3 commenti


Lorenzo

18 gennaio 2010

Viene da pensare che celano i volti dei bambini bianchi perché inevitabilmente figli di un pensiero strettamente occidentale.
Questo modo di fare porterà danni permanenti nelle loro vite, difatti saranno condannati a pensare nella stessa identica maniera dei loro genitori.
E quest’ultimi, in un breve rigurgito di umanità, se ne vergognano.


Daniele Federico

20 gennaio 2010

Grazie dell’articolo, apre la discussione su un tema importante.

Le copertine sono delle leve fortissime nell’editoria. E in tempi di crisi, credo che certe considerazioni etiche vadano purtroppo in secondo piano.
Dal mio punto di vista il fotogiornalista fa un lavoro in cui non dovrebbe rifiutare nulla al proprio obiettivo, lui deve catturare anche l’inguardabile. Sta poi al photo editor o art director o caporedattore dare una linea al tutto, dare al giornale un’identità forte e riconoscibile. Sta poi al lettore scegliere la pubblicazione che esprime al meglio il suo modo di vedere.

Il punto dell’articolo che appoggio in pieno è quello di mostrare un bimbo di colore sì e il bimbo bianco no… retaggi razziali inqualificabili.


alfredo covino

20 gennaio 2010

Porterei fin da subito la questione sul piano dell’utilizzazione delle immagini e quindi punterei leggermente il dito verso i direttori di giornali e su chi economicamente alimenta l’informazione. Sappiamo tutti bene cosa è diventata l’informazione ai giorni nostri. Uno strumento di dominio. Direi che il problema, o la questione dei photo editor, personalmente non mi interessa, la loro figura è come l’impiegato delle poste, se il direttore decide una cosa il suo impiegato sarà costretto a fare ciò che il direttore gli ha ordinato. Tutto qui.

Di per sé non sono persone libere di agire con la propria mente, ma questo è un’ altro discorso. Penso anche però, e lasciatemelo dire, che la maggior parte dei photoeditor non amino la fotografia, non la studino, non approfondiscano la questione del linguaggio visivo e, nella maggioranza dei casi, non abbiano mai compreso cosa significhi “fare fotografia” ma si sono semplicemente adeguati alle direttive dei loro superiori. Bisogna capire quanto un direttore di un giornale sia capace di valutare o argomentare un lavoro fotografico. Quindi, fotografia intesa come strumento di dominio delle menti umane, come la televisone, più o meno.

Io sono d’accordo che questo tipo di immagini hanno il solo scopo di consolare un certa classe “ricca” che ha sempre bisogno di allontanarsi dal mondo dei poveri e dalle tragedie che, difatti, non li riguardano. Partendo dal presupposto che le tragedie si possono “tentare” di rappresentare anche senza delle “foto oscene” , rispondo a Maurizio dicendo che nella mente di alcuni fotografi per me non cè nulla, c’è una sorta di vuoto, un’incapacità di esprimersi attraverso il mezzo fotografico. Ciò è molto evidente se si guardano attentamente le immagini di Haiti, ma non solo. Sembrano scattate tutte dallo stesso fotografo.

Prima di interrogarsi se un fotogiornalista debba o no fotografare tutto, anche l’inguardabile, bisognerebbe chiedersi come lo si fà , con quale grado di consapevolezza di ciò che si ha di fronte. Se un essere umano viene estratto da un palazzo crollato e sta per morire o è gravemente ferito (guerra o altro), questo essere umano esige rispetto anzi il massimo del rispetto visto che si trova in una situazione di estremo disagio. Quanto è importante quella fotografia ( bambino con viso insanguinato)? Cosa aggiunge in più all’informazione ? Qualcuno me lo può dire ? Abbiamo idea o no di quanto materiale visivo ( tv, fotografia, video) ci è passato davanti ? Quante atrocità e tragedie abbiamo già visto ? Cosa è successo dopo questo flusso continuo ? Forse qualcuno si è commosso è ha mandato in Africa o in Brasile un po’ di aiuti umanitari ? Problema risolto?

Ma non mi vengano a raccontare cose tipo che una certa fotografia serve affinchè stimoli questi interventi umanitari; chi dona qualcosa lo fa a prescindere dalle immagini che guarda. Non sarebbe il caso invece di mantenere la “giusta distanza” e tentare di rappresentare quella tragedia dal punto di vista umano e non commerciale ? Cioè non essere ossessionati dallo spettacolo della violenza che non porta a nulla e invece provare, attraverso un proprio e autonomo linguaggio, ad avvicinarci in maniera vera e umana agli altri? Senza essere strumento di nessuno, capaci ancora di instaurare dei rapporti umani.

Un fotogiornalista per me, a volte, dovrebbe fermarsi e riporre la propria macchina nella borsa, forse anche i direttori potrebbero cambiare strada e adeguarsi alle varie visioni autonome. Ma bisogna crederci e liberarsi dalle sovrastrutture e dai codici imposti e chiaramente non rimanere attaccati all’idea che il fotogiornalista possa fare tutto , ma chi sarà mai costui?

Concludo con la questione che riguarda il colore della pelle. Per me è semplice , si chiama razzismo dell’ informazione.

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