L’uomo nero. Un film di Sergio Rubini
In una stanza di ospedale, un uomo sta morendo: il figlio, venuto da lontano, si precipita dall’anziano padre e riesce a cogliere le sue ultime, divertite e sibilline, parole. Inizia così L’uomo nero di Sergio Rubini, un film fantasiosamente autobiografico, a tratti visionario, ironico e divertente, sintesi riuscita dei precedenti La stazione (1990) e Colpo d’occhio (2007).
Di fronte alla morte del genitore, il protagonista, un uomo (Fabrizio Gifuni) di nome Gabriele, salutato dai paesani come un personaggio di successo, si trova a dover fare i conti con il passato e gli insegnamenti paterni. Si rivede bambino e ricorda la sua infanzia, con la rassegnata madre (Valeria Golino) e con il padre Ernesto (Rubini stesso), capostazione frustrato e aspirante pittore, con una grande passione per Cezanne. Il povero Ernesto lotta con tutto se stesso per affermare la sua arte ma, ogni volta, finisce vittima dei pregiudizi e dell’immobilismo di provincia, incarnati dal presuntuoso critico e dall’avvocato (Maurizio Micheli) del paese. Gabriele bambino non capisce l’entusiasmo e l’ostinazione paterna per la pittura e preferisce la compagnia dello zio (Riccardo Scamarcio), scapolo allegro e scanzonato.
La situazione precipita in occasione dell’ottavo compleanno del piccolo, quando, dopo una mostra fallita, l’irriducibile Ernesto continua a riproporre il suo soggetto preferito, un autoritratto di Cezanne, all’insensibile critico locale. Gabriele adulto scoprirà, infine, che il padre non avrebbe, in ogni caso, potuto averla vinta con l’impietoso critico. Quest’ultimo, soltanto al funerale, riconoscerà il talento di Ernesto: “Era bravo pure a pittare… Peccato che lasciò perdere.”
Potrebbe sembrare che a Rubini interessi polemizzare con il mondo della critica: in realtà, il tema vero del film è il rapporto padre-figlio, l’elaborazione del lutto e il recupero di una figura paterna positiva. Quando, nel finale, Gabriele incontra al cimitero il fantasma del padre che, con leggerezza, dice: “Mi dovrei rimettere a pittare”, le incomprensioni passate sono, ormai, del tutto superate.
Un’opera godibile e tenera, impreziosita dalla fotografia di Fabio Cianchetti e dalla rappresentazione, con echi felliniani, delle fantasie del bambino che osserva prender corpo i sogni della madre, immagina lo zio tanto amato nei panni di Cezanne e vede, persino, animarsi l’Arlecchino del grande pittore. Unico neo di questo bel film è la musica di Nicola Piovani che, riproponendo atmosfere e suoni già sentiti, provoca nello spettatore una sorta di spiazzamento e di confusione emotiva.
©Punto di Svista
TRAMA
Gabriele fa ritorno dopo diverso tempo al suo paese natale, poiché il padre non si trova in buone condizioni di salute. L’incontro con il padre morente e le ultime parole di quest’ultimo lo riporteranno indietro negli anni ’60, quando Gabriele viveva insieme ai genitori e allo zio Pinuccio. Questo ricordo consentirà a Gabriele di scoprire delle importanti verità sul suo genitore.
CREDITI
Titolo: L’uomo nero / Regia: Sergio Rubini / Sceneggiatura: Domenico Starnone, Carla Cavalluzzi, Sergio Rubini / Fotografia: Fabio Cianchetti / Montaggio: Esmeralda Calabria / Scenografia: Luca Gobbi / Musica: Nicola Piovani / Interpreti: Sergio Rubini, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Riccardo Scamarcio / Produzione: Bianca Film, Rai Cinema / Distribuzione: 01 Distribution / Anno: 2009, Italia /Durata: 110 minuti
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