Orith Youdovich
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Luoghi, nelle fotografie di Orith Youdovich. Ma sono solo un pretesto: stanno sulla carta per fare da sponda a rappresentazioni altre, distanti, non convenzionali, e drammaticamente invisibili. Dire ‘interiorità che si palesa’ sarebbe una mossa imprudente: sarebbe sbrigare la questione con inopinata leggerezza, lungo una linea di lettura comunque parziale e dall’esito dubbio. Esteriorità, invece, allo stato pressoché genuino, che dapprima si sdoppia e che a seguire, secondo un’incontrollabile reazione a catena, osa moltiplicarsi all’infinito.
“Così era questo posto, quando mi ci sono trovata davanti – ci dice Youdovich – e così ero io, quando lui si è trovato davanti a me”. Ma i modi in cui erano i due nel preciso istante dell’incontro sono soltanto l’inizio: un pretesto, appunto, una scusa. Esiste verosimilmente una quantità incalcolabile di universi paralleli a quello nel quale siamo convinti di stare. Se tant’è, solo il momento attuale offre accettabili margini di riconoscibilità: Il prima e il dopo rimangono aperti a smisurate e fulminee variazioni, ora oscure ora sbiadite. L’aspetto vedibile di qualsiasi elemento, sicché, non ha valore cogente che entro i limiti dell’attimo: strettissimi nello scorrere dell’esistenza, eppure dilatati nella fissità di un fotogramma.
Ma è addomesticabile il tempo? Sebbene prodigiosa, l’espansione del momento concessa dalla fotografia non basta mai a sciogliere il dilemma. Il sollievo avvertito dall’osservatore è ogni volta pericolosamente simile e prossimo al brivido di una vertigine: la medesima che si proverebbe in una stanza con due specchi su pareti contrapposte. Le invisibili rappresentazioni suscitate dalle campiture perlopiù monocrome dell’autrice israeliana/italiana, allora, non sono altro che questo: ipotesi elaborate dal subconscio circa mutazioni della forma in ciascuno degli istanti che da quell’unico preferito si dipanano, all’indietro o in avanti.
Perfino la scelta, del resto, nel processo creativo di Orith Youdovich, sembrerebbe muovere da una sorta di fluida inconsapevolezza: la relazione col soggetto è paritaria. Lo sdoppiamento iniziale significa trovarsi a vicenda senza essersi cercati. E in effetti lei non esegue serie di vedute programmandone a priori il dove e il perché, né cataloga i risultati ottenuti associando alle immagini titoli o didascalie. Intuisce, piuttosto: si lascia folgorare dall’imprevisto anonimato di strade periferiche, dalla vaghezza di spiagge deserte, dal quasi nulla di spazi dimenticati o semplicemente ignorati. E quando la pulsione dell’invaghimento sensoriale la sospinge al culmine di un reciproco guardarsi, passa all’azione. Non scattare fino a che la scena sia al sicuro dall’insidia di trite sovrastrutture di maniera è la norma chiave di una disciplina d’autocontrollo che entra in gioco e difficilmente la abbandona.
Quell’esteriorità pura, duplicata nell’incontro e poi effusa e diversificata grazie alla forza evocatrice dell’impressione fotosensibile, assume così i nobili connotati di categoria dello spirito. La forma atteggiata a concetto è energia visionaria che salva da ogni sterile presunzione di coerenza. Nessun luogo e nessuno stato d’animo sono uguali a loro stessi: solamente, nel tempo, può capitare che gli uni incrocino gli altri, come per inattesa rivelazione di un’affinità elettiva. Su questo Orith Youdovich riaccende il nostro pensare; e lo fa da artista autentica e sottilissima: parlando di se stessa, ma a nome di chiunque.
© Carlo Gallerati
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Il sito di Orith Youdovich
Spazi fisici, luoghi della mente. Immagini contemporanee. Dialoghi sulla fotografia (dialogo tra i fotografi Samuele Bianchi e Orith Youdovich
Un commento
Samuele
2 febbraio 2010
Cosa ho capito dalle foto di Orith? cosa riconosco di me nelle sue fotografie?
Mettere ordine, sottolineare la volontà di esistere a dispetto di tutti quegli avvenimenti che mi contrariano.
Gli elementi che appaiano nelle immagini di Orith, vorrei prenderli in mano e spostarli, per dare una nuova distribuzione, con la consapevolezza che prima o poi potrei ritornare da dove sono partito.
Samuele
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