Di me cosa ne sai. Un film di Valerio Jalongo
La dice lunga un regista che si presenta così: faccio l’insegnante e il cineasta intermittente. E’ la scena iniziale di Di me cosa ne sai. Inchiesta su un grande mistero italiano che introduce gli spettatori in un archivio polveroso di un coraggioso produttore indipendente, che prima di essere costretto alla chiusura ha portato sul grande schermo i maggiori successi italiani fino agli anni ‘60 e che è parente del regista Valerio Jalongo.
Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2009 (Giornate degli Autori/Venice Days), Di me cosa ne sai usa tutti casi reali e storie vere per raccontare – con passione, curiosità ed un filo di dramma – l’agonia del mercato della cinematografia italiana, alternando spezzoni di film celebri e celebrati (tra cui Salò di Pasolini, Casanova di Fellini, Malizia, e tanti altri). Alla fine del film tutto sarà assai chiaro: sapremo chi ha ucciso la nostra industria più fiorente e perché.
Dino De Laurentiis afferma, per la prima volta, che gli americani si comprarono la morte del cinema italiano sottobanco, con la legge del socialista Corona che impose la italianità di attori, produttori e lingua dei nostri film, rendendoli di fatto non esportabili. Giovani registi di successo come Paolo Sorrentino diranno che in Italia c’è un concorso di colpa tra registi e soprattutto produttori. Grandi maestri come Fellini, che dedicò gli ultimi anni (e tante carte bollate) a combattere Berlusconi e la sua TV commerciale, diranno in tutte le salse che è lui il grande assassino del mercato del cinema. Quel Berlusconi che, oltre a concentrare il mercato dei diritti tra la sua Medusa e la Rai, spinse per il taglio dei film con le pubblicità e, grazie all’irrealtà dei suoi palinsesti, forgiò poi quella generazione di ragazzine che sognano di diventare veline e fanno la fila, sotto il sole e sotto la pioggia, per fare il pubblico di Amici di Maria de Filippi. Queste ragazze, intervistate da Jalongo, non solo non vanno al cinema (semmai scaricano pirata) ma non sanno neanche chi sia Federico Fellini.
Dopo aver illustrato un po’ di storia recente (funzionamento del FUS a parte), Jalongo afferma che, semmai un giorno si ponessero rimedi legislativi e semmai la politica si rendesse conto degli errori fatti, l’audiovisivo rimane in Italia un mercato mortificato dall’Auditel e svilito dal peer-to-peer; i provider, infatti, non riconoscono importanza economica alla produzione di contenuti, mentre in altri paesi ci si sta attrezzando al fine di far loro pagare qualcosa all’industria culturale. Sì, perché, secondo il regista, “Internet è come la radio, perché non pagare per lo streaming di film e musica anche in rete?”. E, inoltre, aggiunge, assai acutamente: “Siamo più o meno liberi oggi che il cinema italiano è stato sostituito da qualcos’altro? Volevo, con questo film, creare un racconto che fosse a sua volta cinema. La struttura del film, girato con diversi supporti – dal 16mm, all’HD, al telefonino – è volutamente sbilenca, disorganica, lascia molto spazio allo spettatore che deve fare un lavoro, un percorso per ricostruirne il senso. “È questo a selezionare il tipo di pubblico, più che il genere o l’argomento, perché io ho inteso fare un film per tutti”.
Alla prima proiezione del film, che sarà presentato al prossimo festival di Montreal, Jalongo mostra qualche vena ottimista: il mercato italiano potrà trarre beneficio da alcuni provvedimenti (tax credit e tax shelter) che il precedente governo aveva approvato. Sempre che tutti gli attori istituzionali, Film Commission regionali incluse, siano a remare nella stessa direzione: sostenere l’industria cinematografica nazionale come fanno tutti gli altri, Stati Uniti in testa.
©Punto di Svista
TRAMA
Un regista si incontra con un gruppo di colleghi, fondando il Gruppo Ring e cerca di fare il punto sulla crisi del cinema italiano. Oltre ad interrogare il gotha dell’industria, tra cui Wenders e Loach, inizia a fare ricerche più approfondite, a partire dalla storia personale e professionale di Felice Farina, amareggiato dal fallimento del suo produttore che ha decretato la morte di un suo film terminato e pronto per essere distribuito (La Fisica dell’Acqua con Paola Cortellesi). Tra fondaroli (produttori senza scrupoli), Auditel (con una feroce apparizione di Clemente Mimun allora alla guida del TG5), e tv commerciali (con Silvio Berlusconi come inventore e unico proprietario delle tv commerciali italiane), il film non fa sconti a nessuno nella ricerca della verità sulla morte del cinema italiano ed è impietoso sulle analisi di consumo di cinema italiano da parte degli italiani. Su tutto domina la magia, unica ed insuperata, del nostro cinema che fu.
CREDITI
Titolo: De me cosa ne sai / Regia: Valerio Jalongo / Scritto da: Valerio Jalongo, Giulio Manfredonia, Felice Farina / Collaborazione alla regia: Giulio Manfredonia, Francesco Apolloni / Ricerche e coordinamento: Francesca Palombelli / Direttore di Produzione: Grazia Sgueglia, Daniela Ricciardi / Riprese: Marco Carosi, Alessio Gelsini, Maurizio Tiella / Montaggio: Mirco Garrone / Produttore esecutivo: Luigi Lagrasta / Produzione: Cinecittà Luce, Ameuropa International / Italia, 2009 / Durata: 78 minuti
Con: Felice Farina, Sandro Baldoni, Marco Bellocchio, Franco Bernini; Silvio Berlusconi, Bernardo Bertolucci, Luciana Castellina, Liliana Cavani, Dino De Laurentiis; Vittorio De Seta, Peter Del Monte, Federico Fellini, Giuseppe Imeneo, Ken Loach, Daniele Luchetti, Toby Miller, Clemente Mimum, Vincenzo Mollica, Mario Monicelli, Maurizio Nichetti, Giuseppe Piccioni, Andrea Purgatori, Antonio Sancassani, Fernando Solanas, Paolo Sorrentino, Carlo Verdone, Win Wenders, Jean Micheal Baer, Esmeralda Calabria, Ian Christie, Daniele Cini, Francesca Comencini, Martin Donovan, Roberta Risotti, Michele Placido, Luigi Ricci, Stefano Rulli, Toby Syfret, Carlo Tongue
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