Massimiliano T. Rezza

Scie luminose, apparizioni fantasmatiche, spazi indistinti, ambienti indecifrabili, inspiegabili esplosioni, un senso misterioso di solitudine. I corpi si manifestano nell’impalpabilità del sogno o nell’improvvisa crudezza del dettaglio, i luoghi si palesano come emersione incontrollabile di significanti, la realtà si disperde nel mare dell’imperscrutabile.
Le opere di Massimiliano T. Rezza possiedono una caratteristica centrale: sono atemporali, astoriche, oniriche, organizzate visivamente sulla composizione automatica di paesaggi oscuri, quasi privi di un vero collegamento con il mondo. Rezza dispone il suo dispositivo creativo non sul piano della raffigurazione del reale ma su quello della dimensione evocativa che attinge in modo inequivocabile all’universo della memoria. Nel lavoro di Rezza però memoria non sembra essere sinonimo di ricordo quanto piuttosto territorio sensibile, e soprattutto condivisibile (dunque anche collettivo), nel quale è innestata la (sua) condizione umana. Angoscia, paura, tensione verso la sfera dell’incognito, eros e thanatos, contrasto tra fisicità e amaterialità. Tutto ciò comunicano le immagini di Rezza. Iniziare un percorso percettivo nell’ambito del suo lavoro implica la scelta chiara dell’abbandono del significato per percorrere il cammino ben più arduo del sentimento intuitivo, dell’estetica affrancata dal concetto di “bellezza artistica”. Anche quando il suo obiettivo è indirizzato verso i luoghi della città in cui vive, si avverte con nettezza l’alterità dello sguardo di Rezza. L’autore, infatti, opera nella sfera della differenza, cioè si esprime in quel territorio libero e visionario che rappresenta il salutare scarto esistente tra mondo visibile e dimensione filosofico-interiore.

È proprio l’impianto stilistico che si autodetermina in questa dimensione creativa che permette alle sue fotografie di navigare nell’oceano della differenza. Bianco e nero fortemente sgranato, evidenti zone di oscurità, sfocature e mossi, inquadrature quasi impossibili da catalogare, inopinati fasci di luce che amplificano l’enigmaticità della visione. Disorientamento, straniamento, stordimento. Tale architettura creativa non genera però una semplicistica spettacolarizzazione horror del mondo. Questo clima visuale allude più all’impostazione formale del cinema del primo Lynch (Eraserhead) e, andando indietro, anche alla dilatazione espressionista e allo stupore arcaico del cinema delle origini.
In tal senso, Rezza ha evidentemente metabolizzato (consciamente o inconsciamente non importa) più che la storia della fotografia (a parte alcuni echi dell’opera di Antoine d’Agata) quella del cinema e di certa pittura legata alla lezione di Munch e Kokoschka, specie per quel che riguarda la raffigurazione della figura umana. Ed è proprio tale questione che fornisce al suo lavoro una complessità e una forza che non è facile riscontrare nella produzione fotografica italiana contemporanea. Rezza invece non riproduce nulla, semmai è rappresentato egli stesso dalle sue immagini. È agito dalle proprie opere, cioè restituisce al fruitore sotto forma fotografica la sua stessa condizione di individuo alla continua ricerca di una direzione che però subisce sempre provvidenziali interruzioni, deviazioni, slittamenti. Sono le immagini stesse che si manifestano allo sguardo libero di Rezza, il quale non fugge di fronte all’imperscrutabile evanescenza dell’esistenza ma sceglie di divenire veicolo e strumento di comunicazione di tale irrisolvibile questione.

In quest’ultimo aspetto consiste il fulcro dell’architettura poetica di Massimiliano T. Rezza, cioè nella disperata sincerità della sua opera, nel tentativo spesso riuscito non di ricostruire in modo artificiale e fittizio il mondo, non di raccontare storie impossibili da riferire, ma di essere posseduto dal quel groviglio inestricabile e labirintico che è l’esperienza umana soggettiva collocata nel magma della collettività.

©Maurizio G. De Bonis / ©Punto di Svista

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