Le sofferenze del cinema italiano

margherita_buyQualche giorno fa Margherita Buy se ne è uscita con una dichiarazione decisamente anomala per un’attrice di successo: “Sono disoccupata”. Lo scalpore di questa dichiarazione ha provocato curiosità, un po’ di gossip, qualche sorriso. Poche riflessioni, invece.
Così, la pubblicazione dell’articolo firmato dal collega Franco Montini intitolato “Profondo rosso” su La Repubblica (15 luglio 2010 – pag.44) ha avuto il merito di fare il punto della situazione, passando oltre “la battuta” di Margherita Buy e cercando di fare chiarezza soprattutto per i lettori che poco si interessano di cinema.
Si, perché i lavoratori dell’ambiente cinematografico, i critici, gli autori, i produttori sanno perfettamente le tremende condizioni economico-finanziarie nelle quali versa il sistema cinema italiano. Il fatto è, come ben evidenziato da Montini, che i finanziamenti pubblici al nostro cinema sono totalmente bloccati. In attesa, certo, di essere destinati. Ma quando?

Sono molti i progetti che attendono una risposta dal Ministero dei Beni Culturali, sia per quel che riguarda le opere di interesse culturale nazionale si per quel che concerne le opere prime. Una situazione tragica che sta fermando (se non addirittura mandando completamente all’aria) decine di iniziative produttive, con conseguenti enormi problemi economici che vanno a colpire le migliaia di lavoratori del cinema che non riescono a lavorare proprio nel periodo di massima attività delle produzioni filmiche: l’estate.

La questione appare chiara. In un momento di tremenda fibrillazione per quel che riguarda le linee economiche del governo (ma anche per quel che riguarda la vita del governo stesso), la cultura e ancor di più il cinema rappresentano gli ultimi negletti elementi di un meccanismo politico che privilegia altre realtà.
È un fatto triste e totalmente inaccettabile specie per un paese che si vanta di possedere gran parte dei beni culturali del pianeta ma che considera evidentemente l’arte qualcosa di superfluo se non addirittura di fastidioso. A ciò si aggiunge il fantasma della possibilità dell’eliminazione totale dei contributi per il cinema d’autore già molte volte ventilato, come se le idee veicolate dai cineasti italiani più esperti fossero non indispensabili nel panorama culturale italiano.

Il cinema, dunque, è in questo periodo in una fase di afflizione straordinaria. Si parla da decenni di crisi del cinema e spesso si ha l’impressione di girare intorno a problemi che si auto rigenerano in modo continuo. Non si tratta, in questo caso, di tenere vivo il lamentio forse un po’ vittimistico che ci affligge da sempre quanto piuttosto di comprendere a pieno l’involuzione spaventosa che sta avendo la cultura italiana in primo luogo per la mancanza di interesse che il potere mostra per questo settore.

Non si tratta neanche di difendere a spada tratta i finanziamenti statali al cinema, ma quando si verifica che dal 2008 al 2009 gli investimenti dello Stato nel cinema sono stati dimezzati (e la cosa continuerà con tutta probabilità nel 2010) ci accorgiamo che questa involuzione porterà a stasi produttiva impensabile fino a qualche tempo fa.
È mai possibile che lo Stato italiano abbia deciso di abbandonare il cinema al suo destino, senza preoccuparsi di difendere l’identità di questa industria dello spettacolo che tanto prestigio ha portato al nostro Paese nei decenni scorsi?

Non ci resta che aspettare gli esiti delle partecipazioni dei film italiani ai prossimi festival internazionali (Locarno, Venezia, Roma, Torino, Berlino) e soprattutto la probabile presenza di Habemus Papam di Nanni Moretti al Festival di Cannes 2011.
Nella speranza che almeno nelle competizioni internazionali i film realizzati in Italia abbiano qualche riconoscimento di qualità e i loro autori qualche umana soddisfazione.

© Punto di Svista 07/2010

1 Commento

  1. Si, é possibile che uno stato abbandoni il cinema, come la cultura. Ma così come la ricerca, la scuola, il lavoro, la salute pubblica, e anche la sicurezza. Mi continuo a chiedere come sia possibile stupirsi ancora per settori, per aree di interesse, quando abbiamo davanti a noi una “logica di governo” (non solo politica) che ha un suo modo di agire globale, prima di tutto.
    E varebbe la pena anche di chiedersi come faccia a vivere un cinema che ha continuamente bisogno di sostegno statale a cui corrisponde una distribuzione quantomeno “dis-interessata”. Ma questa é un altra faccenda.
    grazie,
    marco

I commenti sono chiusi.