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	<title>Commenti a: Appunti disordinati di un critico in cerca della critica</title>
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		<title>Di: massimo gurciullo</title>
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		<dc:creator>massimo gurciullo</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 19:52:35 +0000</pubDate>
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		<description>Il fatto fondamentale  è che questo paese  mostra  di avere  ancora parecchi problemi con la cultura fotografica che viene vista come una cosa &quot;a parte&quot;. In Italia esiste l&#039;arte e poi esiste la fotografia.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il fatto fondamentale  è che questo paese  mostra  di avere  ancora parecchi problemi con la cultura fotografica che viene vista come una cosa &#8220;a parte&#8221;. In Italia esiste l&#8217;arte e poi esiste la fotografia.</p>
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		<title>Di: massimo gurciullo</title>
		<link>http://www.puntodisvista.net/2009/11/appunti-disordinati-di-un-critico-in-cerca-della-critica/comment-page-1/#comment-57</link>
		<dc:creator>massimo gurciullo</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 19:46:49 +0000</pubDate>
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		<description>il critico nelle vesti di studioso dell&#039;artista,e ,anche, di se stesso sarebbe una condizione più interessante,purtroppo è piuttosto raro.Di solito si assiste alle passerelle di personaggi che definire ambigui è  far loro un complimento.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>il critico nelle vesti di studioso dell&#8217;artista,e ,anche, di se stesso sarebbe una condizione più interessante,purtroppo è piuttosto raro.Di solito si assiste alle passerelle di personaggi che definire ambigui è  far loro un complimento.</p>
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		<title>Di: Alessandro Vescovo</title>
		<link>http://www.puntodisvista.net/2009/11/appunti-disordinati-di-un-critico-in-cerca-della-critica/comment-page-1/#comment-56</link>
		<dc:creator>Alessandro Vescovo</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 23:37:59 +0000</pubDate>
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		<description>Accipicchia...veramente interessante il dibattito scaturito dall&#039;articolo di Maurizio! Da ciò emerge uno spaccato di riflessione sulla nostra sconfortante situazione contemporanea in cui Samuele, Alfredo e Massimo (non i critici, che forse nella fotografia non esistono, o meglio, che snobbano chi li critica), mostrano tutto il loro disagio nel fare fotografia in un mondo ingessato dalle oligarchie dei potentati e degli intermediari.
Devo dire che le loro considerazioni mi hanno davvero commosso ed in molti loro passi mi ci sono rispecchiato. E&#039; confortante che essi perseguano la via della propria autenticità (strada difficilissima ma certamente l&#039;unica praticabile se si vuole essere autori liberi) rifiutando l&#039;adeguamento ai modelli imperanti della nostra cultura, incentrati essenzialmente nella competizione selvaggia, nella contrapposizione sleale e nella prostrazione delle individualità (la guerra di Samuele). 

E&#039; proprio vero che questa cultura ci ha letteralmente &quot;spaccato&quot; mettendoci l&#039;uno contro l&#039;altro, con l&#039;inganno e la paura innestata dai &quot;pochi&quot; che vogliono sempre il controllo ed il potere delle persone. Ma cosa fa veramente paura a loro? Non è proprio l&#039;autonomia di pensiero e la capacità di guardare con i propri occhi ciò che ci circonda, in poche parole la soggettività dell&#039;autore? Certo che sì! I veri autori, artisti o più semplicemente i liberi pensatori o meglio i &quot;creativi culturali&quot; (termine coniato dal filosofo contemporaneo Ervin Laszlo) col loro modo di vedere personale spazzano via le illusioni imperanti. Ecco perché a mio avviso viene sempre osteggiato il nuovo, il singolare, il soggettivo, perché fa vacillare gli interessi precostituiti dei potentati che invece hanno tutto l&#039;interesse all&#039;autoconservazione. Come rispondono questi poteri (economici, partitici, finanziari, religiosi, sindacali, corporativi e culturali - i famosi intermediari) a questi pericoli? Ovviamente con metodi sofisticati, che non sono più la semplice violenza repressiva, ma l&#039;esclusione, la ghettizzazione, lo scherno, la disinformazione e la chiusura di qualsiasi speranza per il proprio futuro. Ma quanto durerà questa loro potenza? Penso che gli effetti della loro crisi siano impietosamente sotto i nostri occhi, anche se loro fanno del tutto per negare ciò.

Scusate se non ho fatto una panoramica prettamente fotografica, ma personalmente mi riesce sempre più difficile suddividere le implicazioni fotografiche con quelle culturali, sociali ed antropologiche che in realtà sono estremamente interconnesse. Non credete, infatti, che il medium fotografico sia solo un pretesto (come sicuramente le altre forme espressive) per indagare su se stessi e su quello che ci circonda?

Volevo concludere descrivendo con un esempio interessantissimo su quello che auspico sia la corretta dialettica tra critico ed autore. L&#039;esempio è la mostra &quot;Experience #1&quot; con le foto di Pietro D&#039;Agostino e la cura di Maurizio De Bonis, svoltasi questo novembre a Roma, presso la galleria Gallerati. Qui c&#039;è stata un&#039;ottima collaborazione, dove l&#039;autore ha fatto il suo lavoro di esprimere se stesso e la propria verità sulle cose, ed il critico di indagare sapientemente le potenzialità dell&#039;autore, mettendone sorprendentemente in risalto caratteristiche che l&#039;autore stesso non ne era pienamente persuaso. Questo tipo di critico non dovrebbe essere come il professore ideale delle nostre scuole, che invece di impartire insegnamenti e nozioni inutili, invece è un abile studioso che da gli strumenti e gli orientamenti giusti per far sviluppare le potenzialità singolari che ogni individuo-allievo ha?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Accipicchia&#8230;veramente interessante il dibattito scaturito dall&#8217;articolo di Maurizio! Da ciò emerge uno spaccato di riflessione sulla nostra sconfortante situazione contemporanea in cui Samuele, Alfredo e Massimo (non i critici, che forse nella fotografia non esistono, o meglio, che snobbano chi li critica), mostrano tutto il loro disagio nel fare fotografia in un mondo ingessato dalle oligarchie dei potentati e degli intermediari.<br />
Devo dire che le loro considerazioni mi hanno davvero commosso ed in molti loro passi mi ci sono rispecchiato. E&#8217; confortante che essi perseguano la via della propria autenticità (strada difficilissima ma certamente l&#8217;unica praticabile se si vuole essere autori liberi) rifiutando l&#8217;adeguamento ai modelli imperanti della nostra cultura, incentrati essenzialmente nella competizione selvaggia, nella contrapposizione sleale e nella prostrazione delle individualità (la guerra di Samuele). </p>
<p>E&#8217; proprio vero che questa cultura ci ha letteralmente &#8220;spaccato&#8221; mettendoci l&#8217;uno contro l&#8217;altro, con l&#8217;inganno e la paura innestata dai &#8220;pochi&#8221; che vogliono sempre il controllo ed il potere delle persone. Ma cosa fa veramente paura a loro? Non è proprio l&#8217;autonomia di pensiero e la capacità di guardare con i propri occhi ciò che ci circonda, in poche parole la soggettività dell&#8217;autore? Certo che sì! I veri autori, artisti o più semplicemente i liberi pensatori o meglio i &#8220;creativi culturali&#8221; (termine coniato dal filosofo contemporaneo Ervin Laszlo) col loro modo di vedere personale spazzano via le illusioni imperanti. Ecco perché a mio avviso viene sempre osteggiato il nuovo, il singolare, il soggettivo, perché fa vacillare gli interessi precostituiti dei potentati che invece hanno tutto l&#8217;interesse all&#8217;autoconservazione. Come rispondono questi poteri (economici, partitici, finanziari, religiosi, sindacali, corporativi e culturali &#8211; i famosi intermediari) a questi pericoli? Ovviamente con metodi sofisticati, che non sono più la semplice violenza repressiva, ma l&#8217;esclusione, la ghettizzazione, lo scherno, la disinformazione e la chiusura di qualsiasi speranza per il proprio futuro. Ma quanto durerà questa loro potenza? Penso che gli effetti della loro crisi siano impietosamente sotto i nostri occhi, anche se loro fanno del tutto per negare ciò.</p>
<p>Scusate se non ho fatto una panoramica prettamente fotografica, ma personalmente mi riesce sempre più difficile suddividere le implicazioni fotografiche con quelle culturali, sociali ed antropologiche che in realtà sono estremamente interconnesse. Non credete, infatti, che il medium fotografico sia solo un pretesto (come sicuramente le altre forme espressive) per indagare su se stessi e su quello che ci circonda?</p>
<p>Volevo concludere descrivendo con un esempio interessantissimo su quello che auspico sia la corretta dialettica tra critico ed autore. L&#8217;esempio è la mostra &#8220;Experience #1&#8243; con le foto di Pietro D&#8217;Agostino e la cura di Maurizio De Bonis, svoltasi questo novembre a Roma, presso la galleria Gallerati. Qui c&#8217;è stata un&#8217;ottima collaborazione, dove l&#8217;autore ha fatto il suo lavoro di esprimere se stesso e la propria verità sulle cose, ed il critico di indagare sapientemente le potenzialità dell&#8217;autore, mettendone sorprendentemente in risalto caratteristiche che l&#8217;autore stesso non ne era pienamente persuaso. Questo tipo di critico non dovrebbe essere come il professore ideale delle nostre scuole, che invece di impartire insegnamenti e nozioni inutili, invece è un abile studioso che da gli strumenti e gli orientamenti giusti per far sviluppare le potenzialità singolari che ogni individuo-allievo ha?</p>
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		<title>Di: alfredo covino</title>
		<link>http://www.puntodisvista.net/2009/11/appunti-disordinati-di-un-critico-in-cerca-della-critica/comment-page-1/#comment-142</link>
		<dc:creator>alfredo covino</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Nov 2009 13:21:28 +0000</pubDate>
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		<description>Condivido pienamente l’articolo scritto da Maurizio e posso  però  soffermarmi  su alcune questioni che ritengo centrali nel discorso  affrontato.Bisogna partire da un dato certo e tra l’altro molto evidente. La critica fotografica in italia è più o meno inesistente,  questo però dipende dal fatto che esiste una buona parte di persone, i  famosi adetti ai lavori, che spingono verso una sola direzione. Questo  sistema di potere (accertato) esclude in maniera forzata chi invece la  fotografia la studia ogni giorno, chi si confronta e cerca il dialogo.
A mio parere non è ancora chiaro il senso di fare fotografia; si pensa  che sia una sorta di “gara” tra fotografi i quali nella maggior parte  dei casi pensano alla propria affermazione piuttosto che al senso che  ha il momento dello scatto, oppure alla questione del guardare in  maniera personale il mondo che li circonda. 
Il confronto quindi rimane chiuso così in questo meccanismo: ho vinto   questo, sono stato menzionato in quest’altro, ho pubblicato su quella e quell’altra rivista, domani parto per il congo, che obiettivi usi, la tua macchina fa anche il video? 
Direi di cercare di andare oltre il discorso commerciale, anche se  ognuno può fare ciò che ritiene più importante per lui ed è libero di scegliere.  Quindi non farei una divisione tra discorso economico e discorso culturale; stiamo parlando di un mezzo espressivo,  di un qualcosa che ha a che fare con il pensiero del fotografo (che è un essere umano ) e con il suo rapporto con la realtà che lo circonda.
Gli attori di cui parla Massimo ci sono ma sono volutamente emarginati, messi da parte, considerati cellule impazzite che perdono tempo ad arrovellarsi nelle loro frustrazioni.
Tutto falso, tutto controllato da chi vuole un sistema piatto, omologato e completamente separato dai rapporti umani.
Riprendo ancora le parole di Samuele. Esiste una guerra fredda, e questo lo potrei mettere per iscritto citando tutti quei casi in cui  fotografi si appropriano di idee altrui, si insinuano nei lavori che stanno svolgendo altri fotografi. I primi, tra le altre cose, sono spinti e coperti per le solite esigenze clientelari, proprio da quei cari e illustri addetti ai lavori (giornalisti, sociologi, professori, intellettuali, editori) pronti solo a giudicare il lavoro del fotografo in base a banali regolette tecniche.
A quanto pare nel nostro paese questa situazione si riproduce in maniera spropositata, d’altronde il potere ha sempre bisogno dei suoi adepti.
Questo è il rapporto che esiste ed è inutile continuare a dire che bisogna pur mangiare (ci mancherebbe), ma si mangia anche quando ci sono le “idee”, quando un fotografo, pur lavorando nel settore della moda o della pubblicità, esprime attraverso il mezzo, la propria
poetica, il proprio linguaggio autonomo.
E invece le idee mancano, non ci possono essere perché proprio quel sistema le elimina sul nascere.
La mia impressione è che siamo in presenza di un sistema che non vuole la critica, semplicemente perché attraverso la critica si può crescere, si possono sviluppare idee, può venir fuori la vera essenza della fotografia e quindi la vera essenza del fotografo.
Quello che penso è che chi non si confronta, chi diserta da certi discorsi è perché con la fotografia non ha alcun rapporto stretto.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Condivido pienamente l’articolo scritto da Maurizio e posso  però  soffermarmi  su alcune questioni che ritengo centrali nel discorso  affrontato.Bisogna partire da un dato certo e tra l’altro molto evidente. La critica fotografica in italia è più o meno inesistente,  questo però dipende dal fatto che esiste una buona parte di persone, i  famosi adetti ai lavori, che spingono verso una sola direzione. Questo  sistema di potere (accertato) esclude in maniera forzata chi invece la  fotografia la studia ogni giorno, chi si confronta e cerca il dialogo.<br />
A mio parere non è ancora chiaro il senso di fare fotografia; si pensa  che sia una sorta di “gara” tra fotografi i quali nella maggior parte  dei casi pensano alla propria affermazione piuttosto che al senso che  ha il momento dello scatto, oppure alla questione del guardare in  maniera personale il mondo che li circonda.<br />
Il confronto quindi rimane chiuso così in questo meccanismo: ho vinto   questo, sono stato menzionato in quest’altro, ho pubblicato su quella e quell’altra rivista, domani parto per il congo, che obiettivi usi, la tua macchina fa anche il video?<br />
Direi di cercare di andare oltre il discorso commerciale, anche se  ognuno può fare ciò che ritiene più importante per lui ed è libero di scegliere.  Quindi non farei una divisione tra discorso economico e discorso culturale; stiamo parlando di un mezzo espressivo,  di un qualcosa che ha a che fare con il pensiero del fotografo (che è un essere umano ) e con il suo rapporto con la realtà che lo circonda.<br />
Gli attori di cui parla Massimo ci sono ma sono volutamente emarginati, messi da parte, considerati cellule impazzite che perdono tempo ad arrovellarsi nelle loro frustrazioni.<br />
Tutto falso, tutto controllato da chi vuole un sistema piatto, omologato e completamente separato dai rapporti umani.<br />
Riprendo ancora le parole di Samuele. Esiste una guerra fredda, e questo lo potrei mettere per iscritto citando tutti quei casi in cui  fotografi si appropriano di idee altrui, si insinuano nei lavori che stanno svolgendo altri fotografi. I primi, tra le altre cose, sono spinti e coperti per le solite esigenze clientelari, proprio da quei cari e illustri addetti ai lavori (giornalisti, sociologi, professori, intellettuali, editori) pronti solo a giudicare il lavoro del fotografo in base a banali regolette tecniche.<br />
A quanto pare nel nostro paese questa situazione si riproduce in maniera spropositata, d’altronde il potere ha sempre bisogno dei suoi adepti.<br />
Questo è il rapporto che esiste ed è inutile continuare a dire che bisogna pur mangiare (ci mancherebbe), ma si mangia anche quando ci sono le “idee”, quando un fotografo, pur lavorando nel settore della moda o della pubblicità, esprime attraverso il mezzo, la propria<br />
poetica, il proprio linguaggio autonomo.<br />
E invece le idee mancano, non ci possono essere perché proprio quel sistema le elimina sul nascere.<br />
La mia impressione è che siamo in presenza di un sistema che non vuole la critica, semplicemente perché attraverso la critica si può crescere, si possono sviluppare idee, può venir fuori la vera essenza della fotografia e quindi la vera essenza del fotografo.<br />
Quello che penso è che chi non si confronta, chi diserta da certi discorsi è perché con la fotografia non ha alcun rapporto stretto.</p>
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		<title>Di: massimo gurciullo</title>
		<link>http://www.puntodisvista.net/2009/11/appunti-disordinati-di-un-critico-in-cerca-della-critica/comment-page-1/#comment-51</link>
		<dc:creator>massimo gurciullo</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 18:35:29 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.puntodisvista.net/?p=743#comment-51</guid>
		<description>aggiungerei la breve intervista ad Aghate Gaillard,storica gallerista Parigina co-fondatrice di Paris-Photo,la mecca della fotografia mondiale,che quest&#039;anno ha disertato  &quot;i grandi magazzini&quot; della fotografia,l&#039;intervista è in francese pubblicata sulla mia pagina di facebook.
Il panorama è sconfortante anche  fuori dall&#039;Italia.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>aggiungerei la breve intervista ad Aghate Gaillard,storica gallerista Parigina co-fondatrice di Paris-Photo,la mecca della fotografia mondiale,che quest&#8217;anno ha disertato  &#8220;i grandi magazzini&#8221; della fotografia,l&#8217;intervista è in francese pubblicata sulla mia pagina di facebook.<br />
Il panorama è sconfortante anche  fuori dall&#8217;Italia.</p>
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