Autori. Melania Comoretto

© Melania Comoretto. Women in prison

© Melania Comoretto. Women in prison

Esiste una differenza sostanziale, visibile, calcolabile, tra sguardo femminile e sguardo maschile? Si tratta di un’antica disputa che però, a un’analisi approfondita del fare fotografia, appare del tutto ininfluente e superficiale.

Si dovrebbe invece parlare di diversità tra sguardo sensibile/allusivo e sguardo di pura, quanto inutile, cattura della realtà (presunta). Nel primo caso, chi fotografa entra in sintonia (tramite la percezione) con l’altro. Spesso tale sintonia è, appunto, allusiva cioè caratterizzata da una forza estetica che va molto al di là del concetto di rappresentazione. Nel secondo caso, l’atto del fotografare è semplicemente fine a se stesso, legato alla superficie della raffigurazione, privo di sostanza espressiva e di sottotesti.

Ebbene, se dovessimo catalogare l’opera di Melania Comoretto non potremmo fare altro che collocarla nella prima categoria. Proprio nelle immagini realizzate dalla fotografa, infatti, si avverte la condizione di corpo/sguardo guidato solo dalla percezione sensibile nei riguardi del mondo; si percepisce chiaramente in ogni suo scatto l’urgenza non tanto di riprodurre il visibile (e neanche quella di raccontare banalmente una storia) quanto piuttosto quella di procedere a una riorganizzazione formale del sentimento del vedere. Questo aspetto è centrale nell’opera di Melania Comoretto, la quale punta l’obiettivo della sua macchina fotografica lì dove il suo personale sentimento percettivo la guida.

Sia che affronti la questione della condizione umana, sia che percorra la strada della raffigurazione della sofferenza psicologica, la fotografa realizza opere che evitano totalmente qualsiasi tendenza nefasta al neo-realismo, all’emotività melodrammatica, all’ovvio. Le sue inquadrature sono caratterizzate da una compostezza formale e da una freddezza stilistica (anche quando sembra avvicinarsi al reportage di stampo classico come in Along the Bosphorus) che toglie di mezzo l’idea stessa della riproduzione sterile del mondo o dell’eccesso di senso provocato dal raddoppiamento visuale dell’esistenza.
Il senso del suo lavoro, semmai, emerge da lavoro di sottrazione, da ciò che manca, che non viene fatto vedere. Ed anche quando il soggetto diviene fulcro della composizione visiva il meccanismo creativo/comunicativo che mette in atto Melania Comoretto è contraddistinto da un rigore compositivo e da una luminosa severità che evitano ogni deriva verso la scontata riproposizione della realtà.

Tale meccanismo è chiaro soprattutto nel suo lavoro Women in prison, un susseguirsi di ritratti nei quali le detenute sono isolate rispetto al tragico contesto ambientale. Ciò permette all’osservatore di concentrarsi sull’essenza della sfera interiore dei protagonisti degli scatti. Questo aspetto esalta la poetica di un’autrice che è possibile definire anticonvenzionale e altra rispetto agli stilemi di una fotografia che, sempre più, aggiunge invece di togliere. Così, anche la storia di Irina, costruita sulle sfocature, sui tagli, sul non visto diviene non storia di un personaggio ma allusione alla sua condizione individuale probabilmente vissuta da molte altre persone, dunque a un dolore esistenziale diffuso ma segreto.
Questo processo di depurazione dell’immagine, di scarnificazione degli elementi della realtà trova la sua più estrema e toccante applicazione nella serie denominata Myself, nella quale Melania Comoretto con delicata intransigenza mette in relazione le linee rigide e rette di un ambiente minimalista con i tratti tenui e sospesi di una figura femminile (se stessa) che allude non solo alla propria condizione di presenza/assenza ma all’essenza più profonda del femminile.

© Punto di Svista 08/2010

 

             

      © Melania Comoretto. Women in prison

 

                     
        © Melania Comoretto. Irina

 

                      
         © Melania Comoretto. Along the Bosphorus

 

                      

© Melania Comoretto. Myself

 

BREVE BIO
Melania Comoretto è nata a Torino nel 1975. Specializzata nel 2005 all’International Centre of Photography di New York, per tre anni ha fatto parte della Masterclass “Reflexions” tenuta da Giorgia Fiorio e Gabriel Bauret. Ha lavorato come fotografa free lance per quotidiani e settimanali italiani, per istituzioni come la Città di Torino e la Regione Piemonte e per società come la giapponese Wacoal. Da anni la sua ricerca si concentra sulla condizione della donna in Italia e nel mondo, a partire da un progetto sulla condizione delle donne in Siria (progetto esposto nel 2007 alla Fondazione Valerio Riva di Venezia e a Palazzo Spinelli a Firenze). Ha realizzato un progetto all’interno delle carceri di Rebibbia e di Trapani sul corpo e la femminilità in condizioni di reclusione (lavoro esposto nel 2008  Fotoleggendo Roma) e nel 2009 al Festival di Svignano. Ha partecipato al Festival FotoGrafia di Roma (2006-07). Nel 2008 ha partecipato con la serie “Irina” alla mostra Il Corpo della Donna come Luogo Pubblico (Orbetello). Parte del suo lavoro fa parte della collezione permanente della GAM di torino. Fa parte dell’Agenzia Fotografica 7 minuti per le quali realizza fotografie di corporate e documentazione come l’ultimo libro per il Circolo Canottieri Aniene.

 

Maurizio G. De Bonis Vedi tutti gli articoli

Maurizio G. De Bonis è critico delle arti visive, curatore e giornalista. È direttore responsabile di Cultframe – Arti Visive, direttore di CineCriticaWeb e responsabile della comunicazione del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani. Insegna Linguaggio Audiovisivo presso Officine Fotografiche Roma e l’Istituto Superiore di Fotografia. Ha pubblicato saggi sui rapporti tra cinema e fotografia (Postcart), sulla Shoah nelle arti visive (Onyx) e ha co-curato Cinema Israeliano Contemporaneo (Marsilio). È Vice Presidente di Punto di Svista - Associazione culturale.