza culturale del nostro dibattito.

    Voglio rispondere al suo ultimo commento solo sottolineando che è vero che ho scritto che “non c’è nulla da aggiungere e riequilibrare: una cosa è la fotografia di massa, un’altra è la fotografia che ha a che fare con la poesia e l’estetica”. Ma ho anche scritto dopo che “Il nostro parere è che la fotografia è un grande, libero, contenitore pieno di flussi che si sfiorano e a volte si intrecciano e che andrebbero analizzati con lucidità e non con prese di posizione “lapalissiane” come quelle di chi ha deciso che “le solarizzazioni di Man Ray” e “i ritratti di nadar sono un’infima minoranza rispetto ai miliardi di fotografie che il mondo ha visto”. E in un mio commento successivo ho chiarito che “I due ambiti (quello di massa e quello d’autore, tanto per essere chiari) non vanno uno contro l’altro; a volte possono sfiorarsi, altre volte sono distanti anni luce, altre ancora possono intrecciarsi. Dunque, non vedo la fotografia ristretta al campo dell’arte, tutt’altro”.
    Solo mettendo insieme queste considerazioni il mio pensiero viene riportato correttamente.
    Sulla questione industria fotografica e utilizzo da parte di quest’ultima di modelli presi dalla fotografia d’autore, lei tira in ballo Weston, Adams e Salgado. Roba superata. Sinceramente parlerei dei problemi di oggi e di come oggi, nel terzo millennio, si muovono le multinazionali che producono macchine digitali e smartphone.

    Infine, come dice lei, appare chiaro un fatto: le nostre idee sono divergenti . Mi permetto di sottolineare, e lo faccio (le assicuro) senza alcuno spirito polemico, che avere opinioni diverse, per quel che riguarda il mio modo di intendere la vita democratica, è un valore. Reputo, dunque, il nostro scambio e i commenti apparsi sia su Fotocrazia che su Punto di Svista totalmente salutari. Meglio dialogare vivacemente, e civilmente si intende, che far finta di essere tutti d’accordo, magari perché può far comodo non rompere le scatole a qualcuno che potrebbe tornarci utile, pratica quest’ultima in cui noi italiani, come ha affermato lucidamente lo scomparso Mario Monicelli in una delle sue ultime interviste, siamo specializzati.
    Con ciò la saluto cordialmente e la ringrazio per aver discusso telematicamente con me. Magari in futuro avremo modo di incontraci in qualche dibattito pubblico. Perché no?

    Maurizio G. De Bonis

  12. Ho letto con grande interesse entrambi gli articoli e i vari post del dibattito. Non nascondo che il fenomeno di massa della fotografia è, a parer mio, un’interessante campo di studio e forse l’elemento che maggiormente contraddistingue la fotografia rispetto alle altre discipline artistiche. Tuttavia non riesco a cosiderare, per una serie di fattori già citati da Maurizio De Bonis nel suo articolo, e per altri di carattere antropologico e sociale, la fotografia di massa come più vera. Non credo si tratti di un’argomento indispensabile per la fotografia contemporanea, forse lo è più per l’antropologia; ripeto: credo sia un interessante campo di studio certamente lagato alla fotografia, ma credo anche che non si possano mettere a confronto approcci tanto diversi alla meteria.

    Pietro Guglielmino

  13. Michele Smargiassi
    /

    @Pietro
    “Più vera”?
    Neanch’io
    Aspetto da anni che qualcuno mi mostri una fotografia “vera”. E mi dica cosa significa.
    Michele Smargiassi

  14. La diffusione delle macchine fotografiche e la facilità dello scatto non hanno fatto altro che alimentare l’euforia collettiva, che a sua volta ha generato confusione, superficialità, ignoranza.

    Che la fotografia occupi uno spazio nelle arti visive pari a quello della pittura è un argomento dibattuto in profondità (e anche in un certo senso concluso e quindi superato) da anni da studiosi molto più autorevoli del Sig. Smargiassi, italiani e non. Che la fotografia sia una disciplina complessa percorsa da esperienze estetiche e considerazioni filosofiche – anche. Leggere una fotografia d’autore non è da tutti e la difficoltà di farlo di per sé non è un fatto grave. Lo diventa quando per mascherare questa difficoltà, un giornalista come Smargiassi riempie una pagina intera de La Repubblica con considerazioni superficiali (e qui sono d’accordo con Valentina e Syd), utilizzando termini sprezzanti nei confronti degli autori “annoiati? che maneggiano “giocattolini concettuali?.
    E’ un esempio questo di mancanza di cultura dell’immagine oggi in Italia. Ed è ancora più preoccupante che la cultura dell’immagine, ovviamente e fortunatamente con qualche eccezione, sia “monitorata? da chi sa muoversi solo su terreni “facili?, senza un reale approfondimento e senza confrontarsi con il movimento contemporaneo.

    E se sono pochi i fotografi che intervengono, come dice giustamente Efrem, è un fatto che potrebbe essere dovuto a molti fattori giustificabili, tranne uno: ‘non mi conviene’.

  15. Michele Smargiassi
    /

    Gentilissima Orith, temo che un qualsiasi dibattito non sia “concluso e superato” solo perché lo dichiara lei.
    Però ha ragione: che la fotografia abbia o meno “uno spazio nelle arti visive pari a quello della pittura” è argomento piuttosto vecchio e ozioso. Per questo non me ne sono mai occupato. Forse sono piuttosto molti artisti-fotografi, più o meno annoiati, ad essere ancora tormentati da quell’antico complesso di inadeguatezza, se lei ha bisogno di difenderli con tanta animosa suscettibilità.
    Io penso e ho scritto che la storiografia della fotografia è troppo modellata sulla storiografia dell’arte. E’ tutta un’altra cosa. Se si vuol capire.
    Superficialmente e poco autorevolmente suo
    michele smargiassi

  16. “non mi conviene” è probabile, orith… ma a fronte di quale convenienza?
    e se può valere per chi inizia e scalpita (non vale…è un autogol!), per gli altri?
    photo editor, fotografi, giornalisti e tutto l’ambaradan, tranne rare eccezioni, non una parola.
    mai una parola precisa. mai un pensiero.
    si chiama omertà. ed è un segno di grande debolezza.

  17. Da artista fotografo, quotidianamente alle prese con molti e diversi altri artisti fotografi, posso assicurare che l’ultima delle probabili preoccupazioni della categoria è quella di annoiarsi.
    Disporrei altresì di numerosi elementi per testimoniare circa la non sussistenza, nell’animo di ciascuno dei suddetti (ancora incluso me) di complessi: né antichi né moderni né contemporanei, e tanto meno aventi per oggetto un’inadeguatezza.
    L’unica verosimile inadeguatezza è quella di buona parte del pubblico, che non solo più o meno volontariamente persiste in un uno stato di pallida dubbiosità verso tutto ciò che gli viene proposto come arte, ma tanto più si sente giustificato a restarvi imbrigliato quanto più le idee gli vengono confuse da informazioni scorrette e da opinioni non chiare.
    Caro Smargiassi, mi chiedo a volte se il consumismo di massa sia un’affermazione oppure una degenerazione della democrazia, e non so rispondermi. Certo è – stando al nostro tema – che la diffusione globale di macchinettine e videofonini non contribuisce minimamente, al contrario di quanto sostiene lei, a nutrire la storia della fotografia. Semmai, lo scatto di un suo parente al compleanno della figlioletta o quello di mio zio in vacanza alle terme potranno ambire, anche se come gocce nell’oceano, a ricomporre per i posteri una storia dei costumi sociali; oppure al massimo – rimanendo alla pratica fotografica – una storia dell’evolversi dei modi d’uso del mezzo tecnico.
    Ma la fotografia è una cosa e la macchinetta ne è un’altra. Come altro è ciclismo e altro è bicicletta; come altro è letteratura e altro è scrittura; calcio e pallone; cucina e cottura; automobilismo e macchina; cinema e filmino; alpinismo e passeggiata. Giornalismo e letterine al direttore. E via così, fino a ecc. ecc.
    L’arte, poi. Tutto può essere arte ma non tutti sono artisti. E esserlo non significa certo presumere di stare più su di chi artista non è: significa fare qualcosa di specifico; di specialistico, meglio. Si può fare arte con tutto, figuriamoci con la fotografia. E suprema fotografia – degna di passare alla storia (della fotografia) – può essere, beninteso, sia quella fatta per arte che quella fatta per informazione o per altri fini comunicativi.
    Il dramma di fondo, in buona sintesi, è quello di un pubblico che, davanti a certi assunti trovati su pagine autorevoli a firma di rispettabili professionisti, continua a non sapere né volere distinguere tra macchinetta e fotografia, come – ancor più e ancor più grave – tra arte e non arte.
    Ebbene, Smargiassi, argomentazioni come le sue prestano torbidamente il fianco ai pigrissimi pregiudizi sulla fotografia come arte contemporanea, tipici di un’Italia pseudo intellettuale impaludata nella grande tradizione del passato e comodamente incapace di ergere il capo per spingere lo sguardo sull’oggi. Alimentano senza senno un qualunquismo culturale tutt’affatto desolante, di cui le stucchevoli allusioni a “giocattolini concettuali? e “artisti annoiati? non sono che la quintessenza grottesca e al tempo stesso tristissima.
    Carlo Gallerati

  18. Maurizio G. De Bonis
    /

    Nella parte finale del commento di Carlo Gallerati si parla di “qualunquismo culturale tutt’affatto desolante”. Direi che Gallerati, allargando lo sguardo dalla fotografia alla mentalità italiana in generale, ha colto perfettamente un altro gigantesco problema del nostro paese e dunque anche del “movimento fotografico”: il qualunquismo, appunto. Fattore, quest’ultimo, che come giustamente viene sottolineato sempre da Gallerati va a braccetto con la pigrizia spaventosa del nostro ceto (pseudo)intellettuale.
    Ma i problemi del “movimento fotografico” italiano sono anche altri, e gravissimi (a livello culturale). E Punto di Svista continuerà sempre e comunque a sollevarli.

  19. Michele Smargiassi
    /

    Caro Gallerati,
    “torbidamente?, “pigrissimi pregiudizi?, “pseudo intellettuale?, “qualunquismo culturale desolante?, “stucchevoli allusioni?, “quintessenza grottesca e tristissima?….
    Quando in un paio di paragrafi appena un interlocutore rovescia addosso alle mie opinioni una tale quantità di proiettili, mi rincuoro: devo proprio aver messo il dito sulla piaga. La sua suscettibilità di “artista fotografo? in questo senso è molto significativa. Penso che lei abbia intravisto nel mio molto semplice richiamo a un allargamento di orizzonte culturale negli studi sul fenomeno fotografico il terribile fantasma che ossessiona da centosettant’anni tutti i fotografi: la competizione e il senso di inferiorità rispetto al proprio strumento, la paura di essere inghiottiti dalla sua meccanicità, il vero e proprio terrore di essere confusi con i fotografi della domenica, con i quali evidentemente si avverte una certa ineludibile contiguità pericolosa. La stessa angoscia che ossessionò i pittorialisti all’alba dell’era Kodak, ossessiona oggi i neopittorialisti digitali nell’era dei fotofonini. E allora gli artisti fotografi, crociani a tempo scaduto, abbassano in tutta fretta la sbarra doganale dell’?arte? contro la “non-arte?, per tenere a debita distanza le – evidentemente minacciosissime – fotografie della zia, con un atteggiamento difensivo che è una versione caricaturale e fuori tempo dell’anatema di Baudelaire (siete solo sociologia! Tecnica senza pensiero! Restate al vostro posto!), e che copre in realtà un’impostazione culturale idealista e romantica verso l’arte, cieca all’apporto di altre discipline (come se uno studioso di letteratura dicesse che la linguistica non gli serve a niente), chiusa al confronto e allo scambio con la cultura di massa, con l’antropologia della cultura, con la storia di un medium (di cui fanno aprte di diritto anche gli usi vernacolari e spontanei), atteggiamento che altri artisti con meno complessi di inferiorità hanno abbandonato da decenni, dalla pop art, per non dire da Duchamp.
    Non abbia paura, almeno di me, caro Gallerati: non voglio affatto mettere le foto della zia al posto delle sue o di chiunque altro si senta artista. So distinguere qualità, profondità, densità in un’immagine. Quando ho voglia di vedere fotografie che mi aprano gli occhi e l’anima scelgo Walker Evans o Robert Frank o tanti altri “autori? che riempiono la mia biblioteca. Ma penso che il campo del fotografico sia così meravigliosamente complesso, interconnesso e affascinante, in tutti i suoi diversissimi usi e i suoi diversissimi spessori, che limitarsi ad gironzolare per le sale delle gallerie mi pare noioso come stare chiusi in casa in una splendida giornata di sole.

    Pubblico questa mia risposta anche sul mio blog Fotocrazia. Se crede, può pubblicarvi anche lei una sintesi delle sue critiche, sarà graditissima.
    Cordialmente
    Michele Smargiassi

  20. Penso che la fotografia sia un’espressione creativa molto complessa proprio perché lo strumento usato porta a dei malintesi che bisognerebbe scardinare. Intendo affermare che l’immagine fotografica non descrive, non rappresenta, ma evoca. Per riuscire ad evocare in fotografia si utilizzano elementi della realtà (realtà?), quindi per educare lo sguardo a indagare ciò che sta dietro la superficie dell’immagine è un compito arduo e non consolatorio.

    Non mi fa paura niente, se non il fatto che chi dovrebbe far riflettere veramente, chi tira i fili della cultura dell’immagine in Italia, senza scrupolo alcuno confonde un’inquadratura sublime di Wim Wenders con gli autoscatti della Colombari (come già discusso qui – http://www.puntodisvista.net/puntodisvista/2010/11/fotografie-martina-colombari-fondazione-forma-milano/). E quest’ultimo è solo un esempio.

  21. Caro Smargiassi,
    non rovescio proiettili, faccio osservazioni motivate; e il significato del mio intervento non risiede in una da lei presunta mia suscettibilità.
    Non esiste alcuna piaga se non nella sua fantasia.
    Chiaramente lei non possiede l’umiltà che sarebbe stata necessaria per leggere con attenzione quello che chiama “paio di paragrafi appena?, prima di replicare d’istinto cominciando a digitare sulla tastiera.
    Ha riempito lo schermo con una rassegna di triti luoghi comuni: ha reagito con tenore smodato alla mia determinata ma rispettosa serie di ragionamenti.
    Se soddisfazione di un giornalista che scrive sulle pagine culturali di uno dei maggiori quotidiani nazionali può essere quella di inventare la suscettibilità dei suoi lettori e di sventolargliela in faccia con fanfarona sicumera solo perché osano dissentire, allora qualcosa deve sfuggirmi circa il ruolo dell’informazione.
    Per il resto, non starò certo qui a fare l’esegesi delle sue parole.
    Riguardo alla paura di lei, soltanto: un pochino sì, ce l’ho. Ma non perché pensi che voglia mettere le foto della zia al posto delle mie, quanto per l’inopinato piglio boriosamente canzonatorio col quale usa espressioni come “sentirsi artista? o “gironzolare per gallerie?.
    Ossequi alla sua ricolma biblioteca.
    Carlo Gallerati

  22. Michele Smargiassi
    /

    Carissimo Gallerati,
    scusi se le trascrivo di nuovo la sua “determinata ma rispettosa serie di ragionamenti”:

    “torbidamente?, “pigrissimi pregiudizi?, “pseudo intellettuale?, “qualunquismo culturale desolante?, “stucchevoli allusioni?, “quintessenza grottesca e tristissima?….

    e adesso, in aggiunta:

    “piglio boriosamente canzonatorio”, “triti luoghi comuni”, “fanfarona sicumera”…
    Povero il suo interlocutore che lei investirà di ragionamenti “irrispettosi”…
    Avrei gradito che lei replicasse con opinioni alle obiezioni che le ho fatto, ma non posso obbligarla. Comunque, se ha argomenti, resto ancora in attesa di conoscerli.
    Vedo piuttosto che lei s’adombra per l’espressione “sentirsi artista”. La trova una definizione “boriosamente canzonatoria”. Se è così, è un’autocanzonatura boriosa. Non è lei che si è definito per primo “artista fotografo”? Oppure voleva dire che lei è artista, ma non “si sente artista”? Mi spieghi…
    Cordialmente
    michele smargiassi

  23. Pietro D'Agostino
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    Voglio prendermi il rischio di essere frainteso e tacciato di banalità e qualunquismo nell’affermare che ogni intervento sulla discussione in questione, sia sul blog di Smargiassi che su quello di Punto di Svista, sia degno di nota e considerazione per il semplice fatto di essere scaturito dall’esperienza individuale e pertanto è naturale che vi siano delle modalità così variegate e democraticamente polemiche sull’argomento trattato. Ma voglio anche espormi di più, dicendo che nessuno ha affrontato il tema centrale in questione, chiaramente dal mio punto di vista, e cioè; esiste, invece di sole differenze di esperienze individuali, un punto di partenza che accomuni chi sceglie e decide di utilizzare il dispositivo fotografico, sia per le foto, generalizzando ulteriormente, delle necessità della domenica sia per affrontare una ricerca dettata da necessità più ampie? Il decidere di utilizzare questo mezzo è solo perché è più semplice raggiungere determinati obiettivi o vi è una ragione altra, ad esempio la necessità di affrancarsi da una realtà che ci rimane sempre più stretta, sia per cogliere il tempo che passa o perché ne percepiamo un’altra? E se così fosse, allora esistono delle specificità del dispositivo che sono alla base di ogni fotografia? Forse spostare ed allargare l’attenzione anche su elementi che unificano, perché a priori di ogni fotografia, ci potrebbe consentire di affrontare il tema in questione con maggiore profitto invece di scontrarsi solo sul piano delle nostre esperienze individuali pur sempre utili al confronto. Inserisco questa mia riflessione su entrambe i blog come fatto già precedentemente. Un buon tutto a tutti.

    Pietro D’Agostino

  24. Smargiassi carissimo,
    non se la prenda, adesso: altrimenti da che le apparivo io, suscettibile, rischia di sembrarlo lei.
    Veramente opinioni e argomenti li avevo espressi la prima volta e li ho ribaditi la seconda; ma l’impressione è che, in entrambi i casi, lei non li abbia voluti considerare.
    Ma se pure ammettessimo che il mio interloquire non contenga opinioni né argomenti, ne presenta forse il suo, che si esaurisce in concetti come “complesso di inadeguatezza?, “senso di inferiorità?, “terribile fantasma?, “paura?, “terrore?, “angoscia?, “sbarra doganale dell’?arte???
    Si era rincuorato per aver messo il dito sulla piaga, e le eccepivo che non esiste alcuna piaga; ma soprattutto mi rammaricava che sua soddisfazione si rivelasse proprio quella: inventare una piaga e sovrapporvi il dito.
    Inoltre, Smargiassi, se mi adombro per l’espressione “sentirsi artista? è semplicemente perché mi sento tale non più di quanto lo sia in effetti.
    L’equivoco di fondo della cultura contemporanea italiana sta proprio qui, riguardo all’arte: uno si deve sentire artista!? Uno, artista, o lo è o non lo è.
    Lei quanto si sente giornalista? Lei è giornalista perché lo fa, nessuno le viene a predicare: “Lei, Smargiassi, e chiunque altro si senta giornalista…?!
    E il suo medico si sente medico? Il suo avvocato si sente avvocato? Il suo barbiere?
    Provi a entrare in una rivendita di carni e a rivolgersi al titolare: “Lei che per primo si definisce macellaio, si sente davvero macellaio??; dopodiché mi racconti com’è andata e si cimenti nel darmi spiegazioni, anziché chiedermele.
    Infine, mi dica, che tempo ha fatto questa domenica dalle sue parti?
    Qui da me abbastanza freddo, per le medie locali, e pioggerella quasi tutto il giorno.
    Non mi sono annoiato, però; per niente.
    Le auguro splendide giornate di sole.
    Carlo Gallerati

  25. Michele Smargiassi
    /

    Mi auguro davvero che il mio macellaio “si senta macellaio”, perché vorrei manguiare carne e non altre cose. Si è giornalisti in virtù di un’iscrizione a un ordine professionale, che pure io probabilmnente abolirei; il mio datore di lavoro mi considera un giornalista, altrimenti non mi pagherebbe uno stipendio. Ma ma non c’è l’ordine degli artisti, gli artisti stipendiati sono una cosa da regime e direi che la discussione su cosa sia artista e arte ormai ha fatto il suo tempo. La differenza è questa.
    Non l’ho convinta e neppure era il mio scopo, resta la sua scelta di considerare la fotografia solo un fatto artistico, e la mia di considerarla molto di più. Nessun problema. Personalmente, interrogativi come quello del signor D’Agostino mi stimolano molto di più della “questione dell’arte”.
    Sole freddo. Un saluto
    michele smargiassi

  26. Quello che deduce lei da tutto quanto ho espresso è che avrei compiuto la “scelta di considerare la fotografia solo un fatto artistico??
    Mi basta per non ritenere utile continuare a scriverle.
    Di questo mi ha convinto.
    Tanti saluti.
    CG

  27. Michele Smargiassi
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    Saluti carissimi anche a lei.
    Se le tornerà voglia di discutere, mi troverà. Io non rinuncio mai a un buon interlocutore.
    michele smargiassi

  28. Io, dopo moltissimi mesi dalla pubblicazione dell’articolo, vorrei riprendere le domande lanciate da Pietro nell’ultimo intervento, contestualmente ad Efrem che invita i fotografi a dire…

    Per come la vedo io, c’è una comunanza -o meglio- una consonanza tra fotografia d’autore e fotografia di massa. E’ l’istinto psicologico di prendere in mano quel mezzo, piuttosto che mille altri, per arrivare ad un certo fine. Perchè milioni di persone, con gradi di coscienza diversi, prendono in mano una macchina fotografica e non un pennello o una stilografica quando vogliono “parlare” di qualcosa? E’ più sbrigativo? Forse, ma non sono sicuro sia questo. Ma anche se fosse questo, perchè tanta necessità di essere veloci?

    La spiegazione di quela pulsione compete forse alla psicologia, o alla sociologia, o all’antropologia a seconda che il fuoco sia l’individuo, la collettività o l’essere umano. C’è però un tratto che è squisitamente fotografico. Provo a spiegare la mia idea anche se nella brevità di un post può apparire buffa o poco circostanziata.

    Il problema è la paura della morte. L’uomo moderno e contemporaneo è continuamente messo alla prova sulla sua sopravvivenza fisica e psicologica. L’uomo non solo ha una fobia della morte ma la esorcizza in tutti i modi: le nostre città si dotano degli spettacoli luminosi più stravaganti pur di arretrare la notte, le periferie, i vagabondi.
    La paura della morte è molto connessa con la velocità del sistema in cui viviamo. I momenti sono diventati istanti che scorrono sotto le nostre vetture e si allontanano nel lunotto della memoria.
    Allora la fotografia è l’unico mezzo tra quelli disponibili che ha due caratteristiche salienti che le permettono di configurazione come mezzo principale per l’espressione di massa:
    1- è veloce e questa rapidità esecutiva diventa condizione necessaria e sostanziale per inseguire gli istanti che scorrono, farne una compilation di prove forensi che dimostrino a noi stessi che abbiamo vissuto
    2- la fotografia è l’unico mezzo espressivo che usa la luce come strumento, quindi ancora di più si configura come mezzo per esorcizzare la morte.

    Può essere plausibile?

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