Andrea Papi

© Andrea Papi. Passaggi, 2010 © Andrea Papi. Passaggi, 2010 © Andrea Papi. Passaggi, 2010 © Andrea Papi. Passaggi, 2010 © Andrea Papi. Passaggi, 2010 © Andrea Papi. Passaggi, 2010 © Andrea Papi. Passaggi, 2010 © Andrea Papi. Passaggi, 2010 © Andrea Papi. Passaggi, 2010 © Andrea Papi. Passaggi, 2010 © Andrea Papi. Testamento geometrico, 2009 © Andrea Papi. Testamento geometrico, 2009 © Andrea Papi. Testamento geometrico, 2009 © Andrea Papi. Testamento geometrico, 2009 © Andrea Papi. Testamento geometrico, 2009 © Andrea Papi. Testamento geometrico, 2009 © Andrea Papi. Album di famiglia, 2009 © Andrea Papi. Album di famiglia, 2009 © Andrea Papi. Album di famiglia, 2009


Fotografia come manifestazione inevitabile di un’essenza interiore, come flusso (in)cosciente di sentimenti che si annidano nell’animo. Fotografia come luogo della ricerca/perdita di sé, come spazio all’interno del quale possibile e impossibile divengono un unico indissolubile elemento.

Proprio questo tipo di elaborazione della fotografia finisce per generare immagini stratificate, complesse, magmatiche, non decrittabili attraverso i codici linguistici stabiliti dalle accademie. Dunque, immagini emancipate dal significato. Le opere visuali basate su tale impostazione sono, infatti, caratterizzate da una sana debolezza, dall’evanescenza di una non struttura che lascia il fruitore (in grado a entrare in sintonia con lo spirito dell’autore) libero di edificare un proprio universo di sensazioni.
Si tratta di un modo di fare fotografia, quello di cui stiamo parlando, che eccede la fotografia stessa; è oltre gli schemi scolastici, i modelli prestabiliti, gli stereotipi della fotografia banalmente professionale, e anche di quella artistica (cioè di quella considerata  tale perché basata sulla corretta applicazione di una sterile tecnica). È questa (di cui stiamo parlando) una disciplina che invece dialoga con la poesia e la psicoanalisi e che affonda le sue radici in una cinematografia, come quella linchyana, che è stata costruita sul senso del mistero dell’esistenza, dei rapporti umani, dell’identità individuale, sull’inafferrabilità del reale.

Esattamente su queste coordinate concettuali è situata la cifra espressiva di Andrea Papi, il quale nell’ambito del suo lavorio visuale dimostra chiaramente di percorrere strade “altre” rispetto alla fotografia cosiddetta di rappresentazione.
Papi, infatti, si pone nella condizione di divenire recettore di segni; non agisce in maniera rapace sul mondo ma si lascia attraversare dal mondo stesso affidando all’automatismo percettivo del suo sguardo il compito di riordinare talune tracce della realtà all’interno di un disegno concettuale svincolato da limiti e regole.
L’autore, inoltre, sembra aver perfettamente compreso come l’aspetto creativo della fotografia non sia rintracciabile solo nella costruzione/invenzione dell’inquadratura e come il senso della pratica fotografica non risieda nell’atto onanistico/narcisistico del clic.
Ecco, dunque, spiegato il suo interesse per le immagini di famiglia recuperate e (ri)fotografate; il tutto per aggiungere strato a strato, per confondere la consequenzialità del tempo, per far divenire ciò che è cristallizzato nel passato elemento della memoria attraverso il processo di attualizzazione nel presente, per perdersi nel sogno della sua stessa esistenza. E soprattutto per liberare la fotografia dal giogo della creatività fine a se stessa e per togliere all’oggetto fotografia lo status di manufatto la cui proprietà è strettamente individuale.

Tale approccio è rintracciabile anche nel suo lavoro denominato Passaggi. Il titolo stesso appare del tutto emblematico. Immagini in bianco e nero che evocano una relazione tra luoghi reali e luoghi mentali. Sono in sostanza figurazioni di “passaggio” come dovrebbero essere tutte le opere visuali antiretoriche, anti-teatrali e anti-spettacolari. Tale fluttuazione si identifica nell’impostazione stilistica che possiamo definire affrancata dal concetto di “bello” . Le inquadrature si manifestano come autentiche apparizioni che si formano allo stesso tempo nella mente dell’autore e nella mente del fruitore. Anche in questo senso il termine “passaggio” sembra appropriato e in grado di definire una serie di opere fotografiche che, per fortuna, non hanno le caratteristiche mefitiche della serie (o peggio del portfolio). Gli scatti che compongono Passaggi sono, infatti, del tutto autonomi, privi di legami, sono schegge dell’abisso del pensiero che emergono senza freni e che divengono autrici della riflessione autoriale. Papi viene in realtà fotografato dai suoi scatti così come il poeta è detto dai suoi stessi versi, e l’attore è recitato dal suo testo.
Soffermarsi sulla descrizione oggettiva delle immagini di Andrea Papi sarebbe tradire la mancanza di coordinate della sua “trance visuale” poiché, semmai, sono le immagini che descrivono/creano il loro autore.

Papi, dunque, è riuscito a compiere un’operazione di ribaltamento dei luoghi comuni, di negazione positiva della fotografia, di liberazione dello sguardo non più obbligato artificialmente a cogliere ma abbandonato al suo scorrimento onirico, continuo e senza direzione.
Proprio quest’ultima affermazione è quella che maggiormente mette a fuoco la poetica di Papi: una poetica che fa scaturire una fotografia senza direzione che si autodetermina nel suo imprevedibile e inutile (per dirla alla Giorgio Manganelli) apparire.

© Maurizio G. De Bonis / © Punto di Svista 07/2010

LINK
Immagini contemporanee – Dialoghi sulla fotografia (A cura di Punto di Svista). Dialogo tra Anna Maria De Antoniis e Andrea Papi

Un commento


claire

18 luglio 2010

semplicemente splendide…

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