5 commenti


Lorenzo

21 ottobre 2009

“Senza la fotografia, sostengono molti, non si conoscerebbero le brutture del mondo.”

Quei molti non capiscono che al mondo non esistono solo brutture da raccontare, c’è ben altro.


Giorgio

22 ottobre 2009

Sono perfettamente d’accordo con il discorso che fai. La questione “documento reale o realistico?” è vecchia come il cucco, il pensare moderno ha stabilito che la fotografia è un documento realistico della realtà, cioè una interpretazione di essa, appunto come dicevi tu, da un particolare punto di vista, con una scelta di inclusione o esclusione dei soggetti dalla cornice dell’inquadratura.
Non condivido però l’affermazione che lavorare in una multinazionale (magari) o scattare fotografie per una azienda editoriale sia la stessa cosa, la fotografia fa comunque parte di un mercato e meno male. Non è una cosa negativa in se, non discredita quella parte di fotografia che continua a non far parte del grande mercato. Gli spazi di diffusione sono diversi, si sono diversificati nel tempo. Ma è giusto così. La sostanza è che mentre la fotografia editoriale (se parliamo di fotogiornalismo e affini) viene fruita da tutti, anche da coloro che non sono interessati alla fotografia in quanto tale, mentre il resto della fotografia si muove in ambiti di persone che ne sono profondamente interessati. Questo fa si che popolarmente (comunemente) quando si pensa alla fotografia la si consideri principalmente in ambito editoriale. Ovviamente sono d’accordo con te, la fotografia è molto altro e molto altrove. Non sono d’accordo nel catalogare l’editoria (le case editrici, i giornali) sotto unica etichetta “sanguinari”. Vengono pubblicate storie di ogni genere, sulla vita o sulla morte, sul bene e sul male. La cosa che conta è la storia ed è il mercato che stabilisce cosa è interessante e cosa meno. Ma è da sempre stato così per ogni lavoro e per ogni forma d’arte. Non demonizzerei il fatto che molti siano più attratti dall’adrenalina che dal raccontare realmente delle storie. I superficiali sono sempre esistiti, ci sono sempre stati fotografi che lo fanno per mostrare le foto agli altri e sentirsi dei fighi solo per aver mostrato di essere stati in situazioni difficili. Ma il vero soggetto dell’immagine qual’è? Il fotografo o il soggetto reale?
Ad ogni modo siamo in una fase di transizione anche sulla rappresentazione dei conflitti. Ma credetemi, dietro le quinte si produce veramente di tutto e in quantità inimmaginabili.


Lorenzo

25 ottobre 2009

L’impressione è che oggi sia cambiato il sistema.
Fondamentale non è più lo sguardo d’autore, ma quello d’editore.

Che andasse lui allora a fare le foto.


Pietro D'Agostino

25 ottobre 2009

da questo intervento di giorgio è scaturita una domanda fondamentale che direttamente o indirettamente, ci interessi o meno, coinvolge tutti, riguarda direttamente la percezione della realtà che ci circonda, compresi noi stessi;

” ma il vero soggetto dell’immagine qual’è? il fotografo o il soggetto reale? ”

potrei farne un’altra che paradossalmente pone lo stesso interrogativo;

” possiamo tramutare la nostra consapevole visione etica ed estetica in immagini d’esperienza? ”

mi affido per primo una riflessione su questo argomento e lo lancio come spunto di dibattito.

pietro


Fabiano Avancini

30 ottobre 2009

Complimenti Maurizio, lasci sempre spunti interessanti. Personalmente trovo indegna la piega che la fotografia ha assunto in Italia. Mi riferisco alle agenzie che sopportano i vari Corona o gentaglia simile, vedi anche Masi nel recente caso Marrazzo.
Prima di parlare di etica e deontologia dovremmo parlare di onestà intellettuale, se non solamente di onestà. In un anno che vede in liquidazione l’agenzia Grazia Neri, che mai avrebbe proposto video o foto simili, credo, mi auguro, percependole come al limite del pornografico, si impongono un paio di riflessioni.
Sul mestiere, sulla professione e sulla passione della fotografia.
Il mestiere è facile da fare, la professione è dolorosa da sopportare e la passione può portare ad eccessi d’ira difficili da gestire. Roba da respiro zen.
Ma vedendo lo scempio della nostra cultura credo sia come parlare del garofano da mettere all’occhiello del cadavere, made in Italy.
Personalmente credo che l’Italia sia vuota e ho deciso altri percorsi per le mie foto, forse l’ho già detto da qualche parte. Per esempio: ho fatto di recente una mostra fotografica in Africa, soggetto l’alfabetizzazione 2005, ho venduto diverse foto, ho raccolto qualche migliaio di euro che ho lasciato in beneficenza a sostegno dei progetti di alfabetizzazione nel paese. In un periodo di crisi servono di più in Africa.
Sono stati tutti molto contenti perchè le immagini erano positive, e i soldi veri.

http://www.labo.it/ctc.html

http://www.labo.it/press/angola/alfabeto/close_the_circle/index.html

Se pago una modella qui per certi lavori non vedo perchè non posso pagare una ong che aiuta i miei soggetti (finanziandomi da solo: le ong i soldi li devono spendere per i soccorsi e non per il fotografo).

@Pietro: è la vecchia domanda della realtà specchio del fotografo o fotografo specchio della realtà etc. In questo gioco di specchi riflessi credo che se nella foto si vede più fotografo che soggetto: è un immagine autoreferenziale, manierista.
Quando invece un fotografo, e ce ne sono pochi, riesce a dimenticarsi del sè, per aderire al suo soggetto nella maniera migliore: si attiva il prisma che potenzia la visione consapevole, etica ed estetica, dell’esperienza. C’est tout.
Buonanotte!
f.

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