Chris Rain

Nessun racconto convenzionale pseudo-letterario. Imprevedibile direzionalità dello sguardo. Campo visibile raffigurato come “luogo della mente”. Fuga nell’abisso di sé. Ricerca della dimensione “altra” della sfera interiore. Inquietudine e sogno. Si tratta di un’architettura espressiva che si manifesta in assenza della fotografia, se intendiamo per fotografia quell’insieme di codici, schemi narrativo/compositivi e chincaglieria para-professionistica che quasi sempre infesta la produzione contemporanea.
È l’architettura alla base della cifra poetica di Chris Rain, autore anti-accademico, espressivamente anarchico, concettualmente libero dalla gabbia delle ovvietà precostituite.
La sua giovane vicenda artistica, ancora oggi in evoluzione, lascia trasparire con chiarezza la tipologia della sua azione creativa. La sua non fotografia, concepita appunto come fotografia liberata, rappresenta una sorta di volontà di deriva che trova la sua sostanza nell’esplorazione della stratificazione della visione. Le opere di Chris Rain, sono in tal senso, pluridimensionali, in senso filosofico-compositivo. Non bisogna cercare nei suoi lavori un significato, la presenza di un messaggio, un’impostazione di tipo contenutistico. Ciò che invece caratterizza la sua produzione è proprio la putrefazione del senso, la devastante frammentazione degli equilibri estetico-formali precostituiti, la sana mancanza di una struttura.
La mancanza, abbiamo detto. E poi il vuoto, l’incertezza, l’incubo, il fluire incontrollato di sensazioni e impulsi. Quella di Chris Rain è una non-fotografia fantasmatica, che si auto-palesa in un percorso a ritroso. I flussi visuali, come echi di un mondo imperscrutabile, rimbalzano sugli occhi dell’autore (più probabilmente sul vero organo di ricezione visiva, cioè il cervello), si ricompongono in maniera imprevedibile, si manifestano come incubi inevitabili.
Le immagini dunque generano l’autore, il quale si lascia attraversare e diviene macchina-filtro di un universo poetico non controllabile. Di più. Le immagini di Rain sognano il proprio autore, in un processo erotico in loop, nel quale non c’è differenza tra sguardo, sogno, immaginazione e mondo circostante.
La tendenza di Chris Rain è quella di assecondare l’oscura natura della fotografia, che nulla a che fare con la fotografia tradizionale, sempre e comunque legata alla madre-pittura, alla sorellastra-letteratura, all’amante, mortifera e castrante, socio/antropologia.

L’opera di Rain è molto più vicina al delirio cinematografico che al racconto letterario, è emersione di una memoria che pur partendo da uno spunto individuale procede, grazie a un impazzimento direzionale, ad autentici cortocircuiti visivi, verso un territorio collettivo e condivisibile.
La memoria come risultato inevitabile della condizione degli esseri umani, divisi tra la rassicurante presenza dei codici e la sconfortante evidenza del nulla. L’azione creativa di Rain non teme l’abisso anzi lo considera territorio di verità, opposto al territorio della menzogna, cioè alla realtà.
Così, anche i suoi luoghi privati, i suoi sguardi pieni di stupore, finanche il suo corpo divengono tessere di un mosaico che testimonia la sua assenza, la nostra assenza, e l’assenza (per fortuna) della fotografia.
Il bianco e nero che attraversa la sua esperienza espressiva diviene la scia significante della sua, seppur neonata, poetica, quest’ultima declinata senza banali articolazioni linguistiche, fini a se stesse. Sfocature, mossi, angolazioni delle inquadrature, bruciature, divengono elementi di una mappa della percezione e manifestazioni di pura immaginazione.
Rain sembra comunicarci con le sue opere un catalogo senza direzione, senza inizio e senza fine, di possibilità creative nonché la forza di una produzione autoriale che non è frutto di un acculturamento elitario ma umana predisposizione alla perdita di sé.

©Maurizio G. De Bonis / ©Punto di Svista


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Il sito di Chris Rain

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