Alfredo Covino

Una roccia domina un territorio aspro, collocato in una dimensione ambientale apparentemente astorica. Una donna, il capo coperto di bianco, si ferma, lancia il proprio sguardo verso l’orizzonte, cerca forse una possibile sensazione di libertà, una pacificazione che mai i suoi occhi hanno potuto percepire. Quattro uomini seduti scrutano la loro terra, riflettono probabilmente sulla loro condizione di individui scissi tra la saldezza delle loro radici e la destabilizzante forza del potere che vorrebbe addomesticare i loro sentimenti più intimi.
Si tratta di tre fotografie emblematiche che rappresentano alcuni elementi di base di un rigoroso sistema di comunicazione. In questi casi, è chiaramente oltrepassata la prevedibile concezione delle immagini legata alla questione dei messaggi e dei contenuti. Siamo, infatti, in presenza di veri e propri significanti. La forma in queste fotografie diviene, inoltre, struttura portante di un metodo creativo nel quale ciò che conta è il sentire profondo dell’autore, guidato in tal senso da un impulso estetico (in senso etimologico) connesso a un’impostazione visiva libera dai condizionamenti del mercato (della fotografia), da luoghi comuni legati a un’idea bloccata dell’informazione visuale.

Alfredo Covino, artefice delle tre opere sopra descritte, è fotografo di provata sensibilità. La sua tendenza è quella di rapportarsi ai luoghi e alle persone cercando di evitare di utilizzare lo sguardo rapace che contraddistingue gran parte della produzione fotografica mondiale legata alla cosiddetta rappresentazione del reale.
La diversità autoriale di Alfredo Covino consiste nella sua capacità non tanto di raccontare qualcosa in modo anticonvenzionale, quanto piuttosto di entrare in una sorta di sintonia, questa sì reale, con il mondo che lo circonda.
Il lavoro che l’autore ha effettuato nel Kurdistan turco è esemplare. Il suo sguardo è discreto, non invasivo, ideologicamente antispettacolare. Si ha la netta sensazione che Covino, in maniera saggia, arretri all’istante dello scatto e che usi la distanza come strumento di sincera volontà di comprensione dell’altro. Proprio per tale motivo, le immagini che ha riportato dal Kurdistan non comunicano al fruitore una sensazione di tensione o superficiale sofferenza. Covino procede, invece, attraverso il meccanismo dell’indagine interiore, cerca (trovandola) una concordanza esistenziale con i soggetti ripresi che riveli esteticamente i loro sentimenti più alti. Così, il legame che i kurdi mostrano nei confronti della loro terra appare certamente fisico ma a ben vedere è connotato da un vigore mentale ancor più energico rispetto all’attaccamento concreto del corpo al territorio.

Alfredo Covino inquadra individui che scrutano l’ambiente in cui sono nati e cresciuti, e facendo ciò punta delicatamente il suo obiettivo in quel punto segreto che ogni essere umano possiede nel suo animo.
Il lavoro visuale di questo autore è, in sostanza, immune dal virus di un tipo di narrazione paraletteraria che ha portato a un impoverimento della produzione fotografica contemporanea ed è altro anche rispetto a un punto di vista antropologico che spesso oltrepassa i legittimi confini scientifici che lo riguardano per divenire modello improprio del fare fotografia.
Alfredo Covino percorre coordinate espressive del tutto personali. Il suo modo di vedere la presunta realtà scaturisce da un sentimento creativo che denota una tendenza naturale a utilizzare la fotografia come mezzo di conoscenza del mondo, in senso filosofico. L’atto dello scatto è per questo fotografo il gesto finale di un processo di riflessione dai tratti profondamente umani. Dunque, per Covino la pratica della fotografia è in primo luogo territorio all’interno del quale esprimere una solidarietà vera nei riguardi di ciò che i suoi occhi catturano. È possibile affermare come il suo lavoro possieda delle caratteristiche autenticamente politiche, le quali vengono mescolate a fattori creativi che attengono anche alla sfera della poesia visuale.
Per questi motivi, il risultato del suo “perdersi” nel Kurdistan turco non è legato agli stilemi del reportage, i quali anzi sono chiaramente negati. Rappresenta invece la visualizzazione evocativa di un’allusione a ciò che di più indecifrabile ed enigmatico possa albergare nell’essere umano: il rapporto imperscrutabile tra la propria coscienza e la collettività che casualmente lo ospita nel suo passaggio terreno.

©Maurizio G. De Bonis / Punto di Svista

NOTA
Il testo qui riprodotto è stato scritto in occasione della mostra Terra sospesa, allestita a Roma presso Officine Fotografiche e curata da Punto di Svista. La selezione di immagini ora pubblicata comprende fotografie presentate in Terra Sospesa, incentrate sul Kurdistan turco, e lavori effettuati dall’autore in Moldova e in Argentina.
Dal punto di vista dello stile, visuale e compositivo, tutti gli scatti presentano un’uniformità linguistica che li accomuna in un unico sguardo sul mondo caratterizzato da una chiara tendenza alla riflessione sul concetto di raffigurazione della realtà.

Tutte le immagini fanno parte dell’archivio dell’agenzia On/Off.

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