Alessia Cervini
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Il territorio espressivo all’interno del quale si muove con maggiore proprietà Alessia Cervini è lo spazio, inteso come luogo ideale non tanto della rappresentazione del reale quanto piuttosto del rapporto tra sguardo soggettivo e percezione del mondo.
L’autrice si pone nei confronti del visibile inseguendo chiaramente la dimensione personale della metafora della visione. In tal senso, le sue opere possiedono un’autonomia riconoscibile, una struttura in grado di disarticolare, una volta per tutte, il problema della narrazione fotografica.
Ogni immagine di Alessia Cervini potrebbe essere considerata un racconto a sé, un percorso compiuto che però lascia miracolosamente spazio alla riflessione personale. Ciò che le rende degne di interesse è proprio la mancanza di una vera motivazione narrativa, anche quando l’opera è inserita in un progetto preciso. Questo fattore fornisce una sana molteplicità di direzioni al lavoro della fotografa, la quale opera come se il suo sguardo fosse una sorta di periscopio della propria incoscienza. Nonostante l’organizzazione formale delle sue immagini, in qualche caso particolarmente concentrata sulle regole della composizione e dunque apparentemente razionale, si avverte infatti un legame positivo ed enigmatico tra gli spazi ripresi e la sfera dell’inconscio.
Quello messo in atto da Alessia Cervini è di fatto una ricerca che sfocia inevitabilmente nello sguardo dentro di se che poi viene proiettato visivamente all’esterno. Non importa verso quale ambiente la fotografa rivolga il suo obiettivo. La sostanza del suo agire fotografico, infatti, riguarda una concezione della fotografia che tendenzialmente è di pertinenza dell’estetica, intesa come condizione ideale della sfera della sensibilità.
Alessia Cervini agisce, dunque, affrontando un doppio percorso: quello che riguarda una sincera esigenza di comunicazione verso l’esterno e quello nell’ambito del quale la fotografia si fa strumento di autoanalisi, territorio di ricerca privato nel quale rivelare delicatamente al mondo se stessa.
Per i motivi appena espressi, la fotografia di Alessia Cervini non muta la sua natura a seconda della tecnica utilizzata. Che scatti grazie a una macchina analogica, con una digitale o tramite il foro stenopeico, che utilizzi il bianco e nero o il colore, il cuore della sua fotografia è sostenuto dal medesimo atteggiamento di svuotamento del proprio io verso l’esterno. È uno svuotamento che non implica però la creazione di opere bloccate solo sulla metaforizzazione dell’Io dell’autrice. Tutt’altro. Quando ci si raffronta con le sue opere più significative, chi guarda rimane libero di sviluppare un proprio percorso di senso. Succede quindi che lo sguardo di Alessia Cervini e quello del fruitore prendano strade diverse ma che incredibilmente possano incontrarsi sul terreno comune del sentimento del vedere.
La fotografa romana non può che continuare con rigore lungo questa strada (la sua strada). La questione centrale della sua creatività artistica riguarda, dunque, la costanza con la quale in futuro saprà indirizzare la sua poetica e il suo stile, elementi che per divenire totalmente autonomi dovranno essere articolati dalla talentuosa autrice con la dovuta libertà creativa. Fattore, quest’ultimo, di cui abbiamo certezza.
©Maurizio G. De Bonis / ©Punto di Svista 11/2009 – 06/2010
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